Come è andata oggi?

Come è andata oggi?

Come vuoi che sia andata? Come al solito, no?

Non ho mai capito che cosa volesse dire “Come al solito”. Ogni giornata, per quanto ripetitiva, non è mail uguale a quella precedente. Persone che cambiano, eventi che mostrano sfumature diverse, piccole variazioni che rendono ogni passo unico.

Eppure ci sono momenti in cui non sembra succedere alcunché, e i giorni assumono le sembianze di una catena formata da anelli uguali e monotoni o di una carovana che si allunga in un deserto di noia sotto un cielo sgombro di fantasiose nuvole.

I gesti si ripetono, le parole si susseguono come seguendo il copione di uno spettacolo che, alla fin fine, ha un solo un attore che fa anche da spettatore. E se la noia affonda, sta a quest’ultimo variare qualche virgola. Si sa, che a volte un punto spostato può mutare il senso di una storia intera.

Regina dei ghiacci

Il paese era arroccato sul fianco di una montagna, uno di quei posti che sembrano essere nati come dispetto e sfida alla natura stessa. Una manciata di casa e un campanile si tenevano stretti alla roccia, come stambecchi che non si muoveva, impavidi nei gelidi inverni, in attesa che l’estate portasse un po’ di sole mite.

Marc era un’anima di quel paese, un abitate dalla pelle ruvida, dagli occhi chiari come un lago di montagna e il corpo forte da contrapporre a un ambiente aggressivo. Nella stagione più clemente se ne andava a scoprire le vette più alte della montagna che gli faceva da madre, sorella e anche da nemica, per poterla conoscere ancora di più.

Aveva scovato caverne che custodivano ancora i resti di qualche sfortunato animale, si era riflesso su laghetti che comparivano solo al disgelo, e aveva urlato all’immensità nel tentativo di far udire la sua voce al mondo intero. Lui da solo fronteggiava rocce antiche e aspre.

Si spinse fino ai ghiacciai, luogo sconsigliato da qualsiasi persona assennata, soprattutto in quei mesi in cui lastre di ghiaccio si staccavano con un rumore secco e roboante per dare vita a ruscelli freddi come il ghiaccio e del colore del cielo. Ma Marc non seguiva il senno, solo la curiosità e le leggende che raccontavano di antiche ninfe dei ghiacci che là avevano preso memoria. Magari era in cerco della giovane Eco, che per disperazione e per amore si era perse per i monti.

Marc la vide, non la ninfa Eco, ma quella che chiamò la regina dei ghiacci. Una fanciulla diafana, che da sotto la lastra dei ghiacci lo guardava con occhi di neve, avvolta dai filamenti argentei della sua chioma. Se ne innamorò, e ogni primavera tornava in quei posti per poterne godere della bellezza, finché un giorno non fece più ritorno al villaggio.

Nessuno vide mai la regina dei ghiacci, ma nessuno trovò neppure i resti del giovane, anche dopo il disgelo dell’anno successivo. Poteva succedere, sostenevano gli anziani. Secondo altri, invece, il giovane era fuggito, o forse aveva inseguito il suo sogno fatto di acqua e ghiaccio un po’ più in là, un po’ più lontano.

Avere coraggio

Se dovessi identificarmi in un animale sceglierei il coniglio. Non sono mai stata un cuor di leone né una persona che si sapesse imporre. Avrei voluto essere uno di quei caratteri capaci di influenzare gli altri, di emergere dall’indeterminazione, ma non mi è riuscito molto bene. Non che sia facilmente influenzabile. Se anche non amo emergere, il carattere c’è e non si piega facilmente alle influenze esterne. Le idee cambiano, come cambia la vita, ma, dubbi a parte, sono sempre andata per la mia strada. Esattamente come un coniglio: gambe forti e poderose, ma un aspetto del tutto innocuo.

Alcuni hanno sfruttato questa mia caratteristica. Non grido, certo, ma, se serve, so mordere. Senza rumore, senza inutili strepitii. Eppure chi di strepitii ne fa, come il pavone, va spesso più lontano di chi cerca di dare il meglio anche senza troppo rumoreggiare.

