Consolazione

È da un po’ che mi sembra di essere in una giostra, anche piuttosto spaventosa. A volte si raggiungono picchi vertiginosi, altre si piomba in basso, rischiando anche di schiantarsi al suolo. Non è un bel segno, lo so bene. Non è nemmeno divertente, almeno per me. Ho come la netta sensazione che alcuni lo trovino soddisfacente, ma faccio finta di non vedere e di non curarmene.

Ci sono stati momenti in cui pensavo che tutto prima o poi si sarebbe sistemato, con un po’ di tenacia e perseveranza si risolve sempre tutto. Ma non è andata in questo modo. Sarà che ho commesso un po’ di errori e che odio i fronzoli che ora vanno tanto di moda.

Ho visto più porte chiuse che spiragli aperti. Ho pure cercato di sfondarne qualcuna. Risultato: lussazione della spalla e una certa rabbia. Sono convinta che prima o poi questa rabbia mi farà esplodere, quindi, se il fato, la fortuna o chi per esso non si decide a darsi una mossa, mi muovo io, sperando che almeno questa funzioni. Il gioco si sta dilungando, e quindi è ora di trovare la risoluzione.

O forse la risoluzione è sempre stata là davanti. E tutte le porte chiuse altro non erano che muri di un corridoio che portavano esattamente in quel punto. Ora basta solo fabbricare la chiave.

Nel deserto

Quando le stelle non parlano e la terra si ripete sempre uguale a se stessa, perdersi può essere letale. Quel paese così lontano dalla patria non era stato molto benevolo nei confronti dei nuovi arrivati, la fortuna si era distratta, attirata probabilmente dalle imprese di un altro angolo di mondo. Talvolta capita di trovare una fine nell’abbandono e nell’indifferenza.

In quel deserto l’indifferenza era sottile come la sabbia che grattava la gola e arrosava gli occhi, acuta come le grida di uccelli affamati che aspettavano con pazienza la loro ricompensa, assassina come la seta che attanagliava i viaggiatori di una carovana che non sarebbe mai giunta a destinazione. Nessuno li aspettava, e nessuno sarebbe mai andato a cercarli. Ritrovarono i loro resti, poche ossa sparpagliate e sbiancate dal sole, dopo diversi mesi, da degli operai che erano stati incaricati di sondare il terreno per costruire la nuova ferrovia.

Quei miseri resti vennero occultati, senza un nome e senza una storia, e il progresso rappresentato dalla ferrovia ruppe il silenzio che aveva avvolto gli ultimi istanti di una carovana sconfitta dal caldo e dalla siccità.

Si diceva che quella porzione di deserto fosse maledetta. Solo dicerie, ovvio, solo racconti sussurrati attorno al focolare da lavoratori stanchi e assonnati, nulla che il ferro e il sudore non potesse superare. Successero strani incidenti, anomalie che non accaddero in altri tratti. Scomparvero strumenti, un’intera locomotiva venne trovata a miglia dal luogo in cui era stata depositata, c’erano persone voci che qualche operaio fosse scomparso in una nuvola di polvere. Che si trattasse di una ribellione del deserto violato o degli spiriti senza pace dei viaggiatori, non ebbero abbastanza forza da interrompere i lavori.

Mentre osservavano il paesaggio monotono, alcuni viaggiatori annoiati avrebbero potuto giurare di aver visto qualcosa di strano: si trattava di mulinelli di polvere, che vorticavano anche in un’apparente assenza di vento, e che si spingevano fino ai binari. E qualcuno arrivò a dire che dal finestrino aperto si intrufolavano delle voci, appena sussurri, che sembravano lamenti di spiriti, lacrime secche di abbandono. Li chiamarono gli spiriti incandescenti del deserto.

E mentre il treno passava, in una buca poco profonda, ossa confuse venivano scosse da un tremito.

Punto e a capo

Dare un colpo di spugna fa bene: ripulire tutto, cominciare di nuovo e ritrovare le forze. Un po’ come fanno le piante che, una volta potate, crescono ancora più forti e vigorose di prima, a meno che non arrivi una bella gelata che le condanni a diventare fertilizzante. Anche in quel caso avrebbero, comunque, una certa utilità.

C’è persino chi scompare per poter avere una seconda possibilità. Un giorno decide che la vita si è ripiegata su se stessa, senza proseguire verso un aspetto lineare e sensato. Attorno si vedono alberi frondosi, magari carichi di gemme, delle bellezze in confronto all’arbusto che tutti ormai considerano rinsecchito. Ma anche un ramoscello secco, con le giuste cure, può tornare a rifiorire. Dopotutto le rose sono dei semplici rovi colmi di spine.

