Vociare

“Ma hai sentito la notizia? Alla sua età riprende gli studi”

“Eh già. Mi ha chiesto di fargli ripetizioni per il test di ingresso”

“Cameriere, una bibita senza zucchero e senza bollicine?”

“Vuole dell’acqua?”

“No, o avrei ordinato dell’acqua. Voglio una bibita. Senza zucchero. Senza bolle”.

“E poi nella nostra famiglia non si sposerà più nessuno. Di certo non tua sorella, quella rimarrà zitella”.

“Non ascoltare, Alfred, non si dice più zitella, si dice single. È più gentile”.

“Ma guarda, quelli del tavolo affianco origliano”.

“Lasciali ascoltare”

“Cameriera!”

“Ecco la sua spremuta: bibita senza zuccheri aggiunti e senza bollicine”.

“Ma l’arancia ha degli zuccheri. La porti indietro. Quando ci porta la frittura mista? Abbiamo fame noi”.

“Cameriera. Niente, non mi ascolta”.

“Ovvio che non ti ascolta, Astolfo. Hai sempre la testa sulla luna, e quando chiami qualcuno sussurri il nome e nessuno ti sente mai. Cameriera! Ecco, vedi, ora viene”.

“Certo, lo hai strillato. Probabilmente sta arrivando la cameriera del locale all’angolo”.

“Mamma, cos’è una zitella?”.

“Alfred, ti ho detto che non si dice quella parola”.

“Quindi è come le parole che dice a volte papà? Quelle proibite fino alla mia maggiore età?”

“Più o meno. Che parole dice papà?”

“Cara, non ti va un caffè? Alfred, per favore, raccontaci come è andata a scuola”.

“Non ho bocciato nessuno”.

“Cameriere, un caffè e una camomilla per la signora. Doppia la camomilla, magari stanotte dorme”.

“La frittura signori”:

“Finalmente. E le pizze? Che servizio poco attento. Prima la bevanda e poi il ritardo”.

“Arrivano subito signora.”

“Dovresti lasciarla cadere la pizza di quella. Buona sera signori, in quanti siete?”

È facile sentirsi superiori

È semplice provare l’ebrezza di sentirsi al di sopra della massa, ergersi sulle piccole menti altrui guardando con sufficienza i compagni di viaggio come se fossero inutili insetti dalle capacità limitate. La possibilità di avere torto viene messa al bando e al confine viene mandata la curiosità di provare esperienze nuove. È necessario rimanere immobili nella propria torre d’avorio, nel tentativo di allontanarsi dalla pullulante folla informe.

Nella fortezza di questo delirio, gli specchi sono assenti, per evitare di vedere che anche sulla schiena di chi si crede così superiori spiccano due ali da coleottero. Gli insetti sono altri, non certo loro. E quando incontrano un essere troppo umile per star al loro cospetto, lo ignorano, si comportano con altera indifferenza, perché non potrebbero mai abbassarsi a tenere una conversazione cordiale, anche se leggere e di superficie, con chi non si ritiene intellettualmente alla pari.

Se la convivenza, di certo forzata per entrambi, si protrae nel tempo, si passa alle battutine e alla capacità di trasformare persino un leone in un semplice verme.

A pensarci bene, esistono individui che si trovano al di sopra della media, brillanti e arguti, ma di solito si guardano le ali da insetto che il fato ha destinato loro e cercano di fare capriole nel vento.

Campi Elisi – Pt. 18 FINE

Il regno del Tartaro ha le sue leggi. Lo sa bene Alcesti, che non ha più potuto godere della vita, Euridice, che non è riuscita a compiere l’ultimo passo al di fuori dell’ombra, e anche Eracle, che forte della sua divinità ha osato percorrere la strada in direzione inversa, ma che ha sembra provare orrore per il freddo destino che lo avrebbe atteso.

Il regno del Tartaro non conosce speranza, e chi vi abita lo sa bene, anche gli amati dagli dei. Non contatemi fra gli dei che possono amare, Omero, non io, con l’eccezione della fanciulla che ho rapito. Ho creato questo giardino per dimostrare che la morte si fossilizza sui rancori, che le anime non riescono a dimenticare i torti. Per l’eternità vagheranno in questa bellezza senza nemmeno vederla. Esattamente come te, Omero, che cieco non hai potuto ammirare neppure la vita. Forse per questo sei immune alla disperazione di queste contrade. Ancora ascolti, ancora racconti. E raccontando sopravvivi negli inferi.

Le vette dell’Olimpo splendono al sole, è là che si giocano i destini dei viventi. Ma quaggiù tutto è condannato all’immobilità. Gli imperi passano, le persone vengono dimenticate, le lacrime scorrono via, e non rimane che qualche graffio su una terra che non può fare a meno di rigenerarsi e far piombare nuovi mortali in questo labirinto.

Non c’è fuga possibile. Le Moire non lo permettono. Non c’è speranza, l’immobilità è la vera prigione di chi non sa accettare il proprio destino.

Ora, Omero, è tempo di tornare ai tuoi canti.

