Sogno di un’illusione

Sarebbe stato un sogno singolare, pauroso, cruento, ma sarebbe stato solo un sogno. E sperava che quello fosse solo un sogno, che avesse chiuso gli occhi, nella sua piccola isola cullato dal suono delle onde, con la voce del figlio che si faceva sempre più lontana, mentre rincorreva i suoi sogni bambini.

Ma non era stato solo un sogno, ne era certo. Le sue mani erano sporche di sangue, sangue vero, i suoi occhi erano sporchi di disgrazie, le sue orecchie di suppliche e grida. Era stata una guerra di polvere e disperazione, sfiancante, senza fine. Con i suoi uomini si era infranto sulle mura di quella città maledetta, come le onde del mare si infrangono inutilmente sugli scogli. Avevano vinto, certo, ma con l’inganno. Avevano vinto nel giorno in cui la festa si era trasformato in mattanza. Il mare era rosso, la spiaggia, perfino la luna erano sanguigne, violate da quella brutalità.

Avevano trasformato quella guerra in un’illusione, le avevano dato un aspetto eroico. A scendere in campo non erano solo uomini, ma anche dei, con una forza sovraumana e con sentimenti che non potevano competere con quelli dei mortali. Era un inganno pure quello: non aveva mai visto alcun dio, solo morte, crudeltà, vendetta e la straordonaria sete di violenza di semplici umani. Ma questi non potevano essere considerati degli dei, o almeno si rifiutava di considerarli come tali.

In riva al mare, sotto gli occhi attenti di una fanciulla che non aveva paura, cercava di lavare via il sangue invisibile e le anime dannate che aveva strappato alla terra, nella speranza infantile che tutto fosse una mera illusione.

Confusione

È un mondo confuso, fatto di aculei e di tentacoli. È un mondo feroce e ingannatore. Ci sono pesci capaci di mimetizzarsi, di assumere la forma perfetta di una roccia o di scomparire nel fondale, pronti a scattare come una trappola per le incaute prede. Talvolta la veste mimetica è solo un modo per nascondersi, per scomparire nella speranza che la vasta ingordigia vinca sulla debolezza.

È una confusione che non trova una risoluzione. Non ci sono gabbie che delimitino gli spazi, non ci sono etichette che cataloghino le specie pericolose da quelle innocue. Gli habitat si fondono, i loro abitanti sviluppano letali macchine di difesa o di attacco. Compaiono aculei velenosi, barricate innalzate contro un nemico che ha assunto un aspetto multiforme, o contro una vittima che tenta di fuggire, forse tendendo una trappola. Si spargono per acque all’apparenza innocua tentacoli che cercano di stritolare chiunque osi invadere il territorio, che sia di passaggio o che effettivamente avesse una volontà belligerante.

Nulla è più certo, se non che il più forte tenterà di fare di tutto per diventare sempre più forte e sempre più minaccioso. È la confusione della guerra, là dove non trovavano spazio i piccoli pesci innocui, quelli che sembrano piccole gemme cadute da un arcobaleno in acqua. I sogni sono scomparsi, come sono scomparsi gli occhi pieni di bontà della sua Sally.

Che cosa ci faceva lui là? In quel fango che non lo lasciava andare, in una terra che non era la sua, a trasformarsi in un mostro dotato di aculei e di tentacoli. Eppure si sentiva un semplice pesce rosso, con la sua corazza dorata che sarebbe stata del tutto inadatta in quel posto scuro e melmoso. Nemmeno sapeva come fare a uscirne da una confusione sconosciuta.

Dopotutto era un semplice commerciante di pesci. Non quelli esotici da esposizione, ma semplici pesci destinati ad acquari casalinghi. I più belli, secondo lui. Dopo Sally, ovvio. Ormai faticava a respirare: forse era colpa dei tentacoli di una vita che si era rivelata ingannatrice, o forse dipendeva dal veleno stillato dagli aculei di un sogno che stava naufragando. O forse si trattava semplicemente di un gas velenoso.

Tersite

Forse non tutti si ricordano di me. In effetti il mio ruolo in quella vicenda è stato del tutto marginale.

