Campi Elisi – Pt.1

Chi non teme l’ignoto? Anche gli eroi tremano al pensiero che le loro azioni vengano dimenticate, o si cristallizzino in diamanti bellissimi e splendenti, ma fragili e muti. Anche qui, nei Campi Elisi, gli amati dagli dei si chiedono per quale motivo patire talmente tanto in vita, per poi finire negletti in angolo di tartaro.

Io ne so qualcosa di memoria. La mia maledizione è stata quella di non poter vedere la luce del sole, di non sapere che cosa siano i colori, di non apprezzare la fiorita di una rosa. Ma, credetemi, ho saputo sfruttare questa mia mancanza, egregiamente oserei dire. Sono cieco, ma non muto, e così ho reso le parole i miei occhi, luci che mi hanno guidato nell’oscurità, anche in quella della morte. Non so cosa siano i Campi Elisi, non so quali piante vi crescano o se vi siano effettivamente piante. Non so nemmeno se sia tutta un’illusione di immortalità, un sogno iniziato nel momento in cui, stanco, ho chiuso gli occhi vuoti e fermato la bocca ancora piena di tanti versi. Ascolto, però, e sento i lamenti di coloro che sono stati e di coloro che saranno amati dagli dei.

Il destino non sempre è gentile con le anime che qua dimorano. In questo luogo di attesa dell’eternità mi siedo in un angolo e canto, come ho cantato in vita, e come canto anche da morto. Perché la mia voce non si è mai spenta, e con essa neppure gli eroi e i pusillanimi di cui vi ho narrato le imprese. Sono una voce, e sono mille voci, sono un poeta e uno stuolo di poeti.

Sono Omero, e vi racconterò come in queste terre che non si trovano su una mappa le mie creature continuano ad affannarsi per una vita che, ormai, non potranno più assaporare.

Segreti

Il silenzio permeava la radura, figure immobili si confondevano con le rocce, gli alberi, la vegetazione che le avvolgeva. Si diceva che quello fosse un posto di stregonerie e magia della peggior specie. Non che le voci avessero tutti i torti, ma, come spesso accade, possono imboccare strada vicine alla verità, senza mai raggiungere quest’ultima.

Che quelle figure potessero essere considerate delle streghe probabilmente rispondeva al vero. Erano donne che credevano in un potere sovrannaturale, e che chiedevano a uno spirito silvestre vendetta per i torti subiti, aiuto per i sogni che stavano svanendo, preghiere di giovane che aveva un futuro incerto e di vecchie, che soffrivano un passato fin troppo certo.

Che quelle donne facessero sortilegi o lanciassero terribili malefici, però, era una costruzione di chi non tollera che ci siano persone pronte a ribellarsi alla vita riservata loro. Ciò che non si comprende, viene demonizzato: quelle donne divennero serve del diavolo stesso e, come tali, nemiche da temere e da eliminare, con il fuoco, con le forza e la violenza.

Ma le fiamme che distruggono la radura e che lambiscono in un abbraccio infernale le vittime sono ancora lontano da quell’angolo quieto di bosco. Ci sono solo loro, che guardano la luna in cielo e bevono in silenzio i raggi gelidi e puri di un corpo celeste capace di risplendere anche senza ardere.

Maggio

Apriamo le porte a un altro mese, uno di quelli che porta il sapore inconfondibile dell’estate, ma senza la violenza di un sole che non dà tregua. Maggio è il mese delle rose e dei profumi, dei fiori che trasformano il cielo in nuvole colorate e la terra in un tappeto tessuto da mani impazzite e sporche di colore. Ed è anche l’ultimo mese prima che l’anno si ripieghi su se stesso per volgersi ancora un volta verso la fine.

Mentre fuori fili sottili di ragnatela creano impalpabili ponti aerei tra le traiettorie impazzite di insetti e volteggi di farfalle, anche il pensiero si perde in queste geometrie fantastiche e vaghe, sognando che qualcosa di buona possa nascere da una primavera che sta scivolando nell’estate.

Ancora maggio possiede ancora la freschezza della possibilità e l’eccitazione del cambiamento.

Ascesa

È da un po’ che rifletto sui movimenti. Negli ultimi tempi il movimento su cui indulgo maggiormente, e che torna con insistenza, è quello discendente, forse perché non è il momento migliore del mio percorso. Se dovessi rappresentare la mia vita in questi anni, in effetti, sarebbe proprio una bella parabola discendente. Succede in qualsiasi avventura passare attraverso momenti non proprio brillanti.

E quindi è necessario dare una svolta. È ora di invertire l’andamento della parabola e girarla con la forza verso l’alto, trasformando la discesa in salita, anche se faticosa. Alla faccia di chi ha messo dei pesi per rendere la caduta ancora più rovinosa.

Partendo dalle parole, passando per le azioni, per arrivare ai fatti, si dia avvio a questa desiderata ascesa.

Il fabbricante di bambole – Pt. 14 FINE

“Faber, guardami. Come hai chiesto, la principessa. Ma ti prego, ragiona. Ciò che è stato è stato, e non può essere modificato. Sono leggi che valgono ovunque. Vivere nella memoria, rifugiarsi nel sogno non risolve il problema”.

“Nestor, credo a quello che vedono i miei occhi. Lei è là, vicino a te. Per questo me la volevi tenere lontana? Perché siete stati voi a rapire Eleonor, esattamente come avete fatto con me?”

“Eleonor non è prigioniera del sogno, Faber. Eleonor ha dovuto imboccare un’altra strada. Ma non appartiene a Ipnia”.

