Campi Elisi – Pt. 12

Imperscrutabili sono i piani degli dei, sembrano dei labirinti in cui non è possibile trovare la strada che conduca al centro o alla salvezza. È un labirinto che non ha fine e dal quale non è possibile sfuggire, come ragni in un’elaborata ragnatela.

“Il labirinto è la mia vita. Nella città natale si nascondeva un segreto cruento e indicibile, che chiedeva vittime e nutrimento. Con un filo d’oro ho rischiarato quelle tenebre per uno straniero venuto dal mare, e nel mare scomparso. Il labirinto mi ha accompagnata in un viaggio senza senso, lontano da mio padre, lontano dalla mia terra, con mille pensieri che non pensavo di conoscere. E poi il labirinto piatto del mare, che sussurrava di una fuga di colui per il quale avevo perso tutto. Talvolta il luccichio delle onde mi rimandava frammenti di un filo d’oro, del tutto inutili, però, per trovare una via d’uscita”.

“Sei stata salvata, Arianna. Tu sei amata dagli dei, e da un dio in particolare”

“Il dio dell’ebrezza mi ha mostrato le vie multiformi della mente, mi ha svelato il gioco che si cela in ogni goccia ambrata. Ma io, su quella spiaggia, sono morta. Quel mare mi ha tolto il respiro. E il dio temo sia solo un sogno di una fanciulla che non ha scorto più il sole nella sua vita”.

“Teseo è stato punito”

“Non volevo vendetta. Volevo solo quell’uomo”.

Campi Elisi – Pt. 11

“C’è molto dolore in questi luoghi, poeta. Un dolore antico, che riecheggia come se Eco fosse stata intrappolata in queste mura. Ma Eco è una ninfa, ed è tornata a far parte della natura, non come noi, condannati a non sentire mai più il calore del sole. Sole, padre mio, non mi hai impedito di soffrire terribili sventure in vita”.

“Medea, riconoscerei la tua voce da fattucchiera tra mille donne. Molti direbbero che sei stata tu stessa artefice della tua rovina”.

“La gente parla, ma la gente non sempre sa. Giudicano usando loro stessi come unità di misura, ma rispetto alla mia, loro non sono che piccoli e insignificanti nani”.

“Le tue mani sono sporche di sangue. Sangue di fratello, sangue dei figli. Hai sparso la morte con i tuoi veleni e con le tue azioni”.

“Gli infidi veleni sono per i nemici che non meritano la mia presenza. Ma le mie creature, e anche quel giovane che ha cercato di fermarmi, loro hanno meritato che le mie mani si stringessero sulle loro membra. Ho voluto assistere a ogni singolo respiro, fino all’ultimo momento, in cui gli occhi luccicano più del sole. I sacrifici sono necessari. Lo chiedono gli dei, lo chiede l’amore. La colpa risiede in quell’infido uomo che mi promise amore, ma mi diede solo una vita in esilio, negletta e sempre straniera, in una terra che non ha mai voluto riconoscermi”.

“L’errore causa grandi dolori. Ma può questo rancore giustificare il sangue sparso? Può essere abbastanza per calare il coltello sul collo dei figli?”

“Non ci sono innocenti in questi campi, Omero. Ne hai forse trovato qualcuno?”

“Eppure, tra tutti, ti hanno chiamato assassina”.

“E sono qui, tra gli amati dagli dei”

“Imperscrutabili sono i piani degli dei”

Senza pazienza

Quante volte ci hanno ripetuto di avere pazienza o ci siamo detti di portare pazienza? Non è possibile quantificarne il numero, semplicemente troppe. Bisogna avere pazienza con gli altri, con se stessi, con il mondo intero. Bisogna avere pazienza nell’attesa che una rosa sbocci, che un fiore si apra, che un pezzo di legno metta le radici. Sono i tempi della vita e della morte che richiedono pazienza.

E se di pazienza non ne rimane, si trova sempre qualche scorta in un angolo recondito, perché non si può fare altrimenti. Talvolta il respiro diventa pesante e il cuore batte troppo forte, come se volesse urlare al mondo che c’è un essere umano che vuole essere sentito e ascoltato. E con pazienza si attende che qualcuno si accorga di quel tamburo impazzito.

