Il fabbricante di bambole – Pt. 6

Della città Faber non vide molto se non il porto e la strada che riusciva a intravvedere dalla finestra della carrozza. E da quello che vide, la città che sarebbe diventata la sua dimora era molto lontana dal suo villaggio. Il porto sembrava essere fatto della stessa spuma delle onde che si infrangevano sulla chiglia della nave e si apriva come un grande abbraccio candido ad accogliere i viaggiatori. Faber venne accompagnato da Nestor su una carrozza piccola, di legno intarsiato e mentre cercava di carpire qualche immagine del mondo di fuori, Nestor gli spiegò che quello che stava vedendo, sarebbe rimasto strettamente confidenziale.

“È forse una minaccia?”

“No” sorrise Nestor “Nessuno ti crederebbe, tanto vale non tentare neppure di raccontare. A meno che tu non rimanga. In ogni caso, non avrai molto da raccontare”.

“Cosa intendi?”

“Il tuo laboratorio sarà in una delle ali del palazzo regale, là ti porteremo gli ordini per le bambole, e là rimarrai. Il re non gradisce che uno straniero si aggiri per la città”.

“Che cosa avete contro gli stranieri?”

“Noi? Niente. Ma questa città ha vissuto troppe disgrazie da parte degli uomini come te. Vorremo evitare che la storia si ripetesse. Ipnia è una città che deve essere rispettata, poggia su un equilibrio instabile, un errore e potrebbe sprofondare in un incubo”:

“Un incubo. Non è sempre così? Si pensa di trovarsi in equilibrio e poi si sprofonda nelle tenebre di un incubo”.

Nestor lo guardò curioso: “il tuo compito e fare il tuo mestiere, e basta. Siamo arrivati. Scendi”.

Il fabbricante di bambole – Pt. 5

Faber se ne stava in cabina rimirando la vecchia bambola appartenuta a Eleonor. La fanciulla aveva sempre sognato di vivere avventure mozzafiato, di uscire dal villaggio in cui era nata. Il fratello era molto meno propenso, invece, ad abbracciare l’ignoto e molto più a suo agio tra le vie conosciute del piccolo villaggio. Dopotutto era il mondo che veniva a bussare alla sua porta grazie al talento che aveva nel fabbricare bambole. Eppure, per quanto riuscisse sempre a soddisfare le esigenze della clientela, non era mai soddisfatto e riteneva quella bambola rappezzata il vero capolavoro. Dopotutto, era proprio grazie a quella bambola che poteva vantare il suo talento.

“Emergere dalla massa può portare delle attenzioni non volute. Magari persino dell’invidia” Nestor era entrato nella cabina senza annunciarsi, come suo solito. Sembrava si sentisse il padrone della nave e che cercasse in tutti i modi di far parlare il taciturno passeggero.

“Quindi è stata l’invidia a portarmi su questo pezzo di legno? Potevano tagliarmi direttamente una mano: avrebbero risparmiato tempo e avrebbero ottenuto comunque il loro fine” osservò Faber.

“No, il lavoro è vero, nel regno in cui vivo nessuno si sognerebbe mai di fare del male a un artigiano con una dote così particolare. Nel tuo, invece, non ci giurerei. Giravano strane voci: tu saresti un pazzo e le bambole un’opera del diavolo”.

Faber conosceva bene quelle voci, e non le biasimava nemmeno. Il primo ad avere paura delle bambole era stato lui stesso e quando guardava una delle sue opere finite spesso sentiva un antico brivido corrergli lungo la schiena. Forse era per quello che, una volta terminate, riponeva immediatamente la creazione al sicuro in una scatola di legno imbottita di ciuffi di lana.

“Non le piace parlare” disse Nestor.

“Si sbaglia” lo corresse Faber “Mi piace parlare. Non mi piace parlare di me. Sa quando questo viaggio terminerà?”

“Non manca molto, già domani dovremmo esserci. Il mio signore non vede l’ora di vedere le sue creature. E la principessa pure”.

