Colla super forte

Ci vorrebbe una colla bella forte, di quelle talmente resistenti da rendere il vaso in frammenti ancora più forte di prima. Certo, sarebbe stato meglio non far cadere il vaso, ma talvolta succede per un incidente o per un momento d’ira.

È per quello che hanno inventato la colla.

Zero

C’è qualcosa di strano nello zero. È il nulla, è un cerchio che si racchiude sul vuoto. Lo zero è la sospensione in un mondo pieno di numeri e di misure.

Ma Zero era anche il nome toccato in sorte a un bambino poi diventato ragazzo. I suoi genitori, chiunque fossero e qualunque fosse la loro storia, lo avevano lasciato sulla scalinata di un collegio di orfani quando era ancora in fasce. Lo trovarono a mezzanotte, all’apertura di un nuovo anno. Il direttore lo registrò in una pagina ancora intonsa, senza alcuna scritta. Zero prendeva una sua identità.

Non è semplice vivere con un nome del genere. Zero era sempre preso di mira dagli scherzi e dai giochi dei bambini più grandi. Odiava il suo nome, gli sembrava che risuonasse come una scatola di latta vuota, senza senso. In mezzo a tanti numeri, lo zero riesce a distinguersi, nel bene o nel male. E Zero lo imparò velocemente.

Il vuoto si può riempire, il vuoto può trasformarsi in qualsiasi cosa, con naturalezza. Zero divenne il primo nel collegio, il più intelligente e il più studioso. Non che questo migliorasse la situazione con i compagni: si sa che i più bravi sono sempre presi di mira da odi e da una buona dose di invidia.

Allora divenne il secondo nelle arti marziali. Secondo perché venne sconfitto dal migliore della squadra. E come tale venne ben presto dimenticato e tralasciato, ma almeno nessuno aveva più il coraggio di picchiarlo o maltrattarlo.

Divenne il terzo a essere eletto come rappresentante dell’istituto, risultato dovuto per lo più dalla sua nuova forza fisica. E quarto arrivò nella graduatoria per l’iscrizione all’università.

E infine si rese conto che essere Zero non era poi così male.

Da solo – Giorno 10

Un altro giorno senza bestie parlanti. Nessun pesce che mi fa discussioni filosofiche o che elargisce pillole di vita. Non mi riferisco solo a Clara e a nonna, ma anche di semplici conoscenti che, non ho mai capito con quale coraggio, si ergono a giudici dell’umanità intera. A volte li invidio: non riuscirei a impormi a quel modo o considerarmi superiore a tutti. Ma questo non è più un mio problema.

In effetti qui non ci sono molti problemi, se non quello di procacciarsi il cibo. Ma con un po’ di ingegno immagino di riuscire a sopravvivere. I miei gusti in questo campo sono cambiati, senza nemmeno rendermene conto. Secondo Clara facevo un uso spropositato di caffè e della grande famiglia degli zuccheri. Clara faceva parte, invece, della frangia salutista, il che rendeva arduo ogni invito a cena: bisognava evitare pizzerie, ristoranti di catene, bar, osterie, asporto. Gli unici locali erano fin troppo costosi e pretenziosi per Andrea. Ora mangio per lo più frutta e quello che rimane di queste scatolette. Clara sarebbe fiera di me, ma ora non me ne importa granché.

Il fiume segue una linea tortuosa, anche se il terreno è piuttosto piano. Lo capisco: anch’io sono capace di rendere complesso anche il compito più semplice. Il mio cervello si perdeva in un labirinto di dubbi e di pericoli da cui difficilmente riuscivo a uscirne.

Mi sono dimenticato di dirvi una cosa: mentre camminavo, mi è balenato in mente l’edificio in cui mi sono fermato. Nulla di particolare: una struttura cubica e grigia, di media dimensione, ma con una scritta cubitale azzurra. Non riesco, però, a mettere a fuoco cosa riportasse quella scritta.

