Galleggiare

In caduta libera, non si ha peso. È quello che provano gli astronauti o semplicemente chi si getta da una grande altezza. In caduta libera il corpo non ha sostanza, diventa leggero come una piuma.

Se in caduta libera fossero i pensieri, allora da macigni si trasformerebbero in farfalle, non avrebbero più peso, non avrebbero consistenza e si solleverebbero dal petto come fogli di carta. Li vedremmo galleggiare davanti a noi, innocui e senza materia, in tutta la loro fragilità.

A volte cadere non comporta la rovina, ma l’ebrezza di perdere un peso.

Sul fiume

La zattera stava procedendo con dolcezza, seguendo il ritmo del fiume. Non c’erano parole che galleggiavano nell’aria, solo gli arabeschi silenziosi di una libellula che giocava tra le due ragazze. In quella mattina di primavera bastava guardare il cielo per capire che non ci sarebbe stato più un momento come quello. La voce sarebbe risuonata come uno scoppio di fucile e i sogni sarebbero volati via assieme alle illusioni, come uno stormo impaurito di uccelli.

Gli occhi celesti di Anna cercavano i segreti del fiume, si perdevano sulle lievi increspature dell’acqua, mentre ripensava a quell’estate in cui nel suo retino era rimasto impigliato un pesce multicolore. Tra le grida di felicità e dispiacere della piccola Margherita, aveva subito rigettato nella pozza il pesce che si dimenava in agonia mentre il suo corpo scintillava al sole. Margherita avrebbe voluto tenerlo, ma la vita del pesce non meritava una simile tortura. Nessuno meritava di essere messo in una boccia trasparente, dove ogni segreto sarebbe stato esposto agli occhi di tutti.

La pelle abbronzata di Margherita cercava il sole, mentre gli occhi chiusi per non essere feriti dai raggi mattutini ripercorrevano il sentiero nascosto dalla neve che un giorno la portò a bussare alla casa di Anna. Erano inseparabili, sorelle per scelta, amiche per abitudine. La sera d’inverno in cui era entrata nel circolo di luce della casa di Anna, Margherita era scappata dal collegio in cui si trovava. Era sporca di terra e bagnata di neve, aveva gli occhi duri come la terra in inverno. Ma con Anna aveva imparato nuovamente a sorridere.

La vita prosegue, a volte lenta come la barca su un fiume in risorgiva, a volte veloce come un torrente di montagna. La vita sarebbe andata avanti. Ma non quella mattina. Per quella mattina, l’ultima dell’infanzia, sarebbero state ancora una volta solo loro due, Margherita e Anna.

Caparbietà

Luca era un’anima che non si rassegnava e continuava ad andare avanti, anche quando la stanchezza gli suggeriva di fermarsi, di lasciar perdere e di alzare le mani davanti alla realtà. Non sapeva se fosse per testardaggine o per qualche virtù senza un nome specifico, ma Luca non chinava con facilità la testa a ciò che gli veniva detto.

Caparbio, lo definivano, testa dura, secondo altri, stolto per i più. Luca trovava molti aggettivi sulle labbra dei molti, ma non lo infastidiva più di tanto. Era più infastidito dai pensieri non espressi della cerchia che lo avrebbe dovuto sostenere, quelle mezze parole che stavano in attesa di un suo passo falso, del suo crollo, e non per aiutarlo a riguadagnare la posizione eretta.

Strana creatura l’umano, talvolta capace di grandi atti di bontà, ma spesso debole davanti alla tentazione di godere delle disgrazie altrui. Anche Luca aveva assaggiato quel distillato, ma ne aveva avuto un po’ di paura, e si era ripromesso di evitare di cadere in quel piacere crudele.

Procedeva, quindi, per la sua strada, nonostante tutto. La meta era ben chiara nella mente, un po’ meno nella pratica. Era anche cambiata qualche volta, ritoccata. Era ora di arrivare, però, anche solo per mettere un bavaglio a lingue che stavano diventando un po’ troppo rumorose.

Come un’eco

Sentire le voci non è mai un buon segno, lo sanno anche i bambini. Il buon segno è sentire quello che tutti gli altri percepiscono. In caso contrario, l’etichetta di pazzo viene applicata in velocità, e con la stessa velocità si crea un’area di sicurezza attorno al soggetto.

C’erano giorni, però, in cui sentiva una sorta di eco, una voce lontana che ripeteva e sussurrava disperata frammenti di parole nel tentativo di comunicare il suo amore, o la sua disperazione o entrambe fuse in un groviglio di dolore e di piacere.

