Un gran problema

Sarebbe stato un gran problema rimanere bloccati in quel posto, senza la possibilità di tornare indietro o di procedere. Si trovavano in una sorta di limbo, in cui le anime, però, erano provvisti di corpi, e i corpi si stavano stancando di aspettare. Soprattutto perché la vicinanza del resto a altri essere umani è inversamente proporzionale al tempo trascorso assieme a quegli estranei.

Il giornalista non si stupì, quindi, dei racconti che i passeggeri gli narrarono una volta portati in salvo dal treno che si era bloccato in un qualche passo sperduto in mezzo alla montagna. Se non erano giunti al cannibalismo era solo per mancanza di strumenti abbastanza aguzzi da poter eliminare il nemico.

L’opinione pubblica fu molto meno comprensiva. Ribattezzò i malcapitati come selvaggi che non erano adatti alla società. Per fortuna che l’enorme macchina che costituisce il sentimento comune è quasi privo di memoria, e il biasimo si ridusse, di conseguenza, a qualche manifestazione di sdegno durata al massimo un paio di settimane.

All’inizio non successe niente, si crearono anche dei tentativi di cooperazione per poter trovare un’uscita a quella scomoda e statica situazione. Si sapeva bene che più il tempo passava e meno sarebbero riusciti a tenere i passeggeri sotto controllo. Il primo problema sorse al rifiuto da parte del capotreno di aprire le porte delle carrozze o anche solo i finestrini: “Ci sono i protocolli, e io seguo i protocolli”.

“I suoi protocolli sa dove può metterseli?” urlò uno dei passeggeri.

“Sì, in ufficio, in bella vista, in modo da poterli consultare in casi come questi”. Dopodiché si chiuse nella vettura di testa e non si fece più vedere, causando il malumore generale dei passeggeri. In realtà il capotreno si stava mettendo il contatto con i soccorsi, come prevedeva il protocollo, ma era un particolare che non aveva riferito ai compagni di sventura. Dopotutto, il comunicare le proprie azioni non faceva parte del protocollo.

Si passò, allora, al tentativo di sfondare le porte. Prima ruppero un finestrino, ma il freddo glaciale costrinse tutti a rientrare nella carrozza e a riversarsi in quelle ancora intatte, causando un aumento di malumore tra gli occupanti. Per un posto occupato da una valigia si rischiò di arrivare alle mani, ma la presenza di un energumeno che faceva da barriera tra i due litiganti evitò il peggio.

Ci furono pianti, litigi per i pianti troppo rumorosi, scene di isteria alla morte dei cellulari, che prendevano ben poco in quei monti. Alla fine i soccorritori si ritrovarono fra le mani un’umanità esausta e sul piede della ribellione.

Tutti tranne il capotreno che, uscito dalla sua vettura assieme al macchinista borbottò: “Ma che bisogno c’era di sfasciare un finestrino? Il protocollo non lo prevedeva in questo caso”.

Punti nel cielo

Luc guardava il cielo ini continuazione, ogni volta che ne aveva l’occasione, anche quando parlava con qualcun altro. Da piccolo aveva visto dei punti multicolori che galleggiavano silenziosi. Non sembrano neppure muoversi, eppure lentamente avanzavano spinti dal calore del fuoco e dalla forza del vento.

Mongolfiere, gli aveva spiegato il padre.

Da allora Luc era diventato un cacciatore di mongolfiere. Ovunque fosse, in qualsiasi situazione si trovasse, sperava di intravvedere quei cesti sospesi nel vuoto, quegli impavidi giganti d’aria e calore che osavano sfidare il cielo e il vento.

Un giorno, pensava Luc, salirò sulle mongolfiere e vedrò il mondo intero piccolo come ossa di formica.

Le mongolfiere portavano i sogni di Luc in ogni angolo del mondo, e li sganciavano come fantasiose zavorre in terre lontane, che Luc poteva solo immaginare nelle sue avventure di bambino. L’uomo poteva volare, poteva starsene sospeso in alto e rimpiangere il suolo.

Intanto Luc non sa ancora se il suo desiderio verrà realizzato. Si limita a scrutare il cielo in cerca dei suoi sogni di ritorno da un’avventura esotica.

Campi Elisi – Pt. 8

“Di risposte è fatta la mia vita”.

Ma certo, chi meglio di Edipo potrebbe parlare di risposte. Dopotutto la sua vita era punteggiata da punti interrogativi da dover risolvere, e a ogni risposta piombava sempre più a fondo in un baratro di dolore e di fraintendimenti. Eccolo, quindi, cieco e maledetto, perché nemmeno gli occhi gli hanno permesso di vedere l’inganno e la rovina piombare su di lui.