Campi Elisi – Pt. 17

Le tre Moire regnano nel mondo della luce, anche se la loro dimora risiede in questo intrico di cunicoli, un labirinto che non lascerà sfuggire nessuno dei suoi occupanti. Di me sopravvive solo l’eco sfuocata di una voce lontana, perché le tre megere, le tre moire lo hanno deciso. Le sento mentre una fila e l’altra borbotta assegnando il destino a ciascuna anima. E poi c’è questo stridio, un suono metallo di lama che recide un filo: è la terza, che, sorda a ogni preghiera, recide il flebile filo che tiene unita l’anima alla carne.

Sento la loro cantilena, perché ovunque si sparge, solo che il rumore del mondo la cela e la mimetizza. Sento calare la mano precisa sul fato di un estraneo, e poi su un altro e su un altro ancora. Un ritmo doloroso ma inevitabile, che non si arresterà mai.

“Poeta, ci sei venuto a trovare? La tela dei tuoi racconti ha dato immortalità a molti i cui destini si sono interrotti dopo un breve tempo di filatura. La poesia e la memoria possono mettere le mani là dove neppure gli dei possono operare”.

“Il poeta cieco si aggira da queste parti, sorella? Ma chi davvero è questo Omero? Non ricordo il suo filo?”

“Ho spezzato molti fili, ho tranciato di netto filamenti di poeta, come potrei enumerare tutti i cantastorie che ho taciuto?”

“Ma questo non tace, sorella. Omero lo chiamano, ma ha altri mille nomi, e forse di più ancora. La fama rompe ogni legge”.

“La fama, e le storie che rendono immortali gli uomini più degli dei”

Bilancio

Abbiamo detto che il cuore di giugno avrebbe racchiuso degli eventi non molto piacevoli. O per meglio dire, piacevoli per gli altri, ma non per la sottoscritta. Alla fine, giugno si appresta a chiudersi, e ancora la mia testa non sta facendo bella mostra di sé sulla mensola di un cammino. Lo so, a volte mi lascio andare con delle immagini troppo drammatiche.

Il bilancio è, quindi, positivo per il solo fatto di essere sopravvissuta, anche se con qualche ammaccatura. Sembra che a qualche soggetto piaccia trovare minimo un mio difetto al giorno ed esprimerlo a gran voce. Come direbbe una mia conoscenza: “un bagno di umiltà non fa mai male”. Come direi io, omettendo parole censurabili: “prendi in tuo bagno di umiltà e svuotalo in una latrina”. Prima o poi capirò perché nella mia strada non sia mai inciampata in qualcuno capace di mettere in luce un pregio all’anno, ma questa è un’altra storia.

Sopravvissuta, quindi, anche al grande evento che da qualche mese funestava nei miei pensieri, soprattutto grazie a una certa abilità nel risparmiarmi le parti più noiose e imbarazzanti.

Ora non resta che superare un periodo di ignavia, ignorare l’avvicinarsi di agosto e settembre, e continuare a lavorare duro per altri due mesi prima che arrivi la mia grande prova. Ma anche questa è un’altra storia, conosciuta, oltretutto, solo dalla scrivente.

Luci sospese

Le luci erano sospese sul mare: per un attimo si infiammavano oscurando le stelle, e poi ricadevano leggere con un urlo di gioia e uno di dolore. L’aria era pregna di fumo e cenere, mentre un innocuo conflitto stava turbando il cielo. Se ci fossero state delle nuvole, avrebbero iniziato a lacrimare per il solletico fatto da quei ciuffi d’oro e i porpora.

E poi ci fu il silenzio. Non quello che cade quando non rimane che il deserto, ma l’altro, che precede l’urlo di gioia e di divertimento. Il cuore stesso ha abbandonato il suo ritmo per accordarsi con gli scoppi del cielo e infine per correre al galoppo rincorrendo la meraviglia.

Come è semplice riempire di stupore l’animo umano: basta ingannarlo con colori e con rumori. Come è facile lasciare un bambino con la bocca spalancata verso la notte scura, mentre sembra essersi dimenticato dei mostri che abitano le tenebre e degli spiriti che sussurrano nei sogni.

Raccontare

C’è chi riesce a raccontare qualsiasi cosa, c’è chi ha storie per tutto, a volte talmente strampalata da risultare finte come un aroma artificiale: forte e di carattere, ma poco digeribile.

Negli ultimi tempi mi sono chiesta che cosa potrei raccontare io di strano. In realtà molto poco, e comunque niente che non sia capitato già ad altri. In due parole: vita ordinaria. In questi mesi, inoltre, la vita ordinaria è diventata un bel piattume, ma questa è un’altra storia, che, secondo i piani, dovrebbe cambiare in un prossimo, e non molto lontano, futuro.

Mi chiedo, però, perché ci siano persone talmente annoiate dalla propria mediocrità da non perdere l’occasione per mettere sul tavolo racconti e aneddoti utili in ogni occasione. Amici che compiono azioni travalicando il limite non solo della legge, ma anche del buon senso e dell’istinto della sopravvivenza, parenti adorati e ascritti al registro degli eroi costellano le conversazioni.

