Sarebbe stato un sogno singolare, pauroso, cruento, ma sarebbe stato solo un sogno. E sperava che quello fosse solo un sogno, che avesse chiuso gli occhi, nella sua piccola isola cullato dal suono delle onde, con la voce del figlio che si faceva sempre più lontana, mentre rincorreva i suoi sogni bambini.
Ma non era stato solo un sogno, ne era certo. Le sue mani erano sporche di sangue, sangue vero, i suoi occhi erano sporchi di disgrazie, le sue orecchie di suppliche e grida. Era stata una guerra di polvere e disperazione, sfiancante, senza fine. Con i suoi uomini si era infranto sulle mura di quella città maledetta, come le onde del mare si infrangono inutilmente sugli scogli. Avevano vinto, certo, ma con l’inganno. Avevano vinto nel giorno in cui la festa si era trasformato in mattanza. Il mare era rosso, la spiaggia, perfino la luna erano sanguigne, violate da quella brutalità.
Avevano trasformato quella guerra in un’illusione, le avevano dato un aspetto eroico. A scendere in campo non erano solo uomini, ma anche dei, con una forza sovraumana e con sentimenti che non potevano competere con quelli dei mortali. Era un inganno pure quello: non aveva mai visto alcun dio, solo morte, crudeltà, vendetta e la straordonaria sete di violenza di semplici umani. Ma questi non potevano essere considerati degli dei, o almeno si rifiutava di considerarli come tali.
In riva al mare, sotto gli occhi attenti di una fanciulla che non aveva paura, cercava di lavare via il sangue invisibile e le anime dannate che aveva strappato alla terra, nella speranza infantile che tutto fosse una mera illusione.