Negli ultimi giorni, però, alcune delle poche persone di cui mi fido ciecamente mi hanno definita coraggiosa. Una di queste è rimasta stupita perché, effettivamente, ho fatto qualche sciocchezza che nessuno si sarebbe aspettato. Nulla di particolarmente pericoloso, ma i surreni hanno prodotto più adrenalina in pochi giorni di quanto abbiano fatto in tutta la loro vita, probabilmente. L’altra ha fatto il commento perché è venuta a sapere di un progettino, che porterà a un inevitabile cambiamento, qualora vada in porto, ovvio.

Coraggio non è una parola che mi appartenga. Forse sono solo un po’ matta e molto stanca. Magari questa scarica di adrenalina porterà a qualcosa di buono.

E allora: Bon courage!

Nemesi

Un tempo la Nemesi era la giustizia, era la punizione che si abbatteva su chi si macchiava della colpa più grande, la tracotanza. Con il tempo, però, il suo significato è scivolato verso la personificazione del nemico per eccellenza, una sorta di doppio negativo dell’eroe che incarna vizi e storture. In sintesi, è un alter ego del Sole.

La Nemesi diventa, quindi, ciò che l’eroe non deve e non può essere. Ma come sempre, il bianco non può esistere senza il nero o il grigio, e anche l’eroe senza macchia per eccellenza ha in sé semi scuri che potrebbero far sbocciare rose nere come la notte senza luna, grazie all’intervento di una nemesi che sa essere più dolce del miele e insieme aspra, anche se colma di promesse, come un frutto acerbo. Il male sa avere una voce molto persuasiva.

E se non si vuole ambire al ruolo di eroe, allora non rimane che trovare un equilibrio con il lato più sadico e malvagio che abbiamo relegato in qualche angolo dell’anima. A meno che non si incontri la propria Nemesi. Non è comune trovare sul proprio cammino quella persona che, in un modo o in un altro, riesce sempre a spingere fuori il peggio, gli aculei di un carattere corazzato, ma non certo aggressivo.

Eppure può succedere. Meglio prestare molta attenzione e sperare che la Nemesi non sia troppo assidua nel suo compito di dilaniare la coscienza.

Campi Elisi – Pt.3

Chi avrebbe mai detto che i miei eroi algidi, con qualche capriccio, certo, ma pur sempre più vicini agli dei di qualnto lo siano gli uomini di oggi, si sarebbero rimpiccioliti fino a questo punto. Il mio Ettore pronto a morire per la sua città, il mio Achille, guerriero fiero e indomito sembrano due semplici avventori di una qualche locanda anonima.

“E il tuo grande eroe è stato abbattutto da una semplice freccia di un soldato che ha sempre preferito il talamo alla guerra. A questo porta l’amore degli dei” intervenne una voce triste, ma con una venatura di ironia.

“Ulisse!”. “Odisseo”, corresse quello.

Eppure è come Ulisse che è conosciuto dai più. Lo so bene, non prova simpatia per me, e neppure per Achille ed Ettore, ai quali non presta attenzione. Non mi è mai giunto alcun tentativo di risposta a quei due, come se appartenessero a epoche diverse. Troppo intelligente per pensare di battersi con due guerrieri di vecchio stampo, troppo sconsolato per ribattere verbalmente, se ne sta tutto il tempo in riva a un lago a sospirare. Colpa mia, probabilmete: la furbizia e l’intelligenza possono portare a riflessioni scomode, ma ormai il danno è fatto, non si può più tornare indietro. Odisseo, nel mio cuore lo chiamerò sempre in questo modo, si è ormai trasformato in un personaggio tormentato dalla curiosità e dalla voglia del viaggio.

“Eppure l’unica cosa che volevo era tornare a casa. Vent’anni erano passati quando rimisi piedi sulla mia Itaca. Sai cosa significano vent’anni? Tornarci per morire, ecco cosa significa. E invece no, mi avete condannato a compiere il mio ultimo viaggio verso le colonne di Eracle, tu e gli altri della tua stirpe. Come se mi importasse qualcosa di queste colonne”.

