Galleggiare

C’è un relitto che se ne va a spasso per le acque degli oceani. Una nave fantasma, dicono i marinai, ma i fantasmi non esistono. È solo un legno colpito da una fortuna non benevola.

Una volta doveva essere un maestoso veliero, ma si trattava di tempi lontani e ormai perduti. Un tempo quel relitto risuonava di voci, ma ora gli unici rumori udibili erano gli scricchiolii che avrebbero portato il legno a sprofondare nel nulla.

Quel relitto si è svuotato di uomini e merci, e si è riempito di storie, che trascina con fatica sulle onde capricciose di un mare non sempre benevolo. E quando arriverà il momento, quelle storie si trasformeranno il mille bolle trasportate dalle maree in acque lontane.

Impossibile riconoscere il soggetto

È da un po’ di tempo che questa scritta compare sul visore: impossibile identificare il soggetto. Ci deve essere qualche errore, è evidente, o magari è necessario scaricare un aggiornamento. Basta aspettare con pazienza e sperare che il difetto si risolva in tempi brevi, magari grazie a qualche aggiornamento.

La pazienza non è un problema per me. So attendere, ho atteso per molto tempo prima che qualcuno finalmente mi aiutasse a ritrovare me stesso. Però questo problema è grave: potrebbe compromettere le funzionalità base.

“Contatta Dilan Seit e invia i documenti della scorsa settimana”.

Impossibile identificare il soggetto. E se il soggetto non è identificabile, anche i documenti non sono reperibili. Faccio altre ricerche sulla settimana scorsa, individuo centoventisei documenti creati, ne scarto settantatre già consegnati. Le varianti sono troppe.

“Non mi è consentito procedere. Prego, inserire codice di riconoscimento”.

Il soggetto non identificato mi guarda e sospira mentre mi apre il ventre. Sembra contrariato.

“Ancora problemi con quella macchina?” Chiede un altro soggetto non identificato.

“Non mi riconosce. Devo sempre inserire il codice. Così abbiamo capito il motivo dello sconto: è un rottame”.

Il soggetto non identificato mi scuote, mette in disordine le viscere e poi mi dà un calcio buttandomi in un angolo.

“Maledette macchine” sbotta.

“Maledetti soggetti non identificati” cigolo.

Tutti in carrozza- Pt. 20

“Il mio nome è Andrea. Anch’io sto andando a occidente e voglio imbarcarmi. Terza classe anche questa volta. Non sono un ladro, né un assassino, ma le mie mani hanno ucciso la donna che amavo”.

“Gelosia?” indagò preoccupata Ivonne.

“No. Ero assistente di un medico, e ho imparato molto. Per questo Pierre l’ha portata da me. Perdeva sangue. Capisce, non erano sposati, devono aver tentato di risolvere. Ma lei ora non c’è più. Non potevo rimanere in paese”.

Ivonne sorrise. Era esattamente quello che cercava: un innocente colpevole.

“Neppure le mie erbe avrebbero potuto salvarla, Andrea. Neppure il tuo dottore”.

“Ero bravo sa? Lo aiutavo, per questo mi ha dato la sua vecchia borsa. Mi serve per medicinali e strumenti. Di che erbe parla?”

Un dottore ignorante e una erborista fuggitiva: il destino può essere ironico.

“Io conosco ogni erba, che sia velenosa o benefica. Io sono una erborista”.

“Ma certo. Come ho potuto dimenticare. Ivonne la strega!”

La donna sospirò: odiava quella parola.

Tutti in carrozza – Pt. 19

“Mettiamo in chiaro una cosa, giovanotto. Io ti ho aiutato, e ora tu aiuti me. Io sono diretta a occidente, il progetto è quello di cambiare aria, nazione e continente. Non mi fido degli uomini, ma tu mi sembri troppo sprovveduto per essere un problema. E, per inciso, sto scappando da mio marito dopo averlo derubato”.

A Ivonne piaceva rischiare, e quel ragazzo poteva esserle utile, senza creare troppi problemi. “Tu dove sei diretto?” chiese.

“Suo marito è ancora…”

“In vita. Non sono una ladra, ho solo preso una ricompensa per tutte le umiliazioni subite”. Andrea guardava l’ombrellino e le pallide mani che lo stringevano con forza.

“Ha abbandonato i bagagli ma non l’ombrello, inutile su un treno” osservò il ragazzo.

Ivonne sorrise: quel tipo aveva un briciolo di cervello e poteva tornargli utile.

“Tocca a te. Chi sei?”.

Non c’è ragione

Non c’è ragione per rimanere e neppure per andare. Tutto sembra seguire il ritmo di una danza di folli, che non esiste e di cui ognuno balla una versione diversa.

Il mondo si è fatto grigio, ha perso i suoi colori, e con essi anche la sua grandezza. O forse era lui a essere troppo grande. Sentiva le sue ossa da gigante costrette in una prigione di divieti e dolori.

La regola è non deludere. La costante è la delusione. E il fallimento fa capolino con un ghigno di piacere o un sorriso di comprensione.

Il mondo cominciò a girare in senso inverso.

