Tanta fatica per nulla

Il tempo mostra le crepe del muro. Si deposita su queste fenditure come polvere d’oro rendendole evidenti a qualsiasi passante. Il tempo mostra le debolezze, vi si incunea dentro, per poi staccare la superficie.

Poco importa quanta fatica sia stata richiesta per realizzare la parete. Poco importa se sia parte di un magnifico castello o di un’umile dimora. Alla fine crollerà. E se ciò non dovesse accadere, se il muro dovesse rimanere eretto, questo avverrà solo grazie alle erbe selvatiche, alle radici ribelli, sottili, ma forti come calce. La vita rende vivo tutto ciò che sfiora. Le crepe d’oro diventano suture rigogliose.

Dopo anni di stenti e di impegno per creare una meraviglia, non rimane che un rudere selvatico mangiato dal bosco. Tanta fatica per costruire mondi e opportunità sfumate nel ventre primitivo.

Tuoni, fulmini, lampi

Era conosciuto in tutta la regione con il nome di Tuono, e come un tuono si faceva sentire ovunque andasse. E non solo: avrebbero potuto chiamarlo anche Fulmine o Lampo o magari Saetta, non tanto per la velocità, quanto per il suo aspetto scintillante. In breve, difficilmente Tuono sarebbe passato inosservato.

Come è ovvio, a Tuono non dispiaceva affatto questa nomea. Tutti lo conoscevano, tutti lo interpellavano e gli prestavano attenzioni. Per mantenere alta l’attenzione, Tuono faceva la voce sempre più grossa, girava per il paese con vistosi abiti ed elargiva utili consigli a chiunque.

“Ehi tu, fabbro. Permetti, ma quel ricciolo non è abbastanza ricciolo. Andrò dal sindaco a parlarne”.

“Panettiere, il tuo pane non è fragrante come la ricetta in mio possesso. La mia è la migliore”.

“E tu contadino, non battere la fiacca. Io sì che ho un mucchio di lavoro da portare avanti. Io conosco il sudore della fatica”.

E tutti lo stavano a sentire, come i serpenti seguono le note del proprio incantatore. Le giornate di Tuono erano completamente occupate da questa sua attività, per cui, di fatto, Tuono non combinava niente.

Un giorno comparve in paese uno straniero, Tromba Roboante. Tuono, a confronto, si ridusse a un semplice bubbolio. E tutti se ne dimenticarono, essendo occupati a ascoltare Tromba Roboante.

Mondi nascosti

Secondo antiche credenze, il cosmo trova una perfetta corrispondenza con l’uomo. Girando la visuale, gli uomini sono microcosmi dell’infinito. Ognuno contiene gli elementi vivifichi, ognuno ha in sé i germi del tutto. L’infinito è stato racchiuso nella membrana di un corpo ristretti.

Iulio sentiva quel cosmo palpitare nel petto e sapeva che era troppo da sopportare. Era stato educato a fare un passo indietro, a chinare la testa e a ubbidire. La sua era stata una vita irreprensibile, onorabile da ogni punto di vista.

Ma quel giorno aveva le stelle per occhi e la luna sulla labbra. Tra le mani sentiva i pianeti e i capelli erano scompigliati da un vento non umano.

Iulio sapeva di essere di più. Sapeva che quel villaggio avrebbe soffocato il suo cosmo. Partì. Senza un saluto. Semplicemente scomparve, come una stella degenerata.

Discesa

Da piccola sognava ed era certa che da qualche parte quei sogni diventassero schegge capaci di costruire mondi e universi. Da piccola sognava di avere ali fatte della stessa sostanza dei sogni e di poter esplorare i vasti oceani di aria. Sognava, mentre il mondo accanto a lei cadeva pezzo a pezzo. Sognava, e i suoi occhi rifuggivano una realtà che aveva perso i colori.

Le avevano promesso il meglio, ma le promesse sono vuote come gusci di conchiglie. Le avevano detto che sarebbe stata una vincitrice, ma la sua voce era troppo debole per farsi sentire. Parole e basta.

Finché un giorno vide un annuncio: Cercasi aspirante paracadutista. Quando sognava, immaginava ali, ora la sostenevano ventri di metallo. Quando sognava, vedeva la pace, ma al suo fianco pendeva un’arma.

Solo il paracadute era lo stesso, tessuto dal regno dei ragni. Mentre sentiva il vento sul volto, sperò che la terra la inghiottisse in tutta la sua felicità.