La reazione richiesta è ovviamente una bella risata: lo richiede la legge della società. Da qualche parte, però, il buonsenso cerca di cadere in uno stato di catalessi.

Perdere tempo

Il tempo perso a cercare di soddisfare le proprie aspettative e quelle degli altri non si può certo richiamare indietro. Fin da piccoli, però, è necessario rispondere a richieste e speranze, e si cerca quella luce di approvazione negli occhi altrui.

Non devi cercare l’approvazione degli altri.

Questa frase è un esempio di consiglio spesso dato senza essere richiesto da qualche saggia persona. Ultimamente l’ho sentita condita con altre asserzioni come “Io non bado agli elogi altrui” o “non mi interesso di quello che pensano gli altri”.

La trovo un’ottima teoria. Ma, come ogni teoria, è spesso difficile metterla in pratica. A volte mi chiedo se sia proprio impossibile. Riusciremmo davvero a vivere avulsi dal resto dell’umanità? O abbiamo bisogno di un perenne confronto per capire come procedere, come evolvere? I sistemi chiusi e, ancor peggio, quelli isolati sono destinati alla consumazione, alla morte.

È davvero una perdita di tempo cercare di soddisfare le aspettative degli altri?

Se queste non corrispondono alle proprie, portano sulla strada dell’infelicità e della frustrazione. Sfidare i preconcetti e i piani precostituiti è più eccitante, ma in qualche modo, anche se non lo vogliamo ammettere, desideriamo sempre quello sguardo di tenera approvazione di chi ha un peso nella nostra vita.

Campi Elisi – Pt. 16

“Per amore, però, caro poeta, io ho rinunciato al sole”.

“Mia regina, Proserpina, la ragazza della primavera. Dicono che non sia stato amore ciò che ti ha condotto in questo regno, ma un rapimento e un chicco di melograno”.

“Ero giovane, ma ero pur sempre una dea. Conoscevo le leggi dell’Oltretomba, della vita e della morte. Ade mi scelse, e io decisi di rimanere. Come può un melograno, simbolo di vita e di fertilità, trovarsi in queste terre fredde? Ora questa è la mia casa, anche se nella stagione della rinascita salgo nel vecchio regno mutante di mia madre, a vedere il sole”.

“Perché le anime vagano nei Campi Elisi, perché non destinarle all’oblio, come le moltitudine che si perdono nell’oscurità della morte?”

“Sono regole, Omero, regole che Ade stesso non può governare. E poi ci sono le scelte. C’è chi non vuole dimenticare e non vuole essere dimenticato, riducendosi a spettro di se stesso”.

“Anch’io”.

“Quale poeta auspica l’oblio? Anche il più oscuro scribacchino sogna la fama, un qualche riconoscimento. I mortali desiderano l’eternità, così come gli dei invidiano la loro mutevolezza”.

“Non sembra esistere mondi felici”.

“Ti sbagli, esistono. Sono una miriade di universi creati in attimi di felicità, sono frammenti troppo spesso sottovalutati e dimenticati, risate e abbracci che sono fioriti con una bellezza che farebbe sbiadire persino la rosa più bella. Una volta passati, però, il loro sole si spegne, inghiottito dalla quotidianità”.

“Proserpina, almeno tu hai trovato il tuo posto?”

“È ora di tornare tra i tuoi eroi, Omero”.

Campi Elisi – Pt. 15

Eracle, l’eroe di altri tempi, troppo grande anche per dei poemi di guerra o di viaggio. Il suo coraggio ha sconfitto perfino l’invidia degli dei, ma non quella di un centauro e neppure la gelosia della moglie. I sentimenti sono la forza e la debolezza degli uomini.

“Sono sceso anzitempo in queste terre, ho sconfitto mostri, o viaggiato, ma non mi ricordo nemmeno il motivo. Forse una promessa, forse una gara o una lite. Quel che è certo, è che ho sofferto, ho rinunciato alla mia libertà, per fatiche che un dio mi ha imposto”.

“E sei diventato celebre. Le tue statue sorgono in ogni città”.

“Che ne puoi sapere tu di statue, poeta cieco? Che ne sai delle sofferenze e del dolore. Ho fatto una scelta una volta, ho imboccato la strada dell’eroe, e come Achille sono andato incontro alla mia rovina”.

“La rovina va incontro a tutti, celebri o ignoti. Tutti siamo risucchiati da un vortice di dolore, solo pochi riescono a emergere e spiccare il salto verso l’Olimpo. Dicono che tu ce l’abbia fatta, un semidio, l’eroe umano”.

“Tutto quello che mi ricordo è il bruciante istante in cui sono stato tradito. Deianira, una donna, mi ha ridotto in cenere. L’eroe di ogni tempo, ingannato da un morto”.

“Deianira non voleva ucciderti, voleva solo amarti”.

“A volte l’amore ferisce più di un leone, non può essere domato, e neppure eliminato. Come avrei potuto ucciderla?”

In questi campi il rammarico scorre come un fiume che sussurra le possibilità perdute, le vite non vissute e le pene che si sarebbero risparmiati. Ma dell’amore non c’è che una debole traccia, offuscata dalla miseria della vita.