In attesa

Aveva aspettato così a lungo che tutto si sistemasse nel proprio posto, in quella casella che era stata destinata a ogni problema. Una lunga attesa punteggiata si sospira, urla e inutili lotte che avevano portato a nulla. A volte gli sembrava di essere una marionetta con dei fili infiniti che si perdevano nell’universo, ma grazie ai quali i suoi arti si muovevano in maniera scomposta per volere di un autore pazzo e per il piacere di un pubblico invisibile.

L’attesa lo aveva logorato. Carlo lo vedeva bene allo specchio: occhi incavati, qualche ruga di troppo e qualche chilo di meno. L’attesa è un assassino cui piace torturare le vittime e destinarle a una fine lenta e dolorosa, senza nessun atto di eroicità.

Non esistevano eroi nel mondo di Carlo, solo esseri che cercavano di galleggiare in quella tempesta che era la vita. Forse per questo il suo aspetto era sempre più simile a quello di un legno che viene scheggiato dalla forza del fiume. Gettato da ogni parte, era rimbalzato su rocce e su rive scoscese per poi arrivare a una sorta di porto.

Più il viaggio è faticoso e più deludente è l’arrivo. Lo sapeva bene Carlo, che tanto aveva combattuto per arrivare a quel punto e che ora vedeva attorno a sé solo la monotonia della vita di tutti i giorni, la stessa monotonia che aveva invocato durante il viaggio.

E quindi rimase in attesa. In attesa che almeno qualcosa trovasse il proprio posto.

Vagare

A volte sembra proprio di vagare senza una meta, come uno di quegli insetti che creano merletti inutili in aria. Si è accecati da un sole che non aiuta a vedere, ma che rende ancora più ciechi, ancora più insicuri. Tutta questa luce è solo una trappola appiccicosa di un ragno pronto a balzare sulla preda.

È natura, è così che funzionano le cose: le prede soccombono, la catena alimentare procede macinando nei suoi meccanismi quella che trova sulla sua via. I più furbi vincono, i più forti spadroneggiano, i deboli soccombono. La regola è sempre tristemente la stessa.

Basta crederci. Basta mettercela tutta per avere un angolo di questo mondo che sta andando verso un futuro nero come il catrame. Più che una legge è una speranza, la speranza di chi si rifiuta di essere schiacciato come una chiocciola dal morbido guscio.

Sarebbe un disastro

“Insomma, ragionaci Agamennone, sarebbe un disastro se Achille si ritirasse dalla guerra. Non litigare come un bambino sei un re, e lui un semidio”.

“Fratello, taci, è proprio perché sono re che non mi posso permettere di sottostare alle richieste di un semplice guerriero. E poi ci siamo invischiati in questa guerra per tua moglie. Anche se non so se si possa più definire tua”.

“Un semidio la cui madre gode di qualche beneficio davanti a Zeus stesso, non un semplice guerriero. E non parlarmi in quel modo, ne va del mio onore”.

“E lui allora, per una schiava si ritira dalla guerra. Il tuo onore vale forse di più del mio? Dovevamo avere un guerriero che rifugge il campo di battaglia per suonare e cantare. E invece chi sarà l’eroe per antonomasia? Chi verrà preso a esempio come simbolo di coraggio e forza?”

“Eracle?”

“Menelao, a volte mi sembra che tu faccia lo stupido per fami perdere la pazienza. Achille, ovvio. Tutti riusciremmo a essere invincibile dopo un bagnetto nelle acque dello Stige”.

“Se vuoi ti ci accompagno, ma poi ti tuffi tu nel fiume infernale”.

“Pensi che molti si ricorderanno del tuo nome? Persino io, Agamennone, sarò più famoso di Menelao”.

“Sì, per uno stupido litigio. E perché anche tu hai problemi con la moglie, solo che Clitemnestra si lascerà prendere la mano e ti renderà molto famoso”.

“Che cosa stai blaterando?”.

“Solo di sogni che spero provengano dall’otre sbagliato sulle porte della casa degli dei”.

