Da solo – Giorno 14 Real Game

Mentre Andrea seguiva la signora, cercava di ricordare il nome della nuova azienda per cui lavorava Clara: all’improvviso gli sembrò che avesse un nome molto simile a Real Game. Clara lavorava come grafica, ma, pochi giorni prima di scomparire dalla sua vita, aveva cambiato lavoro.

“Mi scusi”, ma la signora continuò spedita varcando l’entrata. Andrea si trovò in una stanza grigia come l’esterno, con la stessa scritta, anche se più piccola, su una parete. La signora gli porse un bicchiere colmo di acqua fresca. “Grazie. Senta, per caso qui lavora una Clara?”

“E a lei, piacerebbe lavorare qui? Badi bene, sarà un grande cambiamento di vita, ma anche la sua Clara non era molto soddisfatta della sua esistenza. Certo, il motivo principale della sua insoddisfazione era lei, ma probabilmente non eravate complementari. Allora, vuole cambiare la sua vita?”

Andrea la guardò un po’ perplesso. “Non so nemmeno di che cosa vi occupiate, né come si chiami lei. E di che cambiamento sta parlando?”

“I suoi dubbi sono leciti”, notò la signora. “Mi chiami pure Bianca. Si trova nella sede di sviluppo di una delle più innovative aziende di giochi virtuali. Siamo un’eccellenza a livello mondiale: i nostri giochi non si limitano a intrattenere, ma danno ai nostri partecipante ciò che vogliono. Tuttavia, i nostri prodotti sono ancora in fase di sperimentazione. Lei ci aiuterebbe a testare il prodotto. Basta che lei si immerga nel gioco, al resto, penseremo noi”.

Andrea la guardava e allo stesso tempo pensava alla possibilità di cambiare vita, nello stesso modo in cui lo aveva fatto Clara.

“Allora?”  insistette Bianca.

Da solo – Giorno 13 Real Game

Il luogo in cui sorgeva Real Game era lontano da qualsiasi centro abitato, non distante da uno svincolo autostradale. La struttura era anonima, come anche il nome: grigia, cubica, senza fronzoli, con poche e minuscole finestre che si aprivano nere verso l’esterno.

Andrea si era fermato durante il viaggio perché si sentiva confuso e era ancora lontano dalla prima area di servizio. Il suo stato di agitazione era dovuto all’impressione di star facendo qualcosa di sbagliato, di star buttando via la vita. Ma ciò che gli toglieva il fiato era la solitudine. Non lo aveva mai ammesso, ma da quando Clara se ne era andata, gli mancava più una presenza in casa la sera che il carisma di Clara.

In primo momento non si era nemmeno accorto dell’edificio che si stagliava davanti alla sua macchina. Si limitava a guardare il volante cercando di ritrovare il ritmo normale del respiro. Solo in un secondo momento si era accorto della scritta blu che campeggiava al di sopra del palazzo, ma non si era incuriosito in modo particolare: pensò che si trattasse di una piccola azienda, talmente a corto di fondi da potersi permettere solo un capannone in un posto sperduto.

Si stava decidendo a partire, quando qualcuno bussò al finestrino. Andrea non aveva visto arrivare quella signora giovane e sofisticata, perfettamente truccata che ora gli sorrideva cortese facendogli segno di abbassare il finestrino.

“Buongiorno signore. Sta bene?”

Andrea la guardò come se fosse una creatura spuntata da una foresta magica.

“Certo, tutto bene, solo un attimo di confusione. Mi scuso per aver occupato il parcheggio”.

“Ma si figuri, c’è molto spazio qui. Perché non entra a prendere un bicchiere d’acqua? Mi sembra pallido”.

In effetti nello spiazzo dove si trovava Andrea si trovavano solo una decina di macchina, probabilmente dei dipendenti di Real Game, anche se la maggior parte di loro sembravano essere polverose, come se non fossero state mosse da qualche giorno.

“Mi sarebbe d’aiuto un po’ d’acqua, sempre che non disturbi”.

La signora si limitò a sorridere e ad avviarsi verso l’entrata, seguita a ruota da Andrea.

Fondamenta di cristallo

Anche senza volerlo, si rischia di voler costruire un palazzo sontuoso, ma su fragili fondamenta di cristallo. Mille sale e stanze, che poggiano su un labirinto di vuoto pronto a trasformarsi in schegge taglienti, facendo crollare con fragore la struttura intera.

Non sempre ci si rende conto della reale consistenza della base. Si procede, nella speranza che le nuove aggiunte aggiustino quelle vecchie, che tutto diventi un ricordo non piacevole, ma pur sempre un ricordo. E invece succede il contrario: si apre una voragine che ammonisce con la sua oscura presenza di non dimenticare.

Allora bisogna ricominciare il lavoro di costruzione, cercando di risolvere i problemi, cercando di colmare il vuoto con fondamenta di ferro e roccia, perché il crollo non si verifichi ancora.