“Pensavo di essere superiore agli altri per intelletto. Liberai Tebe dalla sfinge, ho visto quell’essere antico e saggio chinarsi alla mia intelligenza mortale. Edipo il salvatore, Edipo il re. Ero indebriato dalla gloria, asuefatto dal successo. Ero un uomo che si sentiva invincibile e immortale. Ma ero cieco ancor prima di strapparmi gli occhi: non vedevo le mani sporche di sangue e non riconoscevo neppure mia madre. Ero senza vista, anche se potevo ammirare il sole e vedere i volti dei miei figli fratelli”.

A volte il fato sa essere crudele e non perdona nemmeno chi ha compiuto atrocità senza sapere di essere un mostro.

“Spiegami Omero: chi è più mostro, il parricida che sposò la madre, o una chimera che sputa lingue di fuoco? La seconda segue solo la sua natura, anche se tremenda, il primo sovverte l’ordine, anche se senza volerlo”.

Ma sono solo un cieco poeta che non ha voglia di rispondere. Ho cercato di cucire nei versi dei suggerimenti, delle risposte, che potessero illuminare la strada offuscata di qualche umano. Un cieco che guida un esercito di ciechi non ottiene la vittoria con facilità.

“La fine mi colse e mi portò qui, dopo una vita di povertà e disperazione. Anche questa è una risposta”.

Campi Elisi – Pt. 7

“Ancora mi chiedo come sia possibile che quella lingua di serpe sia stata accolta fra gli amati dagli dei. Ci sono momenti in cui ho dubitato dell’esistenza di qualsiasi tipo di divinità capace di garantire ordine e giustizia. Non ho visto giustizia nella mia vita, solo morte e perdite. L’ordine è solo un’idea di cui non ho visto l’applicazione. Ma l’infida mente è tornata a casa e ora gode di ogni onore anche qui, nell’oltretomba”.

“Dicono abbia sofferto grandi patimenti”.

“Tra tutte, anche tu, vecchia, sprechi parole in sua difesa?”

“Non in sua difesa. Ma ormai la vita non ci appartiene più, il nostro corpo è solo un ricordo sbiadito. Io che sono stata anche una cagna nera colma d’ira, sono stanca di latrare maledizioni”.

“E tu poeta, senti le nostre voci? Sei felice del destino infelice che queste due donne, ignoranti di guerra, ridotte a impersonare poveri momenti patetici in un mare in tempesta, hanno dovuto subire?”

Non conoscono pace queste anime tristi, neppure ora che la sabbia di Troia ha dimenticato il sangue che l’ha impregnata. Eppure molti sembrano aver da ridire sui miei versi, quei versi che li hanno resi immortali, nonostante siano solo un cumulo di ossa, tendini e muscoli.

“Andromaca, la guerra è violenza, ed è fatta da sconfitte e dolori, ma alla fine cerchiamo di ricordare solo la vittoria. Hai sofferto, ma guarda Ettore: ora è là con Achille”.

“Ettore, il mio amato, il figlio di questa donna che tutto ha perso, che ha sepolto uno dopo l’altro i suoi figli, Ettore ha smarrito il senno oltre al corpo. Non ha nemmeno il coraggio di guardarmi. Io conoscevo Achille meglio di lui: mi rubò il padre e i fratelli. Glielo dissi, lo avvisai di limitarsi alla difesa ma una donna non deve proferire parola sulla guerra. Materia fatta per gli uomini dall’intelletto fino”.

“Adromaca, mia cara, non inveire contro un cantastorie. Con mille voci ha navigato i secoli per portare i nostri lamenti come monito ai posteri”.

“Certo, monito. E poi dimmi, Omero, che tutto sai anche se nulla vedi. Perché Odisseo è qua, perché quell’ingannatore gode del favore degli dei? È l’assassino di mio figlio, le sue parole, non le sue mani hanno fatto cadere Astianatte. Perché il pusillanime non ne avrebbe mai avuto il coraggio”.

“I piani degli dei mi sono sconosciuti, Andrmaca, e non difenderò i miei versi, sarebbe un’apologia tardiva”.

“Le ninfe diventano alberi e roccia, il loro dolore si fonde e si perde nella natura, trova pace nel canto degli uccelli, nel fruscio delle foglie e nel mormorio dei fiumi. Perché il mio dolore deve rimanere qui, nel petto, a ruggire forte, anche ora che del petto e del cuore sono rimasti solo i vaghi ricordi? Ho perso tutto, padre, fratelli, amore e figlio, anche la dignità. Ma nessun dio mi trasformò in foglia per sottrarmi alla misera fine”.

I piani degli dei sono imperscrutabili, sempre che ci siano effettivamente dei piani e degli dei. Forse sono solo parole di uomini che cercano di rispondere a domande che non hanno risposte.

Cielo

Senti il vento che gorgheggia mentre trasporta le nuvole silenziose facendole correre per arrivare a una meta sconosciuta. Come passeggeri non desiderati gli uccelli si lasciano cullare dalla brezza, mentre l’aria cambia e il sole diventa di metallo per poi scomparire dietro qualche nube scura.

