Cascate

Al limite estremo della terra si apriva una voragine enorme, una cascata di immense dimensioni che precipitava nell’abisso dell’ignoto, in una bocca nera in cui si perdeva persino il suono dell’acqua. Era rappresentata così la fine del mondo nel libro che il ragazzo teneva in mani e dalle parole del suo maestro, che cercava di educare quelle giovani menti insegnando loro almeno i rudimenti della geografia.

Né il giovane né l’insegnate erano del tutto convinti di quella teoria, di quell’immensa massa di acqua che si perdeva nel nulla. C’era qualcosa che scivolava nella magia, e, si sa, magia e geografia non hanno molte cose in comune. Per ora, però, nessuno aveva fornito una lettura diversa, almeno per quanto ne sapeva un ragazzino figlio di mercanti e un maestro di campagna.

Spesso i due si immaginavano lì, in bilico tra il mondo conosciuto e quello ignoto, tra la vita certa e l’oscurità che difficilmente avrebbe lasciato integri i loro corpi. Il maestro sognava di gettarsi, per vedere quell’immensa distesa che doveva accogliere le acque della terra sconosciuta, e magari approdare in isole che non conoscevano ancora il piede degli uomini. Il ragazzo, invece, era incerto se fare un salto da cui non si sarebbe salvato o sporgersi sul bordo per captare più misteri possibili, per poi tornare alla vita conosciuta.

Un giorno il maestro scomparve. Voleva vedere le cascate della fine del mondo. Il ragazzo divenne un mercante, come il padre, ma nei suoi viaggi non vide mai né le cascate né il suo maestro. Entrambi sembravano essere stati ingurgitati dai gorghi della realtà.

Fare acqua

Queste settimane sono un colabrodo: faccio acqua da tutte la parti. Per quanto cerchi di organizzarmi, un minimo, c’è sempre qualcosa che scombina le carte, che sia una mia indolenza o i progetti altrui che piombano come massi sulla mia scrivania. Se gli altri hanno così tanti problemi, dovrebbero imparare a risolverseli invece di sganciarli nelle mani di altri, con un sorriso e qualche parola di circostanza.  E poi ci sono quelli che si divertono a far in modo di troneggiare nella loro immensa grandezza e magnanimità, il che si traduce in un dispendio di pecunia e di tempo da parte mia.

A parte il lato economico, che urla vendetta da un bel po’ di tempo, il lato tempo inizia a preoccupare. Viene costantemente rosicchiato, eroso, consumato, così le giornate si riducono in trucioli che disegnano sul terreno la speranza che l’indomani possa andare meglio. Ma l’assioma fondamentale della vita sembra essere la circolarità, per cui, eccetto qualche rara eccezione, la storia si ripete.

Allora corazziamoci, con scaglie dorate, forti come il marmo, e sorridiamo ai ghigni che si affacciano nel momento della sconfitta, e alle smorfie che accompagnano le vittorie. Meglio scegliere una corazza gentile, per non perdere quel tesoro, spesso criticato, ma anche sfruttato, che rende tutto più sopportabile.

Il fabbricante di bambole – Pt. 12

Forse Nestor aveva esagerato un po’ con la descrizione della principessa. Non era una creatura comune, e non era nemmeno la bambina che Faber si immaginava. In effetti anche Nestor non avrebbe potuto descrivere con esattezza la natura ineffabile della principessa di Ipnia. D’altronde, tutto a Ipnia era soggetto a un mutamento che nel mondo reale è completamente sconosciuto.

La principessa talvolta si trasformava in fanciulla per correre tra i prati, altre preferiva volare con aspetto di farfalla per assaporare al leggerezza e la forza del vento, altre ancora si lasciava scivolare nell’acqua come un delfino pronto a godersi la spuma delle onde. Per alcuni era una giovane che sorrideva, per altri una donna dagli occhi scintillanti.

Ciò che Nestor temeva, era che Faber riversasse sulla principessa i ricordi di Eleonor. Il disegno di fata e la bambola che ne era derivata lasciava pochi dubbi a riguardo. Per quanto Faber non sembrasse esserne pienamente coscienza, facendo la conoscenza della principessa, si sarebbe pericolosamente avvicinato alla realizzazione del suo sogno più profondo: rivedere, sentire ancora una volta Eleonor.

E questo avrebbe portato Faber alla pazzia.

Spazi vitali

Abbiamo bisogno del nostro spazio. Non è certo una novità, come dimostra, tra gli altri, anche Virginia Woolf in A Room of One’s Own. Per quanto siano passati diversi anni, molti dei problemi che la scrittrice aveva messo nero su bianco permangono, e non solo nel mondo letterario. Gli spazi vitali, la capacità di intagliarsi uno spazio nella vita privata, così come nella società, è sempre stato un problema che accomuna tutti, e in particolar modo le donne. Tra famiglia e doveri di vari tipo che vengono convenzionalmente attribuiti al ruolo femminile, poche sono le occasioni in cui si riesce a chiudersi nella propria stanza.