Per quanto ci si impegni, però, rimarranno sempre dei nuclei di tagliente cristallo, degli speroni fragili e pericolosi pronti a implodere e a rivedere la luce. Basta poco, e qualche stanza scompare con un tintinnio rovinoso.

Il ballo della lucertola

Nella sua immobilità, non riesce a rimanere fermo, ma alza una zampa e poi un’altra con un ritmo che sente solo lui. È una danza lenta: zampa anteriore destra, zampa posteriore sinistra, zampa anteriore sinistra, zampa posteriore destra.

Lucertola era il soprannome che avevano dato al figlio del postino. Quando ne parlava al bar con i suoi amici, il postino non aveva molti aggettivi affettuosi per il suo erede. Lo considerava un perdigiorno, mentre i suoi compagni di bevuta ritenevano che a Lucertola mancasse qualche rotella, ma non avevano mai osato esprimere questo loro pensiero al postino. Si limitavano a canzonarlo lontano dalle orecchie del padre.

Sulle rocce calde di sole, una lucertola guardava l’orizzonte, scossa da un fremito cadenzato che la faceva pulsare. Le sue piccole zampe non trovavano tregua.

In paese Lucertola era diventato una sorta di buffone del villaggio. Quando se ne stava in piazza ad aspettare il ritorno del padre, tutti gli abitanti trovavano una scusa per passare da quelle parti e osservarlo un po’. Il volto di Lucertola rimaneva inespressivo, per cui era impossibile capire se fosse consapevole di quelle attenzioni non richieste. Anche i bambini si divertivano a canzonarlo:

“Ehi, sei pronto per il ballo?” e gli tiravano una pietra.

La lucertola scatta veloce in avanti: un moccioso ha distrubato la sua tranquillità lanciandole un sasso. L’animale abbandona il suo confortevole rifugio per ripararsi all’ombra di una crepa. E subito sente freddo.

Lucertola si chiedeva di che ballo parlassero quei ragazzini mentre, irrequieto, alzava un piede e poi l’altro. Quel suo vizio di non riuscire a tener ferme le gambe peggirava sempre quando si agitava o non era a proprio agio. E in quel paese di quattro anime nessuno, nemmeno suo padre, lo faceva sentire a suo agio. Non era stupido Lucertola, aveva solo il vizio di non rimanere mai fermo, di seguire un ritmo che pulsava nella testa e che i suoi arti si sentivano in dovere di seguire.

Infine decise di aspettare il padre in casa, anche se lì mancava il tepore primaverile della piazza.

Annullamento

In un attimo tutto venne annullato: il rumore del traffico proveniente dalla strada, i passi in corridoio, il sibilo del fuoco in cucina, il parlottare dalla sala. Calò un silenzio innaturale, simile a quello che grava in una stanza perfettamente insonorizzata. Ma a essere insonorizzato è l’udito, è il cervello che si rifiuta di ascoltare, di anche solo sentire il trambusto della vita.

Si trattò di un attimo, una scheggia di solitudine in un mondo sovraffollato. Si chiuse la parentesi e si aprì un capitolo di sorrisi, frasi cortesi, battute spiritose. Il solito valzer grazioso, ma privo di vera sostanza che decora la vita di ogni giorno.

Quello spazio in cui tutto viene annullato rimane, però, sospeso nell’aria e nella mente, come un monito e come un desiderio pauroso.

Da solo – Giorno 12

Penso che mi fermerò per un po’ di giorni nella raduna. Non è solo la sera a rendere questo spiazzo fantastico, ma è la sua natura, l’atmosfera sospesa che vi regna. Anche il canto degli uccelli sembra essere più soave del solito e il fruscio della sorgente sospende lo scorrere del tempo.

A proposito di tempo: questo diario non è proprio inutile, ma mi permette di capire che sono passati ben dodici giorni dall’inizio del mistero. Dodici giorni in cui non ho fatto molti progressi nel capire che cosa sia successo. E forse non me ne importa più di tanto. Dopotutto la vita precedente non era un granché, come avete potuto intuire, e questa sembra essere modellata sulle mie priorità e il mio ideale di vita.

Intanto sembra che la mia memora stia perdendo un po’ di colpi, ma non mi preoccupo, perché non mi sono mai sentito così bene. Però tutto sta diventando offuscato, compreso il mio nome. Ieri sera ho impiegato qualche istante in più per riprenderlo. Andrea. All’inizio del viaggio era come un masso, un faro che segnava il porto, ora sembra solo uno scoglio che ho lasciato alle spalle, una terra che ho già esplorato e che in cui non sento l’urgenza di tornare.

È possibile abbandonare Andrea su uno scoglio e ricominciare in altro modo? A questa idea il petto si fa più leggero e il respiro diventa fresco.