Senti, qualcosa sta per avvenire. Nulla di tragico o di irreparabile, forse qualche sbuffo di troppo o un sospiro del cielo. Anche il sole talvolta è stanco di risplendere violento. Nell’aria del cambiamento danzano fiocchi leggere e polvere impalpabile, disegnando arabeschi intangibili e inconsistenti, una sinfonia che nessuna riesce a captare.

Fuori tutto muta, anche solo per un attimo, per poi tornare alla normalità solita. Tutto viene sconvolto e sembra non essere in grado di tornare all’equilibrio primigenio, ma è solo una vaga sensazione, un’inquietudine destinata a svanire in una folata di vento estivo.

Meglio tacere

A volte parlare fa male, non tanto per gli altri, quanto per se stessi. Quindi meglio tacere, soprattutto se ci sono orecchie ben attente a captare qualsiasi idea degna di una qualche nota. Non che sia un vulcano di creatività o una mente particolarmente arguta. Se avessi avuto una di queste due qualità, mi sarei risparmiata probabilmente un lungo limbo in cui la bussola non era in grado di identificare il nord.

In un primo momento si pensa a un caso, a una coincidenza. Ma quando le coincidenze diventano tre o quattro per poi salire ulteriormente, la vicenda inizia a infastidire. Per lo più si tratta di banalità, di semplici desideri che, per motivi materiali o di tempo, non è stato possibile portare a termine. Eppure ogni vota che l’intenzione veniva espressa, ecco qualche damerino dotato di mezzi materiali e temporali riesce ad anticipare la mossa.

Poco male, almeno, per una volta, so se qualche intenzione rischia di portarmi in un burrone. E temo di non poter fare a meno di sorridere. Per il resto, meglio tacere idee più complesse e attendere il momento adatto.

Vertigini

Le grandi altezze hanno sempre il loro fascino terrorizzante, tanto che questo ammaliante fascino ha un suo nome, vertigini.

Non ho mai amato le altezze, ho persino il terrore di salire le scale a pioli o quei ritrovati architettonici che prevedono la scomparsa dell’alza di un gradino. Eppure, tra le cose da fare prima che qualche malanno o qualche sfortuna me lo impediscono, la maggior parte coinvolge le vertigini, probabilmente perché la paura spesso nasconde un desiderio più grande.

Il desiderio di vedere da un’altra prospettiva un mondo che sembra troppo piccolo e che si racchiude sui suoi occupanti come uno scrigno geloso. O forse il desiderio di sentire il vuoto. Perché le vertigini alla fine sono questo, sono il vuoto che chiama, sono il corpo che si sente allo stesso tempo pesante come un macigno e leggero come una piuma. E queste sensazioni inebriano la mente, la spaventano e la paralizzano, con un miscuglio di sentimenti che zittiscono il semplice e selvaggio istinto alla sopravvivenza.

Forse, il selvaggio istinto alla curiosità e al pericolo può sconfiggere anche le inibizioni più consolidate.

Campi Elisi – Pt. 6

È idea condivisa che i Campi Elisi siano luoghi tranquilli e felici, in cui le anime trascorrano le eternità traendo piacere da un giardino generoso, perfetto, che non conosce l’alternanza delle stagioni. Così lo avrei cantato, e così lo canterei ancora , perché di speranza di pace si nutre l’animo degli uomini. I poeti alla fine hanno questo compito: parlare al cuore, farlo riflettere e curarlo con un balsamo di parole. Ed è per questo che non è saggio credere alle parole di questi folli medici dell’anima.

“Come siamo riflessivi oggi”.

“La tua voce mi è conosciuta e mi è anche molto cara: Penelope. Noto che non ti sei riconciliata con Odisseo: è ancora laggiù che sospira come se fosse ancora sulle rive dell’isola di Circe”.

“Circe, quella fattucchiera. Ma abbiamo un’eternità per riavvicinarsi, se non erro. E sbaglio poche volte. L’ho amato, Odisseo, l’ho atteso con dedizione e pazienza, ma vedo il sangue che ha bagnato i saloni, e le urla di disperazioni dei nobili che hanno visto il corpo dei propri rampolli trafitti dalle frecce dell’ira di mio marito e di mio figlio. In altri tempi sarebbero stati chiamati assassini, non certo re e principe”.

“L’ira fa fare grandi sciocchezze”.

“La prima parola di uno dei tuoi poemi, il più sanguinoso, è ira, non penso sia un caso”.

“No, non lo è. Nulla è un caso in un poema in esametri dattilici, la metrica non lo permetterebbe”.

“Comunque erano proprio delle belle oche, e quell’aquila le ha uccise, una dopo l’altra, per poi tornarsene da dove era venuta. Un gran peccato, ho pianto a lungo. Dicono che qui, negli inferi, Caronte stesso sia rimasto colpito dalla folla di giovani che si assiepavano sulla riva dell’Acheronte”.

“La violenza è sempre un peccato. Eppure anche i miei versi ne sono intrisi”.