Mercante

“Anche nel cielo ci sono due carri, simili a questo qui terrestre, uno più grande, colmo di sogni tanto fantastici quanto fasulli, e l’altro più piccolo, che porta con sé poche verità, spesso scomode”.

Sembrava l’inizio di una fiaba, o forse di un’avventura, ma la madre trascinò il bambino lontano dal quel losco individuo. Il Mercante non aveva, infatti, un aspetto raccomandabile, e, per di più, era uno straniero.

Il Mercante ripose le stoffe nei loro contenitori. Guardava con un poco di malinconia quei tessuti perché ancora non avevano una forma e la loro bellezza si limitava a essere una potenzialità. E provava un po’ di tristezza anche per se stesso: la sua storia era rimasta lì, mutila e incompleta.

Se solo ne avesse avuto il tempo, avrebbe detto al bambino che le stoffe non erano la sola merce che commerciava e che, a tempo perso, faceva il Mercante di Sogni. Non era un impiego facile, e spesso la clientela era scontenta. I più imploravano un sogno rivelatore, ma questo rientrava tra le merci rare. E quando a qualcuno veniva concessa la grazia di un barlume di verità, al risveglio si ritrovava con un cuore colmo di angoscia e malediceva il Mercante.

E poi c’erano i sogni dell’innocenza, così luminosi da lasciare una scia di luce persino nelle notti più cupe. Questi non si trovavano in nessun carro, ma lampeggiavano allegri e liberi nel cielo.

Peccato, perché quel bimbo avrebbe capito, pensò il Mercante mentre frugava nel grande carro.

Lasciar andare

Anche quando il gioco è ormai arrivato alla sua fine, è difficile alzare le mani e lasciar andare. Quando non rimangono le forze, rimane la volontà, non razionale, ma quella animalesca e istintuale.

È chiaro che non si possa fare nulla, ma non vuoi lasciarlo andare. È solo egoismo, e si trova nello schieramento perdente, eppure si cerca di trattenere quel sospiro di vita con le unghie, le mani diventano artigli rapaci, disperati e colmi di speranze illusorie.

In questa giostra, il momento più difficile è lasciar andare.

Il circo è arrivato in paese

Il circo è arrivato in paese. O è il paese a essere un circo? Difficile da capire da queste parti. Sarà che la mia vista si sta indebolendo, o che la mia mente sta scivolando in terre inesplorate, ma io, laggiù, tra una casa e un serio palazzo di uffici, vedo una giraffa. E non una giraffa qualunque: porta orgogliosamente una cravatta e una cartella a tracolla.

Non preoccupatevi, la giraffa non si sognerebbe mai di stringersi su una poltroncina girevole a guardare documenti e schermi. Lascia questo onore al sapiente uomo. Semplicemente cerca di confondorsi in questa strana città abitata da strani pagliacci.

Per esempio: lo vedete quell’omino a destra, vestito di tutto punto? No? Ovvio, appare e scompare come gli aggrada, senza avvisare. Un giorno c’è e l’altro no. Eppure ha un aspetto così ordinario, quando ha un aspetto.

E quella bella signora? Ah, lei sì che riuscite a vederla. Nulla di strano: non ha il vizio di scomparire, ma quello di volare. Tutto è nato dal desiderio fanciullesco di acchiappare le stelle. Per ora niente stelle, ma si è fatta sparare da un cannone una decina di volte. L’adrenalina fa dipendenza, è evidente.

Non fissate le scimmie, non è educato. Lo so, attirano l’attenzione, ma non sono creaturine facili da gestire. Ahia! Sono anche dispettose. Ehi, Scimmia: posso avere indietro il mio naso?

Penso che il circo si fermerà poco: la sua pazzia è niente rispetto alla follia quotidiana.

Tutti in carrozza – Pt. 18

Andrea seguì docile Ivonne nella carrozza. In realtà non era vuota, ma occupata da una signora piuttosto anziana e profondamente assopita.

“La ringrazio, non saprei come ricambiare il suo favore”

Ivonne si mise a ridere. “Un modo ci sarebbe”. Andrea rabbrividì. “Raccontami la tua storia”.

“Non ho una storia. Sono figlio di operai. Non ho studiato, non conosco il mondo”.

“E ti aggiri con una borsa da dottore. L’hai sottratta a qualche vecchio?”

“Non sono un ladro”.

“Hai rubato un posto in seconda classe”.

Andrea la guardò: “e lei, che storia ha”.

“Una storia di cambiamenti”.

Tutti in carrozza – Pt. 17

Trovare una soluzione era un’arte per Ivonne e un mistero per Andrea, che si chiedeva che cosa avesse spinto quella signora ad aiutarlo.

“La prego, non mi faccia la multa. Alla prossima stazione torno al mio posto”.

“Oppure” intervenne Ivonne con un sorriso “Ce ne stiamo entrambi in seconda classe. Ho visto che poco oltre c’è uno scompartimento vuoto. La mia prima classe a compenso della sua terza”.

“Ma signora, e i suoi bagagli?” Fece notare il capotreno.

“Sono certa che un fattorino sia disposto a portarmeli alla prossima stazione”

“Ma non avrà lo stesso lusso” ritentó il controllore.

“E neppure un signore piuttosto viscido”. E con queste parole concluse e vinse la trattativa.