“Quindi non sei contento del destino che ti ho riservato. Lo scaltro eroe che non si ferma alla vile forza?” fece notare il poeta cieco.

“Insomma. Senti quei due: confabulano e desiderano una battaglia.”

“In realtà Achille desidera la lira”

“Strane velleità che nascono dopo aver visto in volto la morte. Quando era in vita era solo un ragazzino permaloso che ha rischiato di farci perdere al guerra. Il suo capriccio è costato la vita a molti uomini, non solo a Patroclo”.

“Chi avresti voluto essere?”

“Forse un uomo come gli altri, non un re, non un viaggiatore. Una persona a cui non si metta il figlio sul solco dell’aratro per provare la sua sanità mentale”.

“Non saresti stato nessuno, saresti svanito tra le pesanti pieghe di una storia che non ha fantasia”.

“Nessuno sono stato per alcuni. Se fossi stato davvero così curioso avrei accettato il dono della immortalità, ma per farne cosa?”

“Voi eroi siete strani”.

“Vai un po’ più in là, dove non ci sono più eroi. Magari trovi qualcuno che ti assomiglia”.

Ruggine

Lentamente e con costanza lavora silenziosa per spezzare e consumare il ferro. È un lavorio che non ha mai fine, e ricopre il freddo e scuro cuore con un manto rosso come il sangue.

Non teme il tempo la ruggine. Non ha fretta, come se sapesse che, prima o poi, riuscirà a portare a termine il suo compito. E allora questa magnifica struttura, fatta di scale e di stanze, di aperture e di sbarramenti, crollerà in una nuvola amaranto che mostrerà la debolezza di un gigante che non aveva tenuto conto di un piccolo particolare. La pazienza.

E mentre il gigante scricchiolerà piegandosi verso la terra, la ruggine correrà sempre più in alto, fino a raggiungere vette impensabili. Da lassù guarderà il mondo, i detriti rosseggianti a causa del suo passaggio, il ciclo infinito per cui a ogni distruzione seguirà sempre una nuova rinascita.

Strani desideri

“Un mio amico si è fatto chilometri con un deltaplano preso in prestito, e con il carico legato che penzolava al di sotto. E lo ha pure perso”.

Sia specificato per chi non conoscesse l’individuo che ha pronunciato queste parole: la rosa di amici che vantava era decisamente nutrita e tutti gli appartenenti erano protagonisti di mirabolanti imprese. E Luca era arrivato al limite della sopportazione. Va bene essere affetto da megalomania spinta, ma che riversasse tutte queste fandonie su qualcun altro. Ormai aveva smesso di credere alle favole un bel po’ di tempo prima.

Non erano nemmeno racconti piacevoli da sentire: tono troppo pomposo e una voce nasale che faceva sorgere a Luca il desiderio di una palpebra da orecchio, da abbassare in caso di suoni sgradevoli.

Luca quella sera era arrivato proprio al limite. Magari era stata la mancanza di sonno per la nottata travagliata, o magari una stanchezza generalizzata, o il fatto che il gradito ospite dimostrasse nei suoi confronti una sufficienza tale da farlo sentire sempre inadatto; per un qualche motivo, comunque, quella sera Luca non rimase inattivo. Rimase in silenzio, come era solito fare quando qualcosa non andava, ma effettivamente avvenne qualcosa di impensabile.

“E poi il mio capo mi disse: se te ne vai, mi arrabbio e ti vengo a cercare. Per fortuna mi ador…”

La frase venne interrotta da Luca, che già da qualche minuto stava fissando cin interesse un sottopentola di ghisa particolarmente pesante. L’attimo dopo, Luca si ritrovò con quell’oggetto in mano, alzato per metà dalla sedia, e si scagliò con una forza che non pensava di avere sulla faccia dell’oratore.

“Luca!” Esclamò Anna, la sua ragazza nonché sorella della vittima. Luca la guardò con occhi offuscati.

“Luca? Tutto bene? Potresti passarmi l’insalata?”

Insalata? Guardò a destra: il sottopentola era là, pesante, nero, senza tracce di sangue.

