In attesa

Aveva aspettato così a lungo che tutto si sistemasse nel proprio posto, in quella casella che era stata destinata a ogni problema. Una lunga attesa punteggiata si sospira, urla e inutili lotte che avevano portato a nulla. A volte gli sembrava di essere una marionetta con dei fili infiniti che si perdevano nell’universo, ma grazie ai quali i suoi arti si muovevano in maniera scomposta per volere di un autore pazzo e per il piacere di un pubblico invisibile.

L’attesa lo aveva logorato. Carlo lo vedeva bene allo specchio: occhi incavati, qualche ruga di troppo e qualche chilo di meno. L’attesa è un assassino cui piace torturare le vittime e destinarle a una fine lenta e dolorosa, senza nessun atto di eroicità.

Non esistevano eroi nel mondo di Carlo, solo esseri che cercavano di galleggiare in quella tempesta che era la vita. Forse per questo il suo aspetto era sempre più simile a quello di un legno che viene scheggiato dalla forza del fiume. Gettato da ogni parte, era rimbalzato su rocce e su rive scoscese per poi arrivare a una sorta di porto.

Più il viaggio è faticoso e più deludente è l’arrivo. Lo sapeva bene Carlo, che tanto aveva combattuto per arrivare a quel punto e che ora vedeva attorno a sé solo la monotonia della vita di tutti i giorni, la stessa monotonia che aveva invocato durante il viaggio.

E quindi rimase in attesa. In attesa che almeno qualcosa trovasse il proprio posto.

Cercare e non trovare

Paul era un investigatore, anche se non dei migliori, e ne era consapevole. Per lo più cercava persone che non volevano essere trovate, e ci riuscivano benissimo, loro, a non farsi trovare. Le uniche persone che aveva rintracciato erano una vecchietta scomparsa da qualche giorno, un cane scappato di casa, che forse non poteva essere propriamente annoverato tra le persone, un adolescente in crisi e un padre di famiglia. La vecchietta in realtà era rimasta scomparsa, nel senso che era passata a miglior vita: l’aveva trovata ormai mummificata nel suo appartamento, comodamente seduta sulla poltrona, come se lo stesse aspettando. Non un grande ritrovamento, quindi, tanto che era stato pagato la metà del compenso e nel doppio del tempo. Il cane era un’altra storia: ci aveva pensato l’animale a ritrovare la strada di casa, solo che i suoi padroni non lo sapevano. Per un caso fortuito anche Paul si stava recando dalla famiglia, e aveva atteso assieme al cane che aprissero la porta: il guadagno era stato enorme, visto che il suo ruolo si era limitato a suonare il campanello. L’adolescente si era rintanato dal suo amico del cuore, e già se ne era pentito, mentre il padre di famiglia era scappato con la bella collega di lavoro, salvo poi tornarsene a casa dopo essere stato abbandonato anche dall’amante.

Paul non era certo un investigatore di successo, ma non si faceva pagare molto, quindi qualche incarico arrivava lo stesso. Ma quello era un periodo di magra: sembrava che nessuno avesse perso qualcuno o qualche animale. Paul se ne stava nel suo minuscolo ufficio pieno di carte che non avevano ragione di essere lì, a cercare un modo per passare il tempo. E improvvisamente gli venne un’idea: avrebbe rivoluzionato il mondo dell’investigazione privata. O almeno del suo metodo investigativo.

Se per il momento non c’erano scomparsi da cercare, allora Paul avrebbe cercato per conto suo. Per fare esperienza iniziò dai propri sogni, e modificò la targa davanti all’ufficio in Investigatore privato di persone, animali, oggetti e SOGNI. Si ricordava bene su che cosa vagheggiava da bambino: si vedeva come un impavido archeologo subacqueo, alla ricerca di un’antica civiltà ingoiata dal mare. Ma da qualche parte, nella sua esistenza, quell’archeologo si era perso. Dove era andato? Paul non lo sapeva, e iniziò a cercarlo. Sapeva che fino all’adolescenza quel bel tipo abbronzato lo aveva affiancato sempre, anche nei momenti di sconforto, e gli aveva pure suggerito qualche risposta giusta nelle verifiche di storia. Al momento della scelta dell’università, però, era scomparso, e la facoltà di archeologia era rimasta solo una possibilità.

Non restava che cercare fra i banchi di scuola. Entrò in un pomeriggio, approfittando di un momento di distrazione da parte di una bidella. Cercò sotto e sopra i banchi, attorno alla cattedra, in giardino e per le scale, nei bagni e perfino nello sgabuzzino delle scope, ma non ci fu nulla da fare: dell’archeologo non trovò neppure un granello di polvere. Per scrupolo cercò anche all’università di legge: ci impiegò qualche giorno per riuscire ad accedere a biblioteche, aule studio e di lezione, mense e stanze dei docenti, ma non riuscì a rintracciare neppure il cappello dell’avventuriero.