Tutti in carrozza – Pt. 16

E dopo il ricordo di Luise, quello che proprio non ci voleva per Andrea era il capotreno accompagnato da una signora che sembrava provenire da un altro mondo. Riconobbe subito l’ombrellino e iniziò a stropicciarsi le mani per il nervoso.

“Il biglietto, prego”.

Andrea si innervosì e iniziò a balbettare: “Io…errore con…biglietto…classe”.

“Si spieghi meglio”. Il capotreno cercava di fare una bella figura davanti alla dama.

“Ho il biglietto, ma di terza classe”.

“Le aspetta una bella multa: si pensava furbo, vero?”.

“N-no” tentò di difendersi Andrea. “Sono solo curioso”

“Una curiosità ben cara”.

E poi intervenne lei, la bella signora con l’ombrellino rosso: “Potremmo trovare un accordo. Dopotutto, anch’io ho sbagliato la carrozza e non devo pagare nessuna multa”

“Ma…ma…” a balbettare era il capotreno.

“Troviamo una soluzione” insistette Ivonne.

Tutti in carrozza – Pt. 15

Ivonne non aveva una richiesta specifica per la sistemazione provvisoria in seconda classe. Semplicemente voleva evitare di condividere lo scompartimento con famiglie, soprattutto se dotate di fastidiosi mocciosi.

“Mi faccia strada, e le indicherò lo scompartimento che più mi aggrada”.

Antoine era abituato ai capricci della ricca signora, e quella poi era molto bella, abbastanza da scusarle qualche stravaganza.

“Ma certo, possiamo attraversare altre due carrozze. Se permette, le faccio strada”.

Erano ormai alla fine della seconda classe e Ivonne non aveva ancora trovato il suo posto: non vedeva prede degne del suo sforzo. Strinse contrariata l’ombrellino: l’avventura si ridusse a una noiosa passeggiata tra vecchi notai e giovani in cerca di fortuna. E molti avevano l’aria di aver bisogno di un suo decotto. Anche quel giovanotto che sembrava stregato da qualcosa dentro lo scompartimento.

Insonne

La luna splende come un sole, e il sole sfuma nella luce argentea di una luna. Il tempo è capovolto, le stelle sorridono a un’anima che non vuole trovare riposo. Mentre gli occhi cercano di trovare una risposta incisa in una coltre scura, la mente si perde in un labirinto senza centro e senza uscita. Ogni sispiro ha un significato e, se tace, nasce un germoglio di timore.

La scura notte si illumina di mille germogli che tremano senza posa. È un firmamento che muta più veloce delle costellazioni. È un moto che non trova mai fine e che non scompare all’alba. Lunga è l’ora nel ventre silente dell’oscurità.

È l’attesa che qualcosa cambi, è la speranza che gli occhi possano chiudersi su sogni senza paure, è la prova che, a dispetto di tutto, c’è ancora un cuore che vuole volare.

Strato a strato

Si spogliava di ogni orpello e copertura, strato dopo strato riscopriva la sua pelle. Prima caddero gli ori, pesanti come pietre, lucidi come stelle e soli. Il tintinnio si perse nell’aria e nel silenzio.

Seguirono le vesti. Un velo dopo l’altro si adagiavano a terra, con un fruscio impercettibile. E su ogni velo si era adagiato un pezzo d’anima, un residuo di persona, granello di polvere di mondo.

Infine tolse i calzari, per rimanere a piedi nudi a sentire il suolo umido e puro, che vibrava di vita e di rabbia. E ora era libera di sentire il calore sprigionato dalla sua pelle. Libera di rabbrividire e di ridere, di urlare e piangere. Libera di tuffarsi finalmente in un mare traboccante di vita.

Fame d’amore

È pericoloso essere sempre affamati, si rischia di commettere delle sciocchezze. Ma quell’appetito difficilmente può essere messo a tacere, soprattutto se si parla di amore. Si indossano maschere su maschere solo per rubare una briciola di affetto, per elemosinare un sorriso.

Nei momenti di magra, la fame diventa insopportabile e l’assenza assume le fattezze di un gigante immenso. Uno dopo l’altro sfilano le ombre di chi dovrebbere essere qui a ridere, piangere, ma la stanza rimane vuota.

E in questa desolazione che cosa rimane? Solo un ricordo e la sensazione che questa fame possa durare un po’ troppo.