Da solo – Giorno 9

Ma è davvero importante capire per quale strano fenomeno io sia finito in questo posto? Prima di risvegliarmi con il rumore delle onde nelle orecchie e la sabbia tra le mani, non ero soddisfatto della mia vita, non del tutto, almeno. Dopo il tradimento di Clara ho pensato più volte di scappare. Non sarebbe bello avere una seconda occasione, ricominciare da capo? Avrei rassegnato le dimissioni, me ne sarei andato da un ufficio dove c’era più falsità che umanità e avrei cambiato città. Ottimo progetto, certo: ma cosa avrei fatto? Non saprei.

Vi lascio per seguire questo fiume: anche lui non sembra avere le idee chiare su come far procedere il suo corso.

Questa escursione è andata meglio del solito: ho trovato un frutto che sembra essere commestibile e, data l’assenza di esseri parlanti, non sembra essere velenoso. O non starei qui a scrivere. Non si sta così male in questo posto. La temperatura è mite, anche di notte riesco a resistere senza desiderare intensamente una coperta. Forse devo pormi meno domande e accettare quello che è successo. Forse è questo il cambiamento che tanto desideravo.

Dubitare

Il dubbio è un tarlo che lavora senza sosta, in silenzio. All’inizio il danno non sembra grave, è quasi impercettibile, ma dopo anni l’intera struttura crolla in una nuvola di polvere. Il dubbio è forse più subdolo degli insetti: ne basta uno per distruggere famiglie intere. E in casa Bianchi il dubbio faceva da padrone.

Entrare nella dimora Bianchi era come scendere negli abissi: ci si sentiva schiacciare da una pressione invisibile, tanto che i pochi invitati che varcavano la soglia se ne stavano ingobbiti, con la testa incassata fra le spalle, come se temessero che il collo non potesse sopportare quell’oppressione. Non era un caso, quindi, che Luca, il figlio dei coniugi Bianchi, fosse scappato di casa senza lasciare più notizie. Ma anche riuscendo a rintracciare Luca, non sarebbe stato possibile comprendere il motivo di quella tensione. Luca era solo la vittima dei suoi stessi genitori.

Rodolfo era il capofamiglia, uno stimato avvocato di paese che aveva fatto fortuna in città in modi non molto chiari. Rebecca ne era la moglie, di una decina di anni più giovane. Entrambi non avevano nutrito mai amore reciproco, ma una certa tolleranza. A Rodolfo la moglie, figlia di una nobile famiglia, aveva permesso di accedere a salotti le cui porte sarebbero stati chiuse davanti al figlio di un commerciante. Rebecca era stata invece attratta più dai soldi del marito che dalle sue caratteristiche umane. Era un accordo, e, finché i termini venivano rispettati, la vita dei due procedeva in modo sereno.

Il problema nacque lo stesso giorno di Luca. Il dubbio si era insinuato tra fessure delle finestre, si era propagato in casa come un gas tossico. Il primo seme era stato gettato da Luca stesso: aveva gli occhi blu, come nessun altro in famiglia, ma uguali a quelli del pittore che viveva nella casa di fronte. Ma Rodolfo non aveva detto niente perché da tanto aveva atteso l’arrivo di un erede. Eppure il suo sguardo si era fatto di ghiaccio, le sue parole erano diventate lame e il sorriso era stato dimenticato.

Anche Rebecca cambiò, di giorno in giorno divenne più magra, più secca e cominciò a guardare di sottecchi chiunque. Rodolfo prese l’abitudine di tornare a casa sempre più tardi e con un odore diverso dal solito. Il dubbio che il marito si divertisse alle sue spalle le creava spasmi allo stomaco, le attorcigliava le viscere e le toglieva il sonno.

C’era una guerra in casa Bianchi, una guerra sotterranea, senza sangue e senza fuoco, ma che avrebbe lasciato a terra almeno una vittima.