Il tamburo impazzito segna la marcia impaziente di un folle che non accetta di aspettare e che vorrebbe mettere il prima possibile le sue mani tremanti e la sua mente avida su qualche novità.

Ritornare

Tutto prima o poi si ripresenta, magari dopo aver mutato qualche particolare, o con una voce nuova o con un aspetto più logoro, consunto. In ogni caso, tutto ritorna, inesorabile. Anche quando si crede di aver finalmente lasciato alle spalle un odio, un ricordo, un dolore o un amore, questi ripercorrono la via, seguono i passi e si ripresentano con il sorriso sornione di chi sa che non è così semplice liberarsi di qualcosa.

Anche il mare restituisce alla terra alberi e pietre, li getta come naufraghi sulla spiaggia e aspetta che qualche terrestre li raccolga per portarlo lontano dal mondo acquatico. La mente compie lo stesso movimento: rigetta anche i rifiuti più sgraditi.

E ora ha ripresentato ciò che per molti anni era stata una gemma preziosa, ma che si era rivelata un semplice pezzo di vetro. Anche un coccio ha la sua bellezza, si riempie di riflessi multicolori e riverbera la luce diventando ora liquido ora una libellula pronta a prendere il volo.

Avrei voluto che questo vetro divenisse il primo pezzo di una vetrata multicolore, ma quella vetrata è stata infranta troppe volte. E allora rigettiamo il vetro in mare, nella speranza che le onde non lo riportino indietro.

Terra bruciata

Il carattere può essere una brutta bestia, molto difficile da domare, soprattutto se non risponde ai canoni predominanti. Arianna ne era consapevole, per cui cercava di ingentilire le sue azioni per risultare il più simpatica possibile. Aveva paura di creare un deserto di terra bruciata attorno a sé, e la solitudine, se troppo persistente, crea una malsana dipendenza.

Un albero può sembrare dritto, ma basta scartare anche di pochi passi di lato, e subito appare la sua inclinazione che lo rende diverso. Lo stesso succedeva ad Arianna: non riusciva a mantenere amicizie o rapporti per più di qualche anno. E per quanto si sforzasse, c’era sempre una saggia persona che le consigliava di cambiare il suo carattere.

Arianna era cambiata, con il tempo, con la pazienza, lavorando sui suoi difetti e sui suoi pregi. Continuava a non avere amici, perché la fama è un gran chiacchierona, e perché non è semplice incontrare persone pronte ad accogliere qualcuno di nuovo. Non era una di quelle bambole tutte sorriso, gridolini e atteggiamenti leziosi, ma di certo non era un mostro musone che inceneriva i passanti.

Arianna era cambiata. E per questo rifuggiva la sua immagine riflessa in specchi e vetrine. Era cambiata, e non si riconosceva più. Si chiedeva se ne fosse valsa la pena mutare talmente tanto da scoprire una straniera che cammina in territori sconosciuti.

Incontro

Fermo! Non muoverti!

E chi si muove? E se anche fosse, perché non posso andare? Qualcuno me lo vieta? E chi sei tu per vietarmelo? Anzi, chi sei tu?

Ma come, non ti ricordi?

Di cosa dovrei ricordarmi? Di te? E poi non si risponde a una domanda con una domanda, è poco gentile.

Non sei proprio cambiato, sempre puntiglioso e, soprattutto, permaloso.

Permaloso, io? Ma non mi hai ancora detto chi sei.

Ah, giusto, sono Annette.

Annette?

Annette. Lo vogliamo ripetere ancora?

No, solo che non mi dice niente.

Gentile da parte tua.

Non è colpa mia. Potresti esserti sbagliata. E ancora non mi hai detto perché dovrei stare fermo. Cosa che sto facendo, fra l’altro, con un po’ di scomodità.

Perché rischi di cadere.

Cadere? Ma se ho i piedi ben piantati per terra? E non vedo burroni, buchi, depressioni, ostacoli di alcun genere.

Fidati, se ti muovi, cadi. Comunque strano che non ti ricordi di me. Annette, abbiamo frequentato qualche corso assieme all’università.

