Multiforme – Pt. 4

La nave salpò. Anch’io mi unii a quanti se ne stavo sul ponte a salutare i propri cari rimasti a terra, anche se non c’era nessuno venuto a augurarmi un buon viaggio. Mi parve di scorgere il cappello di un certo commissario, ma la fantasia può giocare brutti scherzi: le indagini non erano certo arrivati al punto da ricollegare l’omicidio del conte alla scia di morti misteriose e truffe argute che mi ero lasciato sulla terraferma. In ogni caso, il cappello era sul molo, mentre io stavo salpando verso una terra in cui le mie mani non avevano ancora operato.

“Chi sta salutando figliolo?”

Le anziane signore sono così premurose: si impegnano con il massimo sforzo a cadere tra le braccia del primo malfattore. Fortuna che io non sia un ladruncolo da quattro soldi.

“Mia sorella, signora…”

“Margaret, duchessa di Greville”.

“Duchessa, piacere. Ulysses Mortimer, conte, per servirla. E lei, chi sta salutando?”

“Quel tontolone di mio nipote. Non saprebbe distinguere il suo volto dal muso di un asino. Non che sia una grande differenza. È da settimane che protesta: prima dice che il viaggio è troppo lungo per una persona anziana, poi che in America non avrei trovato niente. Certo, niente a parte suo cugino, un uomo di talento. Ve lo dico io conte: aveva paura che le mie sostanze prendano un’altra via.”.

La vecchia era ancora in gamba, ma era lenta e acciaccata. Era vestita con lusso, ma con una moda che ormai apparteneva al passato. Ma gli anelli che sfoggiava suggerivano una grande ricchezza. Meglio mantenere i contatti con persone del genere, in modo da poterne approfittare al momento opportuno. Duchessa di Greville: se fossi stato sulla terra ferma non avrei atteso a iniziare il mio corteggiamento. Ma in una nave, la tattica deve cambiare.

Punto e a capo

Dare un colpo di spugna fa bene: ripulire tutto, cominciare di nuovo e ritrovare le forze. Un po’ come fanno le piante che, una volta potate, crescono ancora più forti e vigorose di prima, a meno che non arrivi una bella gelata che le condanni a diventare fertilizzante. Anche in quel caso avrebbero, comunque, una certa utilità.

C’è persino chi scompare per poter avere una seconda possibilità. Un giorno decide che la vita si è ripiegata su se stessa, senza proseguire verso un aspetto lineare e sensato. Attorno si vedono alberi frondosi, magari carichi di gemme, delle bellezze in confronto all’arbusto che tutti ormai considerano rinsecchito. Ma anche un ramoscello secco, con le giuste cure, può tornare a rifiorire. Dopotutto le rose sono dei semplici rovi colmi di spine.

È il momento di fare un bel punto, uno di quelli che passano i fogli, e andare a capo, magari evitando di cambiare identità, il livello di delusione non ha ancora raggiunto queste vette. Non sarà immediato e sarà anche faticoso. Ma se fino a ora non è andata come avrebbe dovuto, tanto vale tentare di correggere la rotta. Sempre che sia quella giusta.

Perdersi

Si dice che, perdendosi in un bosco, sia probabile tornare sui propri passi senza volerlo. Al posto di procedere, di seguire un’immaginaria linea dritta, si gira attorno allo stesso punto, come una trottola impazzita. Si vedono le stesse rocce, le stesse radici, alberi dall’aspetto ormai familiare, terreno conosciuto. Ma queste forme note non danno sicurezza, ma solo un senso di sconforto e di insicurezza.

Eccoci qui, quindi, allo stesso punto di un momento creduto passato. Vano il pensiero che forse la storia non si stia ripetendo, illusoria l’idea che questa volta le cose seguiranno un percorso diverso. C’è sempre la speranza che sussurra parole di miele, che nella mente si trasformano in indicibili promesse. Promesse che si spera non vengano disattese.

Non si può smettere di sperare e di sognare. Ma queste rocce hanno forma così riconoscibile. Magari venti simili con destinazioni diverse le hanno modellate.

Condominio n. 132 – Pt. 1

Parasenia era una città con talmente tanti abitanti, che le case singole erano state dichiarate fuori legge, requisite e trasformate in altrettanti condomini, molto più efficienti dal punto di vista abitativo. Vista da lontano, Parasenia sembrava un enorme oceano di mattoni, pietra e cristallo, che si muoveva lentamente come un pachiderma. Le città mutano, secondo i loro tempi, e Parasenia non era da meno.

Il mondo di Parasenia era gravato dallo stesso problema. Troppi abitanti in troppo poco spazio, ma nessun angolo, nessun agglomerato presente sulla faccia della terra poteva vantare un Condominio 132.

Per questione di ordine, ogni condominio era stato numerato. Con il passare del tempo, le ristrutturazioni, i cambiamenti, gli ingrandimenti avevano creato un certo disordine nei numeri, per cui il 132 si trovava nel mezzo del 10.458 e del 37.723. Come suggerisce il numero a sole tre cifre, il 132 era uno dei condomini più vecchi dell’intera enorme città.

O meglio. Era il più orgogliosamente antico condominio. E i suoi condomini ne andavano fieri.