Erano voci che provenivano da lontano, da tempi ormai remoti e dimenticati. Ripetevano insistenti la litania antica e spezzata di moniti e di preghiere, di perdita e di amori. Come Eco, anche loro erano condannati a essere voce senza corpo, anima senza materia. E come Eco vagavano, con la flebile speranza che qualcuno presti loro attenzione.

Campi Elisi – Pt. 14

“Mille voci siamo, e parliamo con gli dei. Sussurriamo il futuro, vediamo fra le pieghe di ciò che deve ancora avvenire. Le nostre parole si susseguono leggere, talmente lievi da essere scompigliate da un semplice alito di vento. Sibille ci chiamiamo, e Apollo ci parla”.

“Rincorri, rincorri quella foglia e vedrai che il destino che ti attende non sorriderà ancora per molto. Cosa dici? I nostri occhi sono troppo offuscati dal fumo per vedere il tuo volto e la tua voce si confonde tra quelle di mille altre domande”

“Il figlio diventerà il tuo assassino, guardati dalle mani di chi non conosci”.

“La follia si posa sulle nostre labbra. Un canto millenario di speranze, morte, disperazioni e successo si intreccia attorno a chi richiede il nostro consiglio. Vogliono parlare con il dio, ma si devono accontentare delle parole di Sibilla”.

“Grandi navi, legno per proteggere le città Vedo la rovino, ma vedo la salvezza. Forse solo chi sa già la risposta riuscirà a capire quel che vogliamo”.

“Un dio non parla con voci umane, un dio non può usare un linguaggio mortale. Non stupirti della nostra confusione. Sei tu che non sei allo stesso livello di un immortale. I piani degli dei sono imperscrutabili dalle vostre menti. Noi siamo solo un ponte”.

“E quindi, straniero, dicci. Cosa vorresti svelato?”

Campi Elisi – Pt. 13

Pochi possono vantare di aver varcato le soglie dell’Oltretomba, poiché alle anime non è permesso tornare sui propri passi per rivedere i viventi. Tra quei pochi, una donna che ha desiderato morire e un eroe che è stato avvolto da un bruciante tradimento sono riusciti a risalire in superficie.

“Ma a che prezzo”.

“Alcesti, moglie e madre: sei stata pronta a sacrificarti per tuo marito, quando nessuno mai lo avrebbe fatto, e mi sono sdebitato della cortesia dimostratami dalla tua famiglia e ti ho strappata al tartaro”.

“Non è una fatica che ti sia stata richiesta, Eracle. La decisione era stata presa, il mio corpo giaceva freddo e senza vita, mentre l’anima vagava anzitempo in questi campi, sollevata dalle noie terrene, dalla voce petulante di un marito che questua anni di vita. Io ho voluto dare l’esempio, e non un uomo, un guerriero, io, la donna che dovrebbe rimanere a vegliare il focolare”.

“Se non fosse stato per un errore anche Euridice avrebbe condiviso il tuo fato. Perché ti lamenti?”

“Felice Euridice che è scomparsa alla soglia, prima che la sua anima pallida toccasse il sole. Gli occhi umani non possono tollerare di vedere in faccia Proserpina, la mente è in grado di sopravvivere a questo freddo. Io ero morta, e morta sono rimasta, un semplice simulacro affianco a un uomo che non chiedeva altro se non una statua muta e fredda”.

“Io sono sceso, salito, sono stato fatto dio, e non mi è sembrato così faticoso”.

“Eracle, la tua mente di semidio segue strade più semplici della mente di una mortale. Nelle tue vene scorre il sangue del padre degli dei. Per te la mortalità non è che un passaggio. Ma per noi la morte non è reversibile”.

“Il tempo qui non cambia mai, e neppure i tuoi discorsi, Alcesti. Hai abbracciato la morte per dimostrare quanto fosse patetico il tuo sposo, mi hai seguito con il capo chino, avvolta in una veste nera, e così ti ritrovo ancora una volta negli inferi, infelice di quello che ti ho offerto”.

“Mi hai offerto una parvenza di vita. Torna a giocare con la tua pelle di leone, Eracle, e io torno al mio rancore”.

Immobilità

In paese quasi tutto rimane immobile, anche gli abitanti. Non erano delle statue, né dei simulacri, ma le azioni che venivano compiute si ripetevano di giorno in giorno, come un meccanismo che tragga la forza di funzionare dalla ripetizione dei gesti. Nulla cambiava, ma tutto si perpetuava, uguale a se stesso. Se un meccanismo cadeva, veniva subito rimpiazzato.