Mi dispiace, ma non ricordo molti compagni di università. Non sono molto espansivo.

Lo so, ma io mi ricordo di te. Ero sempre qualche fila indietro, odio la prima fila, mi sembra di non avere protezione. E si rischia sempre di cadere, ovviamente, come adesso.

Annette…no, non mi dice niente, mi dispiace. E quando posso muovermi?

Semplice, quando deciderai di cadere.

Prego?

Cadrai, è un dato di fatto. E ti farai anche male, dipende solo da te capire se vuoi cadere subito o se vuoi attendere.

Sai che dico? Penso che tu sia un po’ smarrita.

Gentile sempre tu. Ci vediamo.

Ehi, aiutami! Sono caduto!

Te lo avevo detto. Ah, forse Annette non ti dice niente, ma Cassandra?

Tu sei Cassandra? Ora mi ricordo, ti avevamo dato questo soprannome. Stammi lontana, succedono cose strane dove sei tu.

No, io vedo gli avvenimenti e vi avviso. Siete voi che non ci credete.

Campi Elisi – Pt. 10

“La mano del padre è la mano dell’assassino. La vedo, la vedo bene. Le mie vesti nuziali sono perfette anche per un sacrificio. Questi uomini lo chiamo re, io lo chiamavo padre, ora lo choamo assassino”.

“No, Ifigenia, non è vero. Un cerbiatto ho sacrificato, così mi hanno detto gli dei. O non saremmo potuti partire”.

“Figlia, ti ho portato in queste terre sconosciute per darti alla vita, ma mi accorgo che solo la morte ti attende. La mano del padre è la mano dell’assassino. La mano del mio sposo calerà armata sul collo di mia figlia. Questo torto non passerà impunito, Agamennone. Te lo giuro, il tuo ritorno sarà tinto di rosso”.

“Clitemnestra, non angustiarti. È stata compiuta la volontà degli dei. Questo mi è stato richiesto, e questo è stato compiuto”.

“Per un refolo di vento, mi si richiede il mio respiro. Come può un’impresa essere propizia se comincia con la morte di un innocente. Non è per colpa mia che questi giovani devono salpare per morire sulla sabbia di una città che nemmeno conoscono, per un re che non è il loro, per una donna che ha fatto una scelta, per un gioco, una scommessa divina. L’invidia degli dei causa grandi dolori”.

Gli dei invidiano la mortalità, i mortali vogliono l’immortalità, e poi ne rimangono prigionieri. Ifigenia sogna di diventare vecchia, magari vicino a un semidio famoso per il suo valore, il semidio sogno la gloria, anche se questa lo priverà della vita, il re sogna la gloria di un campo di battaglia in cui no sarà protagonista, la regina brama vendetta contro chi l’ha privata di ogni felicità.

Campi Elisi – Pt. 9

Gli amati dagli dei. Chi sono veramente gli amati dagli dei? Uomini, donne e semidei che sono diventati dei simboli, che hanno trasformato il loro corpo di carne e ossa in qualcosa che davvero è immortale e che riesce a parlare senza una bocca. Sono idee incarnate in personaggi. Nei Campi Elisi, però, queste idee si ripiegano su se stesse, si ritorcono e non riescono a trovare pace, ripercorrono uno, dieci, mille volte lo stesso percorso che nella vita li ha dilaniati conducendoli alla rovina. Non sono capaci di trovare perdono, questo è compito di chi respira ed è ancora in divenire, non sanno dimenticare, altra capacità che sono chi ha un cuore può comprendere.

La dimenticanza può essere la salvezza. Ma i versi di un poeta cieco e le storie dei suoi successori hanno reso impossibile alle anime scivolare tra le acque del fiume Lete. L’immortalità spetta agli amati degli dei.

“Essere re non ha impedito, però, di essere sgozzato come un animale sacrificale, davanti a una vasca, dopo aver calpestato un tappeto rosso, rosso come il mio sangue, rosso come la vendetta che Clitemnestra ha voluto giocare su di me. Ero un re, sono stato ridotto a una vittima”.