“Faber, la tua bambola è un vanto per Ipnia stessa. Mi hai onorato realizzandola così perfettamente”. La voce leggera come una farfalla si posò sull’animo ferito di Faber, che si piegò come una fiera domata.

“Perché mi fate questo?”

“Faber, non siamo noi a farti questo. Questo male dipende solo da te. Questa volta sei tu a poter decidere. L’equilibrio è stato ripristinato, puoi tornare al tuo laboratorio. Le bambole di Ipnia ci garantiranno la sopravvivenza ed eviteranno che la tua realtà venga contaminata, che le fragili anime dei sognatori si incrinino”.

“Eleonor, mi stai dicendo che posso andare? Perché? Proprio ora che ti ho ritrovata”.

“È solo un’illusione, Faber. Se tu lo volessi, la principessa potrebbe assumere un altro aspetto”.

“Taci Nestor. Mi hai sempre ingannato. Mi hai privato di Eleonor”.

“Nestor è un fedele servitore. Non esiste alcuna Eleonor a Ipnia. Torna nel tuo mondo Faber, lascia che il sogno faccia il suo corso. Continua a vivere. Tornerà il momento in cui ci rivedremo. Arriverà il giorno in cui potrai parlare con Eleonor. Ma devi fare ancora qualcosa”.

“Faber, è ora di andare”.

“Eleonor…”

“Faber… Faber. Faber!”

L’artigiano si guardò attorno. Le bianche mura del palazzo erano scomparse, e davanti a lui non c’era Eleonor, e neppure Nestor, solo la vecchia madre che lo guardava curiosa.

“I clienti aspettano”.

Il fabbricante di bambole – Pt. 13

Materia ineffabile il sogno, in pochi attimi si può trasformare in un incubo. L’avventura di Faber si stava rivelando più pericolosa del previsto, soprattutto per la sua volontà di vedere ciò che non avrebbe dovuto. Ci sono leggi ed equilibri che devono essere mantenuti, glielo aveva fatto capire Nestor, ma la curiosità, o la disperazione, possono mettere in comunicazione dimensioni indipendenti.

Eleonor non c’era più, faceva parte della polvere del passato, un semplice ricordo relegato in un angolo del cuore. Faber si era ribellato a questa evidenza, aveva visto nella prima bambola, quella appartenuta alla ragazza, un frammento della risata cristallina, lo scintillio dello sguardo sognante, il respiro di una vita strappata troppo presto. L’uomo tranquillo, fatto di terra e di sassi, aveva rifiutato la realtà, e si era creato un mondo di bambole e fate, di ragazze sorridenti e perfette che non lo avrebbero mai abbandonato.

Faber aveva voluto rendere immortale Eleonor, facendole vivere quelle mille vite tra le quali avrebbe dovuto scegliere se solo ne avesse il caso le avesse concesso questa possibilità. Il fabbricante aveva costruito con le sue mani e la sua disperazione un inganno che aveva la parvenza di sogno.

Ma se Eleonor non era più viva, perché se la trovava là davanti, fianco a fianco a Nestor?

Tanti auguri

E anche quest’anno è arrivato quel giorno. Non ho mai festeggiato il mio compleanno con qualche evento particolare, neppure per la maggiore età. Anzi, da quell’anno un ricordo nebuloso e oscuro ha gravato su questo giorno. C’è bisogno di nuovi ricordi, questa volta felici, anche se non cancelleranno mai quell’anno nefasto che ha segnato un punto di svolta nella vita e nella mente. Per quanto doloroso, mi ha reso quella che sono, e non tutto è poi da buttare.

E quindi, te lo dico io, dopo un bel po’ di anni. Ti dico quella frase stereotipata e vuota che, però, almeno in questo caso, è piena di tenerezza: tanti auguri. Auguri che quest’anno le cose possano andare meglio. Che quel progetto che tieni protetto dalle malelingue e dai mali pensieri possa andare in porto. Che inizi una fase nuova, libera da tutte le zavorre che ti porti dietro da troppi anni. Tanti auguri.

Certo, almeno devi tentare di sopravvivere a questo giorno. Lo so bene, non sarà facile. Per quanto la promessa sia sempre la stessa, non sei mai riuscita a dire di no ad alcune persone, soprattutto a una, che riescono a impacchettare una sfaticata con una carta da regalo multicolore. Passerà anche questa, magari con un esaurimento di più, con qualche pensiero omicida che non pensavi di avere, ma passerà, senza omicidi e con un’emiparesi di sorriso al volto.

Per il resto, per il futuro, tanti auguri.

Menzogne

Certo che raccontare bugie è normale, tutti lo facciamo, soprattutto chi sostiene di non dire mai bugie. Omissioni, piccoli cambiamenti, miglioramenti, ritocchi rendono la vita un po’ meno noiosa e più interessante. La fantasia aiuta a sopravvivere.

Ma c’è chi della menzogna ha fatto il proprio regno, chi si ammanta di storie mirabolanti solo per dimostrare la propria superiorità. Una superiorità, però, che vive solamente nella propria mente e che cerca di imporre agli altri.

Il mondo è fatto di giochi di forza, qualcuno tira da una parte e un altro spinge dall’altra, e spesso si cerca di rompere gli equilibri per schiacciare l’avversario. E pur di primeggiare, si inventa. Si inventa e si diventa dei pavoni garruli sempre con qualche storia da pigolare.

E poco importa se le storie diventano di volta in volta sempre più inverosimili. Pur di non perdere la faccia, il bugiardo sguaina gli artigli, aggressivo, almeno finché non verrà sepolto dalle rovine del suo castello di menzogne.