Come un’eco

Sentire le voci non è mai un buon segno, lo sanno anche i bambini. Il buon segno è sentire quello che tutti gli altri percepiscono. In caso contrario, l’etichetta di pazzo viene applicata in velocità, e con la stessa velocità si crea un’area di sicurezza attorno al soggetto.

C’erano giorni, però, in cui sentiva una sorta di eco, una voce lontana che ripeteva e sussurrava disperata frammenti di parole nel tentativo di comunicare il suo amore, o la sua disperazione o entrambe fuse in un groviglio di dolore e di piacere.

Erano voci che provenivano da lontano, da tempi ormai remoti e dimenticati. Ripetevano insistenti la litania antica e spezzata di moniti e di preghiere, di perdita e di amori. Come Eco, anche loro erano condannati a essere voce senza corpo, anima senza materia. E come Eco vagavano, con la flebile speranza che qualcuno presti loro attenzione.

Non c’è ragione

Non c’è ragione per rimanere e neppure per andare. Tutto sembra seguire il ritmo di una danza di folli, che non esiste e di cui ognuno balla una versione diversa.

Il mondo si è fatto grigio, ha perso i suoi colori, e con essi anche la sua grandezza. O forse era lui a essere troppo grande. Sentiva le sue ossa da gigante costrette in una prigione di divieti e dolori.

La regola è non deludere. La costante è la delusione. E il fallimento fa capolino con un ghigno di piacere o un sorriso di comprensione.

Il mondo cominciò a girare in senso inverso.

Il circo è arrivato in paese

Il circo è arrivato in paese. O è il paese a essere un circo? Difficile da capire da queste parti. Sarà che la mia vista si sta indebolendo, o che la mia mente sta scivolando in terre inesplorate, ma io, laggiù, tra una casa e un serio palazzo di uffici, vedo una giraffa. E non una giraffa qualunque: porta orgogliosamente una cravatta e una cartella a tracolla.

Non preoccupatevi, la giraffa non si sognerebbe mai di stringersi su una poltroncina girevole a guardare documenti e schermi. Lascia questo onore al sapiente uomo. Semplicemente cerca di confondorsi in questa strana città abitata da strani pagliacci.

Per esempio: lo vedete quell’omino a destra, vestito di tutto punto? No? Ovvio, appare e scompare come gli aggrada, senza avvisare. Un giorno c’è e l’altro no. Eppure ha un aspetto così ordinario, quando ha un aspetto.

E quella bella signora? Ah, lei sì che riuscite a vederla. Nulla di strano: non ha il vizio di scomparire, ma quello di volare. Tutto è nato dal desiderio fanciullesco di acchiappare le stelle. Per ora niente stelle, ma si è fatta sparare da un cannone una decina di volte. L’adrenalina fa dipendenza, è evidente.

Non fissate le scimmie, non è educato. Lo so, attirano l’attenzione, ma non sono creaturine facili da gestire. Ahia! Sono anche dispettose. Ehi, Scimmia: posso avere indietro il mio naso?

Penso che il circo si fermerà poco: la sua pazzia è niente rispetto alla follia quotidiana.

Astolfo non vuole tornare – Pt 2

Re Carlo doveva essere proprio fuori di sé per considerare Astolfo uno stolto: Astolfo era il cavaliere più saggio e più assennato che l’esercito potesse vantare. E proprio per questo si era assunto il compito di far rinsavire Orlando, che aveva perduto qualsiasi briciolo di senno dopo l’ennesimo rifiuto della bella, diabolica, sfuggente Angelica.

Era partito, dunque, Astolfo. Certo, era un po’ folle pure Astolfo, per accettare di salire su un carro trainato da un ippogrifo per finire sulla luna. Ora, la versione di Bradamante aveva delle inesattezze, ma, si sa, all’uomo piace abbellire i racconti per renderli un po’ più interessanti: il carro su cui era salito l’eroe non era certo di fuoco, e il cavaliere non aveva urlato nulla riguardo alla luna. Nulla da ridire sulla descrizione della creatura legata al carro.

Folle o no, Astolfo aveva attraversato la sfera di fuoco ed era atterrato su una superficie ferrosa, su cui i suoi passi riecheggiavano come se quella sfera fosse vuota. Un po’ titubante si era addentrato in quel mondo sconosciuto, sperando di trovare quel che cercava subito in modo da tornarsene dal suo re. Qualche pezzo del senno era fuggito anche da Astolfo se era così impaziente di tornare in un mondo dilaniato dalle guerre, da ingiustizie, da fame e da amori che non avrebbero mai avuto un futuro.