Io sono Tersite. Di me parlò il vecchio poeta cieco. E solo per farmi picchiare dallo scettro di quell’uomo, Odisseo. Stolto re di un’isola arida e scoscesa. Si adirò perché ho avuto il coraggio di alzare la voce, di dire ciò che tutti pensavano: quella guerra era persa fin dall’inizio, tanto valeva salpare da quelle spiagge, ormai intrise del sangue nostro e loro.

Ma niente. Io zoppo, storpio e, lo ammetto, propenso al gioco, non potei fare altro se non ritirarmi piangente.

Che cosa avrebbe, poi, quell’Odisseo in più di me? Non è forse anche lui un ingannatore? Non ha tentato di sottrarsi a questa guerra ridicola? Non si finse pazzo?

Certo, quell’uomo gode del favore divino, per questo tutti gli prestano ascolto. Anch’io, che non temo certo quell’inetto di Menelao e quel vanaglorioso assassino di Agamennone, devo piegarmi ai suoi ordini. So bene che lo sostiene Atena.

E quindi eccomi qui, dolorante, contorto, all’ombra delle concave navi. Piango. Di dolore, ma anche di rabbia. Perché so che la verità è dalla mia. Tuttavia, in questo mondo di eroi e divinità non c’è spazio per un nano umano.

E sia. Mi basta sopravvivere. Nessuno canterà le mie imprese. Nessuno si preoccuperà se mai toccherò di nuovo le terre a me care.

Va bene. Sappiate, però, che ci sono più Tersite di Achille.

Specchio di verità. Parte 3: il disertore

Fuggì sempre più lontana, cercando il conforto negli alberi ma con il timore di perdersi in quel bosco incantato. Infine si ritrovò in una raduna dove vide un cavallo fulvo che pascolava tranquillo. Vicino, appoggiato ad un albero nodoso, si riposava un uomo.

Erano passati molti giorni, ormai,da quando era partito di soppiatto da casa portando con sé quel cavallo. Era un semplice ronzino, ma lo spronò a cavalcare veloce come il vento, per allontanarsi da quel paese. Il suo destino era quello di ingrossare le file dell’esercito, di obbedire al suo re, di spezzare le vite dei nemici, o dare la sua, nel caso la mano avesse esitato.

Tuttavia, non voleva uccidere, non voleva sentire il suono delle armi, l’odore del sangue, i rantoli, il rombo dei corni. Era fuggito con il solo cavallo, era scappato dalla morte, dal padre, dalla guerra. Ad un’altra signora si addiceva il compito di interrompere un’esistenza.

Disertore, lo chiamavano. Quella parola lo feriva come mille lance.

Gli avevano detto che anche su un campo di battaglia il grano avrebbe potuto rinascere. Ma lui provava orrore per quella natura pronta a nutrirsi dei resti delle sue stesse creature per dare nuovi frutti. Trovava insopportabile quel circolo violento che sentiva stringersi attorno.

Disertore. Una parola che lasciava un bocca un gusto di ferro, di polvere. Gli aveva aperto una ferita profonda, lo aveva lacerato facendogli perdere lentamente ogni goccia di amore vitale. Un lento stillicidio lo aveva ridotto allo stremo, proprio lui, che per rispetto della vita non aveva voluto uccidere.

Disertore. Vile, canaglia, traditore.

Disertore.

L’aria innondava i polmoni, il cuore batteva, il sangue scorreva, ma il nulla lo avvolgeva.

Aprì gli occhi, e si vide minuscolo riflesso in due frammenti di cielo azzurro. Fu un solo istante. Poi la ragazza si ritrasse,tirò un lembo del fagotto che teneva in mano e gli mostrò il contenuto.

“Cosa vedi?”

Era la voce rica di chi non era abituato a parlare.

Vide una terra lontana, che non portava il peso di costruzioni.vide una vasta pianura recintata solo da monti. Sapeva che piede umano non aveva contaminato quei luoghi. La violenza non aveva lasciato la sua striscia di fuoco e distruzione.

“Dov’è? Dimmi dov’è. Te ne prego”.

Il silenzio fu la sola risposta.

“Chi sei? Aspetta, rispondi, cosa significa?”.

Solo l’erba gli rispose con un pigro fruscio.