È il momento di fare un bel punto, uno di quelli che passano i fogli, e andare a capo, magari evitando di cambiare identità, il livello di delusione non ha ancora raggiunto queste vette. Non sarà immediato e sarà anche faticoso. Ma se fino a ora non è andata come avrebbe dovuto, tanto vale tentare di correggere la rotta. Sempre che sia quella giusta.

Il fabbricante di bambole – Pt. 8

Ipnia era una città, capitale di un regno che Faber non avrebbe trovato in nessuna mappa esistente. Faber non se ne sarebbe reso conto: la sua conoscenza del mondo si limitava ai confini ristretti del suo paesaggio. Erano le bambole a viaggiare, mentre lui rimaneva fisso come una lanterna sul bordo di un immenso oceano.

L’immensità su cui Faber si affacciava era quella del sogno, il segreto che rendeva le sue bambole così speciali e uniche. In ognuna di queste creature inanimate inseriva un frammento della sua adorata Eleonor, il sogno di quella fanciulla che un giorno si era svegliata ed era svanita in un mondo di fango e malattie. Nella bambola di ebano che Faber stava ultimando prima dell’arrivo di Nestor, Faber aveva racchiusa pensieri scaldati da un sole estraneo, più feroce e vivo di quello del villaggio, sogni ruggenti occhi felini che come ambra scintillavano nell’oscurità. Aveva tessuto la fata della principessa con mondi fantastici popolati di colori cangianti e musiche che ancora orecchio umano non aveva conosciuto.

Questa immensità infine aveva sommerso Faber, come un’onda incontrollata. L’artigiano non se ne era nemmeno reso conto, ma Ipnia non solo lo aveva conquisto, ma pretendeva da lui un contributo per mantenere l’equilibrio.

Catene

Una catena ha un anello di inizio, dal quale dipendono tutti gli anelli a seguire, una successione che potrebbe espandersi senza un limite. Anche eliminando quel primo anello, però, permane la catena, le sue intricate connessioni di causa ed effetto, che continuano ad avvolgere a spirale il prigioniero. Solo spezzando ogni singolo anello, la catena cesserà di esistere.

Ci sono catene che sembrano generarsi in autonomia, anelli che, come una cascata, si aggiungono, si spostano e diventano sempre più forti e pesanti. Parole di piombo si saldano cone zavorre e con sussurri persistenti trascinano nel fondo.

E poi ci sono gli anelli d’oro, quelli preziosi, ma vincolanti, quelli leggeri, ma che creano una fitta rete da cui non si può scappare. Ad anello si aggiunge anello, in una prigionia che non ha soluzione.

Anime

Tutto è ricerca, affanno nel trovare una soluzione che scivola sempre troppo lontano. Come anime erranti, il cerchio vortica sempre più velocemente.

Le anime si rincorrono, si cercano e annusano. Intuiscono la presenza di uno spirito affine, ne sortiscono il fascino e cercano di raggiungere una chimera sorridente.

Per quanto si acceleri, per quanto si tenti, le anime vengono separate da un soffio sottile che ha il profumo di una primavera che si sta corrompendo in estate.

E la fuga continua, si interrompe per poi riprendere, con un affanno crescente e una paura sottile che si insinua.

Aprile

È da un po’ di settimane che eventi e persone stanno mettendo a dura prova la mia pazienza, virtù in cui non eccello. E nelle prossime si prevede un peggioramento della situazione. Almeno è stato previsto questa volta. Aprile dovrebbe essere uno dei miei mesi preferiti, lo era fino a qualche anno fa, ma ha perso questa caratteristica positiva già da un po’.

Peccato. Perché mi fa simpatia questo cuore di primavera in cui i boccioli mostrano timidi i primi colori dei teneri petali, e il sole tiepido fa capolino dalla finestra per ricadere proprio sulla scrivania. Di solito questo raggio portava anche qualche sorriso e la convinzione che qualcosa di bello stesse per succedere.

Poi un giorno questo sole si è offuscato, non a causa delle nuvole, ma perché aveva portato dentro la stanza un odore strano, sconosciuto, ma, allo stesso tempo, noto. Era il sentore che certo, qualcosa stava cambiando, ma non in meglio.

Se marzo dovrebbe essere un passaggio, aprile per me è sempre stato un suggeritore. E se davvero mi sta per suggerire quello che temo, meglio che tenga strette le mani sulle orecchie. Magari riesco a rallentare questa macchina di ferro e ingranaggi arrugginiti.