Se qualche mutamento avveniva, questo era impercepibile all’inizio e mostrava i suoi segni solo dopo lunghi anni di logorante lavoro. Nel presente, però, i rumori, i sospiri, i colori e le forme avevano sempre lo stesso aspetto. Il cambiamento era visto con sospetto, come l’assassino che trucida l’equilibrio. Dopotutto l’equilibrio è comodo, e tutto, anche le forze inanimate, tendono all’inerzia e a mantenere un equilibrio. È una regola base, e le regole base non si discutono.

Non si discutono, ma sono noiose e si richiudono su se stesse come comode gabbie dall’aspetto ignoto. Ma anche le celle dei matti sono imbottite di comodi cuscini.

Forza

E quindi affrontiamo questa settimana con leggerezza. Anche se di leggero non c’è proprio molto. In primo luogo perché tempo di andare nella tana del lupo, ma in suddetta tana c’è una persona cui voglio bene, quindi mi porterò un po’ di cibo per tenere a bada il lupo. E poi perché raggiungere la tana richiede uno sforzo non indifferente, e io sono diventata insofferente ai viaggi eccessivamente lunghi verso mete non molto interessanti.

Non rimane che cercare i famosi lati positivi, esercizio in cui non sono mai stata particolarmente brillante. Per quanto non vada di moda, la mia mente sembra essere predisposta a individuare prima i lati più seccanti di una vicenda, tralasciando quelli piacevoli. Vediamo un po’ se questa volta il tentativo funziona meglio e risco a non uscirne stremata e morsicata. Sempre dal lupo di cui sopra, ovviamente.

Che poi chiamarlo lupo è fin troppo lusinghiero, visto che non ne condivide né la bellezza né l’eleganza. Penso di inserire questo pensiero nella scatola di sopravvivenza che porterò con me. Non proprio positivo, ma almeno divertente: è sempre un progresso.

Sei pronta?

Allora, sei pronta?

No, mi sembra ovvio. E quando mai sono stata pronta? Basta andare allo sbaraglio, poi qualche cosa si metterà per il verso giusto, spero.

Il tuo modo di affrontare la questione non mi sembra molto efficace.

E che cosa dovrei fare? Preparare un foglio con una programmazione fitta di eventi, un diagramma per ogni scadenza possibile? Sono anche un po’ stanca di queste cose. Ti assicuro che andrà tutto come deve andare.

Posso ricordarti che non hai nemmeno trovato il vestito adatto.

Non è colpa mia, sono i negozi che non presentano la soluzione perfetta al prezzo perfetto. Ma non preoccuparti, non ho intenzione di andare in giro con il vestito adamitico.

Lo so, non è bello come il mio. Hai visto che squame lucide?

Prego.

Non ti ho ringraziato.

E quando mai? Ma se io non ti dessi da mangiare cibo adatto le tue squame sarebbero ben diverse.

Non prenderti meriti che non hai. Hai visto il mio piano per la fuga?

Sì, ammetto che a volte il tuo cervello di pesce mi stupisce. Ma è stato rifiutato. Devo fare qualche dispetto a qualcuno che, a quanto sembra, mi ha preso proprio in antipatia.

Non migliorerai la situazione.

Sei diventato saggio? E poi non devo essere amica di tutto il mondo, o no?

Come vuoi tu. Buona tortura, sblurp.

Tu sarai con me, ricordati.

Non mi ricordo mai niente io. Sblurp sblurp!

Sogno

Ho galleggiato sopra terre sconosciute, un’accozzaglia di luoghi visti e mutati, immaginati e dipinti. Ho viaggiato su terre multicolori, e altre oscure e tenebrose. Mi muovevo lentamente, come una piuma che venga sospinta da leggere brezze incapaci di spostare una foglia. Volteggiavo come se non avessi peso, e di tanto in tanto sfioravo quel mondo di cristallo per poi essere sospinto un po’ oltre.

Questo mondo ha delle regole peculiari, che non possono essere racchiuse in quelle della fisica. D’altronde la fisica stessa conosce i propri confini, oltre i quali ci sono poco più che ipotesi. Ebbene, in queste terre le ipotesi sono il reale, il reale è un’ipotesi, le certezze svaniscono come bolle di sapone, lasciando solo un dolce profumo e gocce multicolori.

Ho galleggiato come un palloncino preso a una fiera e sfuggito alla mano sporca di zucchero di un bambino. L’odore di festa è rimasto sospeso in aria, ma svanirà, per lasciare il posto a un vago sentore di tempesta, che porterà quella goccia di aria e sogni ancora un più lontano, fino a quando non esploderà lanciando in aria con un grido i sogni di una giostra festosa.