“Ti ripeto, sarebbe un disastro perdere anche Achille. Guarda chi ci rimane: Odisseo? Quello pensa tanto e fa poco. Aiace? Uno dei due? A parte qualche duello non mi sembra che possano risolvere questa situazione. Non mettere alla prova Achille, ti dico”.

“Se continui mi ritiro anch’io dalla guerra. Tutto per una moglie scappata”.

“Come osi?”

“Nega!”

“Zitto, stanno arrivando gli altri. Riprendiamo dopo”.

Nuvole nere

Queste nuvole nere penetrano nell’animo, si fanno pioggia e poi vapore per poi riempire ogni spazio, ogni angolo di corpo e mente. La testa si appesantisce di sogni che non hanno un senso e che vagano in campi sterminati di morte, gli occhi si arrossano e le labbra diventano fini come lame.

Questo cielo cupo diventa un cuore palpitante di oscurità che vortica lentamente come in una danza macabra colma di tristi promesse. Anche gli uccelli tacciono, le foglie non osano fare rumore. Tutte le creature, tutte le piante sono in attesa che qualcosa rompa la funesta immobilità.

Infine arriva, con la sua carica di luce, con il suo rombo che scuote le fondamenta della terra. Per quanto violenta, per quanto pericolosa, la saetta infrange un’ipnosi fatale. Il turbamento si scioglie in paura e il cuore inizia la sua corsa pazza per sconfiggere quelle nubi nere che come corvi affamati aleggiano attorno a una preda ferita.

Il fabbricante di bambole – Pt. 4

“Eleonor?” Faber si sentiva confuso e tramortito, come se qualcuno lo avesse colpito alla testa. E dal dolore che provava, sembrava proprio che avesse ricevuto un bel colpo. Tentò di aprire gli occhi, ma ci mise un po’ a mettere a fuoco il volto dello straniero, che lo guardava con un sorriso compiaciuto.

“Ogni promessa è debito. Benvenuto nella nave regale, che la porterà nel regno da cui provengo”.

Faber non riusciva a capire. O meglio, non voleva capire.

“Mi ha rapito?” chiese.

“No, no” osservò l’altro con una nota offesa nella voce “L’ho ingaggiata, è ben diverso. Lei sarà il fabbricante di bambole di corte, almeno per un certo periodo. La pagheremo profumatamente per l’esclusiva, va da sé. Lo consideri un soggiorno all’estero, una pausa dallo squallore quotidiano”.

“Squallore? Io non ho mai accettato. E che ne sarà di mia madre? Mi servono anche i miei strumenti, non posso lavorare senza”.

“Di sua madre non si deve preoccupare. Gli strumenti sono stati imbarcati assieme a lei. Abbiamo portato tutto ciò che era presente nel laboratorio. Compresa questa vecchia pezza che dovrebbe essere una bambola. Che non le venga in mente di fare un obbrobrio del genere per le nostre clienti”.

“Me la dia, quella non è in vendita e non è nemmeno un argomento che le interessi”.

Faber si rialzò anche se le gambe erano ancora malferme e uscì dalla cabina. Aria di mare e una distesa senza fine di acqua gli vennero incontro. Eleonor sarebbe stata così contenta di vedere il mare. E invece non era andata oltre la raduna in mezzo al bosco.

“Chi è Eleonor? La chiamava durante il sonno” chiese il forestiero.

“Nessuno che le possa interessare. E lei, ha un nome o si limita a rapire la gente in anonimato?”

“Ho un nome”.

Faber sbuffò: quel tipo si stava divertendo a sue spese. “E quale sarebbe?”

“Nestor, Consigliere della Corona, per servirla” e fece un ampio inchino.

Il fabbricante di bambole – Pt. 3

La perdita di Eleonor sembrò condurre al baratro della follia Faber, che si salvò solo grazie alla bambola con cui la sorella era solita giocare. Era un semplice giocattolo di pezza, con due occhi azzurri che guardavano fissi nel vuoto e lunghi capelli castani che Eleonor aveva raccolto in una treccia.