Tornò scoraggiato nel suo ufficio: forse era vero che come investigatore non era poi il massimo. Non controllò la posta e neppure la segreteria telefonica. Tolse invece la targhetta e ne ordinò una terza: Investigatore privato di persone, animali, oggetti, SOGNI e SPERANZE. Se non riusciva a trovare i sogni, avrebbe provato con le speranze. E ricominciò le sue ricerche.

Furono giorni frenetici per Paul, che sembrava aver smarrito se stesso. Quando l’investigatore privato assoldato dalla preoccupata madre di Paul fece aprire la porta dello studio del collega, trovò l’uomo riverso sulla scrivania. In mano stringeva una targa: Investigatore privato di persone, animali, oggetti, SOGNI, SPERANZE e ILLUSIONI.

Secondo l’autopsia, Paul era morto non solo di stenti, ma anche di delusioni.

Valigia

Mancano ancora pochi giorni, e poi dovrò aprire le valigie, riempirle e andarmene. Non è stato un anno facile. Come una pianta sdradica e piantata lontano, in un terreno sconosciuto, ho faticato, ho avuto paura di non farcela, di soccombere. Ma alla fine anche le radici più timide riescono a trovare il nutrimento, per quanto sterile sia il suolo.

Ho vissuto in una città che non è mai stata casa, capace di raggiungere apici di bellezza e baratri di squallore. Un diamante nella notte non risplende, perciò il fascino di questo posto ha sempre una nota amara.

Ho conosciuto persone ostili che si sono rivelati essere impensabili alleati, e fate benevole che mi considerano meno di una formica. Ho lottato, contro chi mi ha messo alla prova, e contro me stessa.

Dopo fatica, un bel po’ di lacrime e una dose di rabbia non indifferente, sta finendo tutto. Ho lasciato tutto, ho rinunciato a qualsiasi cosa, ho accettato umilmente e non ho mai chiesto niente. Ho sopportato una solitudine nera e inaspettata, che con le sue unghie continua a graffiare il cuore.

E in mano non mi resta nulla. Elogi e promesse sono elargiti solo alle ragazze affsscinanti ed estroverse, che elargiscono baci e dolcetti. Non certo al mulo che ha abbassato la testa e ha cercato di dare il meglio sempre.

Un’altra porta chiusa.

Non mi resta che preparare le valigie. È ora di metterci dentro la bellezza che ho intravisto, la forza che ho imparato a avere, le risate improvvise. Che rimangano fuori le delusioni, il rammarico e il dolore.

È ora di partire, è ora di cercare il mio luogo.

Specchio di verità. Parte 4: silenzio e vino

Il cammino proseguiva, sempre più difficile. La strada era tortuosa e spesso si aprivano delle grandi buche, nascoste dalla polvere e dal fango. La stanchezza rendeva tutto ancora più arduo: ogni passo desidera fosse l’ultimo e la tentazione di cedere, di crollare a terra e lì aspettare il suo destino diventava forte.

Il fardello la ostacolava. Era costretta, infatti, a tenerlo tra le mani. Per nulla al mondo doveva toccare terra, nonostante il dolore che aveva causato a lei e a coloro che aveva incrociato la sua strada.

Inciampò, perse l’equilibrio e solo a fatica riuscì ad rimettersi in piedi. Quando i fine alzò nuovamente gli occhi, trovò di fronte a lei una nera figura. Questa volta non parlò, non osò mostrare lo specchio, semplicemente abbassò nuovamente la testa. Con quel pellegrino avrebbe dovuto condividere ancora molta strada, inutile tentare di parlargli. Era consapevole che non sarebbe stato un compagno silenzioso, che silenzioso l’avrebbe seguita. Sempre.

L’orizzonte si fece scuro, pesante. Lampi silenziosi e lontani cercano di rompere la loro gabbia si nubi. In una sera così calda animali e tuoni tacevano. L’aria era satura. In questa atmosfera rarefatta, una locanda rompeva la quiete. In realtà era solo una casupola spersa nel nulla, dalla quale provenivano le voci di chi cerca di godersi una breve esistenza.

Fuori, accasciata su una botte, una figura che sembrava uno spirito in attesa. Avvicinandosi scoprì che era una donna, dalle profonde rughe sul volto, nonostante non fosse una vecchia.

“Cosa vedi?” Chiese dolcemente.

“Solo un bicchiere rosso, pieno e traboccante. E…” protese le mani verso lo specchio.

La ragazza fece un passo indietro e con il suo compagno se ne andò.

“Ti prego, voglio vederlo, ti prego, torna”

Dietro di sé lasciò solo l’ombra di una donna, un’eco morente di una vita fatta di delusioni e fallimenti.