Agosto

In verità luglio è sembrato un agosto anticipato a causa di un’estate impazzita e rovente. Io rientro in quella parte della popolazione che ha sempre odiato l’estate per le temperature esagerate. Quando ero più piccola, cercavo di diventare o un’alga in mare o un galleggiante in piscina. Ora le cose sono un po’ cambiate, e cerco solo di non ridurmi a un ammasso sudaticcio che si lamenta di continuazione.

Lasciando da parte il problema del caldo, passiamo a questo mese che si dovrebbe aprire con un bel gavettone. Magari di acqua gelata. I gavettoni arriveranno, ma posticipati di qualche settimana e non certo rinfrescanti. Devo ancora mettere a punto un piano di sopravvivenza, che preveda anche l’occultamento di qualche prova che non voglia venga avvistata: troppe spiegazioni, troppi giudizi. E poi, se a settembre qualcosa dovesse andare storto, dovrei proseguire con altre spiegazioni e far fronte agli immancabili giudizi.

Ma agosto non è un mese da bocciare su tutta la linea. È anche il mese delle stelle cadenti, le Pleadi che scappano da Orione in una corsa che non ha fine. Gli dei a volte interpretano in maniera tutta personale la richiesta d’aiuto delle ninfe. Magari quest’anno riesco a vederne una. Il desiderio ormai è scontato.

Non essere all’altezza

È da un po’ che mi chiedo se non siamo all’altezza. E che cosa vuol dire non essere all’altezza? So solo che qualche benpensante, laureato nelle materie giuste, con un lavoro ben remunerato e ben visto dalla società guarda con superiorità questa famiglia un po’ scalcagnata, non perfetta, e di certo non appartenente alla classe di dotti e saggi che si possono dimenticare di aver ereditato una casa. Anche se penso che non denunciare una casa sia un sintomo di stupidità maggiore del non aver conseguito un dottorato.

In realtà poco mi importava. Solo che da qualche tempo questa malattia sembra aver contagiato anche una persona cara. Fidatevi, so cosa si prova nel sentirsi parte di un élite: è un’ebrezza che ho provato e da cui ho preso le distanze quando ho visto il deserto attorno alla fortezza scintillante dell’esclusività. Se ne esce un po’ ammaccati, un po’ meno speciali, ma con la capacità di apprezzare il resto del mondo.

Lo so, è un testo sconclusionato, ma mi serve per mettere a posto le idee. O forse è solo una mia convinzione in un momento di stanchezza.

Basta numeri

Sto facendo una petizione: basta numeri!

Salute a te, Carassius. Dovresti imparare a salutare: si chiama buona educazione. Poiché la maleducazione dilaga senza freni, dovresti sforzarti a impararla. O ti tolgo il diritto alla parola, vedi un po’ tu.

Tu invece minacci sempre, ma deve essere un difetto degli umani.

Che petizione stai realizzando? E soprattutto, chi pensi di coinvolgere? I pesci tropicali mi sembrano annoiati e infastiditi, non certo interessati e partecipi.

Lascia perdere quei tipi. La petizione è mia contro di te.

Non mi sembra una grande novità.

Prima mi riempi l’acquario di macchine virtuali, migrazioni di dati, server e roba del genere.

Lo sai che è stata una necessità.

Va bene, passi. Ma ora cosa sono tutti questi numeri? Nuoto e incappo in reti di formule, valori, dimensioni. Non mi sembra normale.

Per un po’ ti sarà normale. E poi ce la caviamo meglio del periodo delle macchine virtuali, non ti sembra?

Lo ammetto. Ma quando ci fermiamo? Sono un po’ stanco di occuparmi ora di una cosa, ora dell’altra, e poi di una terza ancora.

Hai ragione, ma questa dovrebbe essere la definitiva. Lo sai, ci aspetta un periodo intenso.

A proposito, chiedo il congedo per metà agosto.

Non provarci. Io sto qua e tu farai lo stesso. Congedo non permesso.

Uffi. Cercherò di annegarmi, così piangerai la morte di un povero pesce rosso.

Mai sentito un pesce rosso morto per annegamento. E comunque tra i pesci tropicali ce ne è uno che conosce le pratiche di primo soccorso. Non pensare di defezionare.