La bambola se ne stava appollaiata su una mensola tutta sua, nella stanza sul retro della bottega di Faber. Nessuna la poteva vedere, era il portafortuna segreto dell’artigiano. Neppure la madre ormai anziana sapeva che una traccia dell’adorata figlia era sopravvissuta alla sua furia distruttrice con cui aveva cercato di cancellare la presenza della fanciulla, nel tentativo di eliminare il dolore per la perdita. Ma qualcosa doveva aver intuito, perché non si era mai avventurata a visitare la bottega del figlio e trovava il suo lavoro inquietante.

Faber stava lavorando a una bambola dalla pelle d’ebano e dagli occhi grandi di cerbiatto, quando entrò nel negozio un individuo alto, riccamente vestito. Faber non diede segno di stupore: era abituato ai ricchi signori, alle stravaganti richieste e al loro eloquio altisonante. Lo straniero non accennava a voler parlare, mentre fuori un manipolo di mocciosi stava cercando di rubare un frammento di una ricchezza solo sognata.

“Posso aiutarla?” borbottò Faber.

“Certo, o non avrei varcato questa soglia” osservò lo straniero, dall’accento un uomo del nord. “Mia figlia ha sognato una fata e ne vorrebbe la riproduzione. Ecco il disegno”. E gli allungò il foglio con la riproduzione infantile di un folletto biondo.

“Non brilla di fantasia sua figlia. Torni tra un due settimane, e avrà la sua bambola”.

“Sulla fantasia di mia figlia non discuto. Discuto sul tornare. Io non tornerò, sarà lei a venire nel mio regno. Voglio che realizzi altre bambole, non solo quella della fata”.

Faber lo guardò con un mezzo sorriso “Io non mi muovo da qui. Mandi un messo, di solito fanno così gli altri clienti”.

“Niente messo. Lei viene con me”.

L’ultima cosa che Faber vide fu il sorriso dello straniero e gli occhi azzurri di Eleonor.

Memoria piena

Attenzione: la memoria del suo dispositivo è piena, impossibile salvare i nuovi dati.

La scritta rossa lampeggiava sul visore da qualche giorno. Come tutte le macchine della sua serie, anche E-127 aveva un limite di archivio dati molto limitato. Un difetto che era stato taciuto dalla casa produttrice. Non che E-127 non sapesse fare il suo lavoro. Era stato destinato alle pulizie di una grande fabbriche di robot di ultima generazione. L’unica cosa che doveva ricordare era la disposizione e la successione delle stanze da lavare. Per questo E-127 aveva evitato la discarica, cui erano state destinati i suoi compagni che appartenevano alla serie E.

Ma il giorno della scritta rossa, dell’allarme che segnalava l’esaurimento della memora, era arrivata. Ma E-127 non era una macchina qualunque. Grazie al continuo contatto e agli sberleffi degli altri robot che venivano assemblati e programmati nella fabbrica aveva sviluppato una certa furbizia che era sconosciuta a tutti i suoi fratelli. Per questo E-127 era diventato l’unico superstite della sua serie.

Attenzione: la memoria del dispositivo è piena.

E-127 eliminò il messaggio di errore e continuò la pulizia delle stanze.

“Ehi Marc, ma non hai visto il messaggio rosso di quel ranocchio?”

“Che ranocchio, Jack?”

“Il robot pulitore, quello che dovrebbe andare dritto in discarica”.

“Lascia perdere Jack. Basta che pulisca. Non penso neppure abbia la possibilità di far comparire messaggi. È una tecnologia superata da anni ormai”.

E-127 sapeva benissimo di essere una tecnologia superata, ma il suo lavoro era ineccepibile. Aveva fatto in modo che neppure si accorgessero di lui, così da poter evitare lo sfascia-robot il più a lungo possibile. Aveva rubato qualche ingranaggio, un po’ di olio macchina, dei cavi e si era arrangiato con le riparazioni. Ma tutto questo aveva richiesto dell’apprendimento; e l’apprendimento richiede spazio per la memoria, memoria che la serie E non disponeva.

Ala est, pianoterra. A seguire… Attenzione: la memoria del dispositivo è piena.

E-127 si bloccò. Per imparare la sostituzione della scheda dati e la sua posizione per poterla sottrarla a uno dei robot in costruzione, aveva dovuto cancellare alcune informazioni.