Due parole, però, mi sono balenate davanti agli occhi: Real Game.

Da solo – Giorno 11

Devo aver preso un bel colpo alla testa se non riesco a ricordare la scritta del posto in cui mi ero fermato. Era davvero enorme, svettava in cima con lettere che sembravano giganti messi in fila. Non era molto lunga, e forse non era solo una parola, ma due. Poi non riesco più a mettere a fuoco nulla. Anche l’interno della struttura rimane un mistero. Meglio lasciar perdere, per ora: sembra che non riesca a ottenere nient’altro se non un gran mal di testa.

Tornando a noi. Il fiumiciattolo sta diventando più sottile e più irruento, buon segno: vuol dire che mi sto avvicinando alla fonte, alla mia meta. Quello di non avere una meta è sempre stato un difetto che Clara mi rinfacciava. Secondo la mia adorata ragazza mi muovevo come un automa, facevo solo il compito che mi veniva affidato, quello che ci si aspettava da me, nulla di più, nessuna ambizione. È probabile che il suo carattere irruente l’abbia spinta a considerare il mio amore per la tranquillità una debolezza di indole. Ma non siamo fatti tutti allo stesso modo, per cui, cara Clara, sarebbe stato meglio dividere le nostre strade prima.

Questo posto mi piace, soprattutto ora che non incontro strani animali parlanti. Quando cercavo di calmarmi raffigurandomi un luogo ideale, mi immaginavo proprio una spiaggia con alle spalle una verdeggiante macchia di alberi. Mi viene persino il dubbio di aver subito un qualche incidente e di essere in bilico sulla voragine della morte. Eppure non sento alcun dolore. Meglio che faccia la mia camminata quotidiana, in modo da rischiararmi la mente e allontanare questi pensieri.

La sera ha sempre qualcosa di speciale, una sorta di magia che porta le tenebre, soprattutto qui, dove nasce il mio liquido compagno di viaggio. È una bella raduna, con al centro una sorta di masso da cui scaturisce una fresca acqua pura, che sembra poter lavar via ogni tristezza e ogni pensiero. Ora basta solo trovare un nuovo obiettivo.

La calma prima della tempesta

L’orizzonte è una muta promessa. Ancora i pericoli sono lontani e sembrano appartenere a un’eventualità irrealizzabile, mentre il presente abbaglia con i suoi raggi il giorno. Nel presente si è miopi e quando si riesce a mettere a fuoco si rimpiange la confortevole foschia.

Fosca era abituata a questi pensieri. Facile per una persona che poteva vantare un nome così poco brillante. Non sapeva bene perché i suoi genitori le avessero affidato quel nome: quando frequentava scuola la sua classe traboccava di Gioia, Bianca, Chiara, e simili. Non aveva mai incontrato nessun’altra Fosca. Una bisnonna morta in tragiche circostanze, le aveva accennato sua mamma, ma non aveva aggiunto altro. D’altronde era uso di famiglia non aggiungere nomi all’albero genealogico ma sfruttare quelli che erano stati scovati da avi lontani e dimenticati.

E a lei era toccato in sorte Fosca. Fosca aveva sempre cercato di rimanere al sicuro nella splendente nebbia in cui tutto si sarebbe risolto senza troppe complicazioni, ma alla fine aveva dovuto cedere alla sua indole, e aprire gli occhi, spalancarli al mondo con stupore e rassegnazione.

Aveva visto delle meraviglie: città inerpicate su monti, altre scavate nella roccia, colori e danze, amori e misteri. Ma aveva anche osservato miserie e oscurità che la lampada più potente non avrebbe mai potuto rischiarare. E si era accorta che la tranquillità con cui aveva intrapreso i primi passi in quel mondo non era altro se non la calma prima della tempesta.

Ma vaff…

Ebbene sì, cominciamo la settimana con il botto e con una bell’invito a intraprendere un viaggio di sola andata verso un paese molto affollato.

Visto che è lunedì e che quest’estate sta prendendo una piega non proprio gradita, cosa che, comunque, era in programma, lasciatemi sfogare un po’. Tanto, i destinatari di questo invito sono al di fuori del blog.

Questo impeto di amore è sorto da una persona che dovrebbe rientrare tra gli amici. Ma sembra che sia un’amicizia a una sola direzione, la sua. Quando ha un problema, divento la spalla su cui piangere, quando ottiene qualche vittoria, ecco che si dilunga in lunghe descrizioni delle sue vicende. I ruoli, tuttavia, non si capovolgono mai. Le mie vittorie sono sempre inferiori alle sue, se sono in difficoltà la risposta è stata “non so cosa dirti”.

E anche ora, dopo anni che non ci incontriamo nel mondo reale, in due mesi non ha trovato un’ora da passare insieme. Sempre troppo occupata, mentre io non faccio nulla, si sa.

E avrei anche qualche suggerimento per compagni di viaggio.