Il paesaggio che si ritrovò davanti agli occhi non era molto lontano da quello della terra: montagne, valli, laghi, pianure e foreste. Non sembrava ci fossero abitanti, ma Astolfo sentiva distintamente delle voci. L’origine di quel brusio era un cumulo informe di donne stupende, certo, ma incorporee come l’aria e trasparenti come veli.

“Bel cavaliere, guardaci: noi siamo le più belle di tutti i tempi, le più giovani”.

“Ehi, fermati e prova a immaginare creature più affascinanti di noi”.

“Prode eroe, neppure tu riusciresti a resistere ai nostri cori perfetti”.

Astolfo non si fece ingannare: la luna era un enorme collettore di tutto ciò che era stato perso sulla terra, il che comprendeva anche la bellezza, la gioventù e la vanità di quelle ragazze.

Non gli ci volle molto per scovare l’ampolla con il senno di Orlando. Quello che non aveva messo in conto, però, era il fatto che ci fosse anche un’ampolla con il suo nome, Astolfo. La prese, la bevve. E da quel momento cominciarono i guai.

Da quel momento Astolfo non volle tornare sulla terra.

Astolfo non vuole tornare – Pt 1

Laggiù, sulla terra, la guerra infuria, le fanciulle scappano, soldati e cavalieri cercano di recare morte per non soccombere loro alla dama che nessuno risparmia. I problemi sono molti, ma se ne aggiungono di altri: Orlando è impazzito, furioso si aggira per la foresta distruggendo alberi e scagliando massi in laghi che non ritroveranno mai più la loro limpidezza; Astolfo è scomparso. Il re Carlo guarda perplesso le proprie fila: il guerriero più valoroso è stato sconfitto dalle frecce avvelenate di amore, Astolfo non solo è stato incapace di rinsavire quel folle, ma non si è nemmeno degnato di tornare al campo.

Il re si avvicina a Bradamente: “Che cosa è questa storia di carri volanti?”

Bradamante è distratta da un po’ di tempo, e parlando con il suo sire assume un’aria vagamente colpevole: Carlo non sa che i pensieri della guerriera sono tutti per Ruggiero, un bel pagano che militava nell’esercito nemico.

“L’hanno visto, mio re. Astolfo se ne è andato, è salito su un carro infuocato, un carro trainato da una creatura strana, non un cavallo, non un’aquila, ma un insieme dei due animali. Ha urlato qualcosa a proposito della luna. Bisogna essere un po’ folli per avere il coraggio di andare sulla luna”.

Re Carlo sospirò sconsolato: sapeva che l’epoca in cui viveva non si limitava a seguire le regole prefissate dalla natura, ma i suoi cavalieri sembravano fin troppo inclini a credere alle favole raccontate dai vecchi attorno al fuoco. In cuor suo sperò che anche i pagani avessero storie simili, e che in egual misura perdessero i soldati in qualche anfratto di sogno.

Lasciò Bradamante nell’angoscia di dover scegliere prima o poi se tradire il suo esercito o se scappare con l’amato. E si chiese per l’ennesima volta dove si fosse nascosto quello stolto di Astolfo.

Carnevale

Maschere. Sorrisi dipinti, occhi vuoti, neri buchi che si aprono senza lasciar trapelare niente. Sorrisi dipinti, ghigni mostruosi. Caricature, trampolieri, gnomi, eroi, dei. Grida, risa, musica e strepiti. Danze, giri, rincorse.

Una giostra frenetica e sorprendente mi chiama, mi costringe a tuffarmi in un tafferuglio senza logica.

Ecco la tua maschera, tiene il tuo costume, copriti con una parrucca, truccati, cambia la voce. Vieni, danza con me, ridi bevi. Reggi il boccale, bevi l’inebriante nettare, lascia andare. Cambia la maschera, cambia compagno, sorseggia da questa ciotola.

E rimango ferma lì, incuriosita e spaventata. Oro e rosso luccicano ovunque, piume smeraldo, zaffiri, rubini, perle. Bagliori accecanti che commettono con il sole in persona. Troppi perché siano veri, troppo simili per distinguere i falsi.

Avanti, tuffati, seguici. Ridi con noi, mangia con noi. Baciaci. Non saprai più cosa sia solitudine.

Ascolta il violino impazzito, la cantante stonata, i tamburelli che non trovano tregua. Senti la nostra felicità, la pazzia del nostro inno.

Intorno a me solo maschere. Stupende, colorate, affascinanti come le piume di un pavone. Indosso la mia, la assicuro per bene e avanzo di un passo.