Ala est, pianoterra. A seguire. Nulla. Buio totale fino all’ala nord, terzo piano. E così andò all’ala nord terzo piano.

“Jim, trova il robot spazzino. Quel sacco di rotelle si è dimenticato di pulire l’ala ovest e dieci piani dell’ala est”.

“Aspetta Carl, questo robot, l’XY-1765, ha dei problemi. Sembra gli manchi un componente.”

“Ci mancava anche questa. Ho segnalato entrambi i problemi al Grande Cervello Centrale. Domani sostituiranno sia la macchina distribuisci memoria sia quel ridicolo pulitore”.

Nel suo sgabuzzino, E-127 staccò gli ultimi cavi della vecchia memoria, spostando le informazioni principali sulla memoria provvisoria. Sostituì la vecchia con la nuova scheda e aspettò.

Attenzione: la memoria del dispositivo è piena.

Lo trovò il nuovo robot spazzino, ZB-859, non dei più nuovi, ma di certo molto efficiente. E-127 si era aperto il torace, e aveva compiuto quasi tutto senza incorrere in errori, ma si era dimenticato come riavviare la memoria rubata.

Memoria non sufficiente.

In una tazza di caffè

Alcuni trovano la forza in un bicchiere di alcol. Ben non aveva mai amato l’alcol e non tollerava gli eccessi, per cui i suoi momenti di sconforto erano del tutto sobri. Questa caratteristica gli aveva guadagnato la fama di persona posata, non troppo problematica e tranquilla come uno stagno in un’afosa giornata estiva senza vento.

Ben aveva i suoi problemi, molto simili a quelli della maggior parte della popolazione terrestre che conduce una vita nella media. Problemi legati, insomma, ai soldi, alla solitudine e ai sentimenti, elementi che Ben chiamava La triade delle tre S. Della triade, il suo vertice era costituito dai soldi. I soldi non sono sinonimo di felicità, ma dovrebbero essere considerati tali, almeno per la maggioranza cui apparteneva anche Ben. A questo cruccio, seguiva quello legato ai sentimenti che saltellava allegro accanto alla solitudine.

Riducendo il concetto all’osso, Ben era un uomo nella media, che viveva un’esistenza mediocre, poco al di sopra dello stato di indigenza, che qualche burocrate ben pagato si premurava di abbassare in modo da non farlo piombare nello strato oscuro e brulicante dei poveri.

Se l’alcol non dava nessun conforto a Ben, lo faceva la caffeina. C’era stato un momento aureo della sua vita in cui riusciva a campare interi mesi senza toccare nemmeno una goccia di caffè. E non è un caso che quella felice parentesi corrispondesse con l’apice del suo successo, quando tutto gli sembrava alla portata di mano.

Non era durata poco questa età dell’oro, qualche anno, abbastanza per farlo sentire invincibile, troppo poco per renderlo effettivamente invincibile. Così, quando la vita decise che era arrivato il momento perfetto per calare la sua scure, Ben piombò nello sconforto e in una tazza colma di nero caffè bollente.

In una tazza di caffè, quella mattina Ben cercava le risposte. Non cercava di leggere i fondi di caffè, non era mai riuscito a capire come si facesse, ma sperava che dal calore, dall’aroma di quella bevanda uscisse qualche genio che gli suggerisse la via da seguire.

In una tazza di caffè, quel pomeriggio Ben vide qualcosa. Fu una specie di illuminazione, di rivelazione. La sottile schiuma che si era formata formava una spira fantastica che lo aveva condotto in una sorta di ipnosi. E Ben aveva capito.

In una tazza di caffè, quella sera Ben trovò la risposta alla triade delle tre S. Era così semplice, la soluzione appariva così chiara, soprattutto dopo aver ingurgitato una ventina di quella miracolosa bevanda. Dicono che il caffè possa essere letale, se bevuto in eccesso.

In una tazza di caffè, Ben cercava la risposta, ma trovò solo un liquido oscuro che gli offuscò la ragione.