Sblurp, sblardo, prrrsblirp.

Protesta, protesta, tanto non cambio idea.

Da solo – Giorno 8

Prima di ripartire, permettetemi una riflessione. Non riesco proprio a capacitarmi del motivo per cui Clara e nonna tornino a perseguitarmi. Certo, avrete notato che nessuna delle due mi ammiri più di tanto. Clara lo ha dimostrato con i fatti, talvolta con le parole. All’inizio penso che fosse attratta proprio dal mio essere senza difese, una preda che proprio non riesce a diventare un predatore, nemmeno davanti a pericoli mortali. E nonna, come mamma, è stata delusa da qualche mia decisione: avrebbe voluto un leone, e si è trovato con una gazzella.

E ritorniamo nello zoo. Prima di perdermi nell’intrico degli animali e ricevere un altro agguato, meglio che parta per scoprire come poter sopravvivere a questa maledizione.

Finalmente è arrivata la sera, senza altri particolari incontri. D’altronde chi altro potrebbe apparirmi? Mio padre non ne sarebbe capace, come me non è capace di mostrare altre facce che non sia la quella che ci ha riservato madre natura. E di amici, non è che ne abbia molti. Forse potrebbe apparirmi il mio capo: visto che non sono riuscito a portar ea termine il viaggio di lavoro, probabilmente si presenterebbe come un coccodrillo pronto a staccarmi la testa.

A proposito, sto ancora cercando di ricostruire i fatti. Mentre stavo camminando tra i cespugli, mi è balenato un ricordo, forse il più recente rispetto a questa stramba avventura. Anche in questo caso ero perso, proprio come ora, anche se non in un bosco. Perso perché Clara non era con me a sostenermi, perché il viaggio di lavoro si sarebbe concluso con un cliente da conquistare, a cui il capo teneva particolarmente e perché, se avessi fallito, sarei rimasto senza lavoro. Un lavoro che, oltre tutto, odiavo.

Per questo avevo deciso di fare una pausa durante il viaggio. Altro problema: non ho la minima idea di dove io mi sia fermato.

Da solo – Giorno 7

È ufficiale: sto impazzendo. A parte che questa storia degli animali deve smettere: meglio tornare a rivolgersi a un pubblico silente e senza volto, senza forma, e, soprattutto, senza pelo, artigli, ali e zampette. Senza offesa, ovvio, ma i miei lettori sono molto più discreti. Magari è questa strana pianta che sparge attorno spore venefiche. O quest’erba così strana. Non ho mai visto piante del genere.

In ogni caso, lasciando la botanica a parte, ho alcuni aggiornamenti per voi.

Dalla comparsa della lucciola parlante sono passati un po’ di giorni. Scusatemi, ma non avevo voglia di avere interazioni, per quanto fittizie, con alcun essere vivente. Ho continuato, però, il mio viaggio, mi sono inoltrato tra gli alberi, e ho finalmente scovato la fonte del gorgoglio. Si tratta di un fiumiciattolo che si snoda con un percorso piuttosto tortuoso tra le radici della vegetazione. Non avendo particolari programmi per il futuro, ho deciso di seguirlo, per vedere la risorgiva. Magari riesco a capire meglio cosa sia questo posto, se un’isola, un continente, un’allucinazione.

L’acqua non è più un problema, quindi. Il cibo rimane una questione da risolvere. Nel fiume sguazza qualche pesce, ma non ho né i mezzi né le capacità per pescarlo. A mani nude non se ne parla, costruire una canna da pesca mi sembra altrettanto surreale. Mai fatto una cosa del genere, sono un uomo di appartamento, poco avvezzo al tema sopravvivenza. Ho visto degli animaletti aggirarsi, probabilmente dei roditori, ma sono più scaltri e più veloci di me, quindi nulla da fare.

Magari devo solo aspettare di avere più fame: a quel punto le mani comanderanno meglio del cervello.