Non mi addentrerò in una dettagliata analisi della questione, per quello c’è il libro della Woolf, che, oltre a essere di grande ispirazione, è anche abbastanza complesso da rendere superflua ogni mia aggiunta. Negli ultimi giorni, però, ho sentito la mancanza di questa famosa stanza in cui ritirarsi per dedicarsi a ciò che più aggrada, o semplicemente per non sentire il cicaleccio del mondo e di persone a malapena tollerate. In primo luogo perché la mia stanza è stata momentaneamente ceduta per un bene superiore, dal quale bisogna sempre diffidare, e in secondo luogo per i doveri sociali che si impongono con ferrea decisione.

Sembra di essere in un perenne stato di soffocamento, non solo fisico, ma anche mentale. I pensieri sbiadiscono, diventano pesanti, e si fatica a respirare, come se l’aria diventasse rarefatta. Senza contare la capacità di qualcuno di ritenersi degno di poter criticare ogni singolo aspetto.

Ho passato una vita a cercare la mia stanza, con scarsi o precari risultati. Ma mai perdere la speranza.

Ali di carta

Sulle ali incerte di un aeroplano di carta ho viaggiato per il mondo. Non era uno di quei veicoli imponenti e roboanti, ma era discreto e leggero quasi come aria. Di aria si nutriva, e galleggiava sospinto dal vento del sogno. Bastava un refolo di vento e tutto attorno cambiava, l’aereo volteggiava a spirali, i deserti si riempivano di colori, dello scroscio dell’acqua, e l’aria diventava da rovente a gelata.

Le mani che hanno fatto un po’ goffamente questo aereo non sapevano nemmeno cosa volesse dire volare. Lo potevano solo immaginare, e con questa forza riesco a viaggiare oltre i confini che sulle carte sono così chiari, ma sulla terra svaniscono come foschia al sole. Il primo alito, il soffio che mi ha dato vita, mi ha fatto andare lontano, sembravo perso, destinato al scomparire, ma quella fine era in realtà solamente l’inizio.

Era un inizio che non avrei mai immaginato e che nemmeno desideravo, ma era pur sempre un inizio, che avrebbe portato a qualcosa di altrettanto misterioso. Capriole nel cielo azzurro, per ora, ma può sempre comparire qualche nuvola da temporale all’orizzonte. Lasciamo, però, il temporale in quella lontana linea, e fatemi volteggiare ancora un poco in questo vento di cambiamento.

Ascoltare

Chiuse gli occhi e ascoltò il suono della vita che scorreva parallela alla sua, il respiro calmo di un’esistenza possibile, di una molteplicità che si divide in mille frammenti unici e particolari. Il mondo che gli sembrava grigio, si tinse improvvisamente dei pazzi colori di un caleidoscopio, il suono di sottofondo si infranse in sinfonie uniche che seguivano un proprio pentagramma.

Chiuse gli occhi e lasciò andare, un pezzo alla volta, tutti i limiti che gli opprimevano la testa e che pesavano sugli occhi. Percepì i cuori di persone lontane, i pensieri che scorrevano come fiumi sotterranei per poi affiorare improvvisamente nel mezzo delle rocce.

Chiuse gli occhi e attese che la melodia del mondo gli entrasse nelle vene.

Il fabbricante di bambole – Pt. 10

Faber non aveva agito consciamente. Aveva solo cercato di superare un trauma, e quando si è accecati dal dolore e dalla rabbia si corre il pericolo di compiere dei gravi errori, delle enormi sciocchezze. E il fatto che questo gli avesse portato un lavoro soddisfacente e ben remunerato non era un aspetto da sottovalutare. Faber non si era preoccupato delle conseguenze, convinto che di conseguenze non ce ne fossero.

Quindi da vittima era diventato il responsabile della possibile scomparsa di Ipnia. Ancora non riusciva a capire. Se anche tutto quella follia fosse stata vera, e non una semplice creazione del suo carceriere, Nestor, allora perché non avvisarlo semplicemente? E se non era in un luogo fisico, che cosa era Ipnia? Un frutto della sua mente sconvolta?

Faber temeva di essere impazzito. Nestor sfruttava la pazzia di Faber per riequilibrare la ragione e la logica terrena con i voli senza senso su cui galleggiava il suo mondo. Se il suo piano non fosse funzionato, Ipnia sarebbe collassata, la terra di Faber non avrebbe avuto particolari conseguenze, ma alcune anime si sarebbero infrante come cristalli troppo deboli per una realtà senza fantasia.