“Non si fanno prigionieri qui!” diceva intanto il gradasso mentre svuotava la terrina di insalata.

“Troppo tardi, Anna” fece notare Luca. “Sei strano: ti sei isolato” notò lei. “Meglio così, credimi”. Ma le mani ancora chiedevano di potersi avventare su quel garrulo fanfarone.

Ossa di giganti

Erano stati ritrovati sul fondo di una palude: ossa fuori misura che dovevano appartenere a creature enormi, mai viste sulla terra, almeno negli ultimi millenni. E invece eccole lì, che spuntavano dalla melma dello stagno che era stato drenato recuperare terreni a fini agricoli. Ma quello che era emerso aveva fermato i lavori e dato il via alla curiosità degli abitanti dei dintorni.

“Sarà qualche bestia del giurassico. Ce ne saranno state di certo da queste parti: guarda mia suocera, ha qualcosa che ricorda un essere preistorico”.

“Ma se qui c’era mare fino a qualche millennio fa. No, deve essere qualche esperimento”.

“Esperimento?”

“Sì, ti dico. Hai presente l’azienda di bovini che stava qua fino a qualche anno fa? Produceva un enorme quantitativo di carne, superiore a quello che avrebbe prodotto utilizzando solo gli animali che dichiarava”.

“Ma è stata chiusa perché obsoleta.  E tu come fai a sapere della quantità di carne prodotta”.

“Ascolto, vedo. Avranno di certo fatto degli esperimenti per rendere più grandi gli animali”.

“Che fantasia che hai!”

“Fidati. Mutazioni orribili per creare bovini mai visti. Crei un animale per produrre il doppio, il triplo della carne. Ho visto strani tipi entrare in quell’azienda”

Le ossa vennero prelevate per essere analizzate in laboratorio. I risultati, però, non vennero mai messi a disposizione, almeno della popolazione locale. C’era persino chi giurava di aver visto impronte gigantesche sui campi recentemente ricavati dall’acquitrino, o chi riteneva di aver sentito strani rumori provenire dal bosco che sorgeva poco lontano.

Nulla di preoccupante: anche il bosco sarebbe stato smantellato per estendere le coltivazioni. E allora, l’essere sarebbe venuto allo scoperto e avrebbe convinto anche i più scettici.

Serietà

Ci vuole serietà. Sia chiaro, un sorriso non è ammesso, a meno che non sia per deridere o sminuire qualcuno considerato inferiore. E se rientri nella categoria, assieme al resto dell’umanità, allora sarai oggetto di qualcge arguta osservazione proveniente da una persona sublimamente seria. Perché il divertimento è peccato. Perché godersi un po’ di stupidità è un errore imperdonabile.

Spiacenti, ma in questo paese il divertimento è vietato.

E allora che cosa si può fare? Semplice. In primo luogo assumere una bella posizione rigida. Spalle ricurve vietate, meglio tenere la schiena dritta, ad angolo retto con le gambe, nel caso siate seduti. E poi si può starnazzare. Scusate, dissertare, a volte mi confondo con i sinonimi, tanto che ho ricevuto più di un richiamo ufficiale, al quale potrebbe seguire l’espulsione.

Tornando a noi. Da queste parti si disserta. Su tutto. E su tutto si dice l’unica opinione ritenuta universalmente valida. Se non si sa di che cosa dissertare, la soluzione è inventare: si parte sempre dal presupposto che gli altri non capiscano nulla e siano sufficientemente stupidi da bersi ogni panzana proposta. Qualora dovessero mettere in dubbio le parole dette, attacca, magari con una voce petulante, in modo da demolire, se non le difese del nemico, di certo la sua pazienza.

Ci vuole serietà e compostezza. Nel caso vi trovaste in una situazione in cui serietà e compostezza dovessero venir meno, fate in modo di smorzare e soffocare qualsiasi tentativo di divertimento e di spensieratezza. In poche parole, che gli altri si rendano conto di quanto siate superiori a quei vili giochi e se ne pentano.

Seriosi, saggi barbuti, illuminati di vera conoscenza unitevi contro il nemico, il divertimento.