“Agamennone il tuo lamento rimbomba tra i tuoi discendenti e ripete le maledizioni di Atreo. La tua stirpe non è fortunata. La tua stirpe è antica, e le leggi che la regolano lo sono altrettanto”.

“Poeta, parli di leggi, come se fossero le costanti che scandiscono i tuoi versi, un ritmo che si propaga ovunque e che affligge i miei antenati e i miei discendenti. Forse qualcuno si salverà”.

“Si salverà il figlio, che sporco di vendetta ha chiesto giustizia agli uomini. Anche le Erinni devono trovare pace. Anche le Erinni si sono stancate di rincorrere un colpevole che trascina il pesante fardello dei padri”.

“E Ifigenia. Che ne è di Ifigenia”.

“Lei è stata la tua vittima. E tu lo sai, Agamennone. Sei stato sacrificato all’altare esattamente come tu hai immolato una fanciulla per una guerra che ha richiesto fin troppi sacrifici”.

“La mano del padre è la mano dell’assassino. Dunque è vero?”

Aria

Ci sono momenti in cui l’aria sembra essere più densa, quasi viscosa: i bronchi si dilatano, si annaspa alla ricerca di ossigeno, nel tentativo di liberarsi da una sensazione di oppressione e di soffocamento.

Aria lo sapeva bene. Quello che non sapeva era perché l’avessero chiamata in quel modo, come l’elemento più volatile e meno consistente tra tutti. Ma quello era il nome che si ritrovava e bisognava farci i conti. Il problema di Aria, in quel momento, era che aveva proprio bisogno di cambiare aria. Andarsene da quell’anfratto, liberarsi da una situazione che la teneva incatenata a terra. E quella zavorra erano proprio le aspettative che le piovevano da ogni parte, doveri imposti che reclamavano di essere soddisfatti e che lei, ne era certa, non avrebbe potuto mai portare a compimento.

Per questo Aria se ne andò. Svanì in un giorno umido, uno di quelli in cui si fa penetrante l’odore di pioggia e anche respirare sembra essere un’impresa. La sua famiglia disse che non aveva lasciato niente, nessun messaggio, nessun suggerimento di dove fosse andata. Era semplicemente scomparsa.

Aria era scomparsa per inseguire i suoi sogni, per respirare, finalmente, per sentirsi libera leggera come il nome che le avevano donato e che fino a quel momento era un peso strano e senza senso. Si dice persino che sia diventata pilota e che sia volata in ogni angolo del mondo, ma altri sostengono che semplicemente abbia vagato come fanno le nuvole, sospita dai capricci del vento e dai desideri di curiosità, per poi precipitare leggera in qualche angolo del mondo in cui l’aria era conosciuta per la sua leggerezza.

C’è chi viene e chi va

È come stare in riva al mare: un’onda si infrange sulla spiaggia, e poi si ritira, per lasciare il posto a una successiva onda, e così per un’altra ancora, all’infinito. Alcune lasciano qualche detrito sulla sabbia, magari qualche tesoro, o un legno loro e levigato dal mare, altre, si limitano a imprimere un’effimera traccia umida, che poi scompare in pochi attimi.

C’è chi viene e chi va. Non sempre è facile lasciare andare. Ci sono saluti mancati che pesano come macigni altri che sono leggeri come ali di farfalla. E poi ci sono pietre che dovrebbero proprio essere gettate a largo, come zavorre inutili, ma che se ne stanno lì, incapaci di andarsene, incapaci di essere allontanata. Ci sono persino onde che dopo esserne andati con tanti addii, tornano, come se niente fosse, con un sorriso e con la convinzione che tutto possa tornare come prima. Non vedono che l’orizzonte, per quanto poco, è mutato e qualcosa si è incrinato, la cima si è sfilacciata e stanca pende senza più essere tesa.

E poi ci sono i nuovi arrivi. Non tutti desiderati, non tutti voluti, ma di certo pieni di soprese e di novità. Arrivano timidi o con prepotenza, lasciano un una conchiglia che canta di sirene o alghe che al sole diventano schiuma maleodorante, o non lasciano nient’altro se non promesse incise sul bagnasciuga.

C’è chi viene, chi va, e chi chiede di essere lasciato andare.