Ci sono botteghe che vivono in una dimensione diversa. Quella di bambole ne è un esempio: basta entrarci per trovarsi in un mondo diverso, fatto, di corpi simili a quelli reali, ma inerti e senza vita, simulacri senza anima e senza voce. E poi ci sono gli orologiai che nei loro negozi danno una forma alla più inafferrabili delle dimensioni, il tempo.
Nella bottega dell’orologiaio si univano arti diverse: quella del meccanico che gioca con ingranaggi e viti, quello dell’artista che crea un oggetto elegante e anche quello dello scienziato che cerca di riprodurre con legno e metallo il cammino del tempo. La Bottega delle Lancette era un perfetto esempio di questo connubio, grazie alle mani esperte dell’artigiano Philippe. Le mani di Cronos era il soprannome che gli veniva affidato dal suo collaboratore, Ernst, ma solo quando Philippe non era presente.
Lavorare con il tempo non è semplice: i suoi effetti sono evidenti, ma solo se si ha la pazienza e la fermezza di vederli e accettarli. Lavorarci tutto il giorno richiede attenzione e cura. Ogni orologio era per Philippe una creatura unica, ma tutti i suoi manufatti avevano un cuore che batteva all’unisono.
Era tutto questione di tempo. Il battere dei meccanismi scandivano il tempo, tanto che all’interno del negozio sembrava di essere in un cuore pulsante, una camera viva e vibrante, una sensazione dovuta al rumore ora forte, ora più delicato di tutti i meccanismi che vi trovavano rifugio.
Le mani di Cronos producevano perfetti strumenti che venivano comprati da ricchi e da poveri, da persone famose e da quelle anonime. Per quanto diversi tutti, però, si scoprivano soddisfatti dopo aver comprato una scatola che illudeva di aver intrappolato in tempo.