Tutti in carrozza – Pt. 28 FINE

I giorni che li separarono dalla partenza furono sospesi. Ivonne sapeva che doveva passare inosservata, o la tappa successiva non sarebbe stata l’America, ma un marito geloso e adirato. Andrea scrutava ogni volto e, se riconosceva il tipo della stazione, subito si confondeva fra la folla del porto.

“Oggi è il grande giorno”.

Ivonne rise provocando la reazione di stizzita Andrea: “Smettila di ridere di me”.

“Ma non hai capito? Ogni giorno è grande”.

“Tutto sta finendo”.

Ivonne si fece seria: ” È gia tutto finito. Ma tutto sta per ricominciare. Noi stiamo ricominciando. E al di là dell’oceano nessuno potrà scrivere le nostre storie, se non noi stessi”.

Andrea la guardò. Era ora di dimenticarsi del sangue e della colpa, dell’innocenza e del rimpianto. Era ora di gettarsi nel vuoto crepitante del futuro.

Campanelli nella notte

Si sa, i dottori a volte sono un po’ frettolosi a dichiarare il decesso. Basta uno specchietto non appannato, e la vita viene considerata una frivolezza del passato, e la tomba una sicurezza futura. Per questo avevano messo un campanello, collegato all’interno della cassa per permettere al malcapitato di comunicare la sua esistenza.

E quella notte un campanello suonò, peccato che non ci fosse nessuno a sentirlo. Suonò una, due, tre volte, come un grido d’aiuto e di disperazione, ma il guardiano se ne stava chiuso in casa. I non morti fanno paura ai vivi, ma non agli altri non morti.

“Grazie signore. Che esperienza terribile: mi sono svegliato in una cassa. Chi è lei? Come potrò ricompensarla?”

“Poco importa. Io sono un non morto, io sono un non vivo”.

“Non esistono creature come queste. Mi dica la verità”.

“Oh signore, anche lei è come me, non creda. Che sia chiaro: non sono mai morto io, il mio cuore pulsa, respiro, mangio e bevo. Eppure non esisto. Per il mondo io non sono nulla. Un numero, al massimo, che vive nell’ombra. E lei, come crede di ripagarmi? Non rinunceranno facilmente alla eredità”.

“Non voglio essere un non morto”.

“Non è male. Non perderà pezzi di pelle e non si esprimerà per grugniti. È una nuova vita. Le piaceva molto quella vecchia?”

“No, ma è l’unica che conosco”.

“Ecco, era già un non morto, allora”.

Ci sono notti in cui le campane chiedono aiuto agli spiriti.

Tutti in carrozza – Pt 1

Era arrivato il momento di andare, trascinando una valigia piena di ricordi e di cianfrusaglie, un cuore colmo di nostalgia e di timore. La paura è la migliore amica di qualsiasi viaggiatore che non sia un avventuriero incallito. Si lascia alle spalle la certezza per poi gettarsi fra le braccia dell’ignoto.

Andrea era in attesa sulla banchina con stretta in mano la maniglia della valigia. Non che volesse partire, ma doveva. E si era guadagnato un fantastico biglietto di terza classe che lo avrebbe portato in terre poco conosciute dall’uomo. Andrea aveva perso tutto, e quindi doveva cominciare di nuovo dal nulla.

Il treno si fermò con un rumore di ferraglia e sbuffi degni di un mostro delle leggende. Guardò i suoi compagni: avevano abiti scuri e consunti dalla povertà. Lontano, ben lontano dal ventre incandescente della locomotiva, poteva intravvedere un vezzoso ombrellino rosso con ricami dorati.

Specchio di verità. Parte 1: il viaggio inizia

Le scivolò dalle mani, in un attimo raggiunse il suolo dove, con un limpido tintinnio di mille campanelle d’argento, andò in frantumi. Schegge di cielo danzarono nell’aria, frammenti scintillanti si sparsero ovunque, pezzi di smeraldo rotolarono tra l’erba. Finalmente era libera.

La strada era ancora lunga e polverosa, ma non c’era possibilità di tornare indietro. Aveva deciso di abbandonare la sua piccola casa, il focolare caldo e sicuro, per cercare una meta sconosciuta, certo, ma piena di promesse. Era stata avvertita: il cammino sarebbe stato difficile, i suoi compagni di viaggio non certo gentili. Ci sarebbero stati briganti, furfanti, truffatori. Perché lasciare la sua vita tranquilla, all’insegna della normalità, per rischiare di perdersi nell’intrico del mondo di fuori?

Quel paesino, però, non le bastava. Voleva di più, voleva spingersi oltre, andare lontano, scoprire e toccare mondi nuovi, vedere colori mai pensati, sentire lingue arcane, sconosciute. Liberarsi finalmente dai benpensanti che volevano renderla simile a loro.

E quindi eccola, avvolta in un pesante mantello, ricurva mentre portava con sé un fagotto che sembra essere troppo pesante. Era riuscita a chiudere la porta del suo passato, non senza fatica o rimpianti. Ma per non morire, per non soffocare, doveva partire e, un passo dopo l’altro, allontanarsi dalle sue certezze.

Unica compagna fu la paura. La paura di non farcela, di cadere e di non alzarsi più, di perdersi, di smarrire la via. Ma la meta lontana la spronava, le dava la forza ogni giorno, la guidava per sentieri impervi.