Oreste

Guardatemi, guardate le mie mani? Non vedete il sangue che le imbrattano? È il sangue di mia madre, Clitemnestra, e del suo amante, l’empio Egisto, l’usurpatore del trono di mio padre, del mio trono. Siamo di stirpe divina, dicono, eppure questo sangue continua a rimanere impresso, indelebile: di notte vedo gli occhi di lei che mi supplicano e che mi maledicono, sento le urla echeggiare nel palazzo, i servitori scomparsi, allontanati da una follia che non sembrava avere fine. Vedo mia sorella, la giovane Ifigenia, che chiede vendetta, vedo nostro padre, il forte Agamennone ucciso da mano di donna, chiedere vendetta, vedo le Erinni, le furie, che chiedono anche loro vendetta. Chiedono il mio sangue, e io glielo concederei, pur di non vedere ogni giorno, ogni notte la morte e il dolore.

Guardatemi. È forse questa la ricompensa per aver rispettato il volere degli dei? Non agii certo da solo in questa mia battaglia. Andai a Delfi, chiesi ad Apollo, che tutto sa, e questo chiese anche al padre degli dei e dell’ordine, e commisi un’empietà che ora questi stessi dei non riescono a perdonarmi. Se ho sbagliato, allora non ho capito dove e quando questo errore sia stato commesso.

Non mi resta che errare come un dannato, senza la corona che mi spetta, lasciando il trono di Micene vuoto dopo averne ucciso il vile usurpatore. Le mie sofferenze devono ripagare molti torti: quello di una sorella ingannata e sgozzata come un agnello, quello di un padre abbattuto come un toro, quella di una madre stroncata come un vitello, e pure il tuo, Egisto, che tante disgrazie hai arrecato a questa famiglia.

Non ho più casa, non ho più patria, né famiglia. Non mi resta che riporre la speranza in una giustizia che conosca il sangue e la carne, una giustizia umana.

Cercare e non trovare

Paul era un investigatore, anche se non dei migliori, e ne era consapevole. Per lo più cercava persone che non volevano essere trovate, e ci riuscivano benissimo, loro, a non farsi trovare. Le uniche persone che aveva rintracciato erano una vecchietta scomparsa da qualche giorno, un cane scappato di casa, che forse non poteva essere propriamente annoverato tra le persone, un adolescente in crisi e un padre di famiglia. La vecchietta in realtà era rimasta scomparsa, nel senso che era passata a miglior vita: l’aveva trovata ormai mummificata nel suo appartamento, comodamente seduta sulla poltrona, come se lo stesse aspettando. Non un grande ritrovamento, quindi, tanto che era stato pagato la metà del compenso e nel doppio del tempo. Il cane era un’altra storia: ci aveva pensato l’animale a ritrovare la strada di casa, solo che i suoi padroni non lo sapevano. Per un caso fortuito anche Paul si stava recando dalla famiglia, e aveva atteso assieme al cane che aprissero la porta: il guadagno era stato enorme, visto che il suo ruolo si era limitato a suonare il campanello. L’adolescente si era rintanato dal suo amico del cuore, e già se ne era pentito, mentre il padre di famiglia era scappato con la bella collega di lavoro, salvo poi tornarsene a casa dopo essere stato abbandonato anche dall’amante.

Paul non era certo un investigatore di successo, ma non si faceva pagare molto, quindi qualche incarico arrivava lo stesso. Ma quello era un periodo di magra: sembrava che nessuno avesse perso qualcuno o qualche animale. Paul se ne stava nel suo minuscolo ufficio pieno di carte che non avevano ragione di essere lì, a cercare un modo per passare il tempo. E improvvisamente gli venne un’idea: avrebbe rivoluzionato il mondo dell’investigazione privata. O almeno del suo metodo investigativo.

Se per il momento non c’erano scomparsi da cercare, allora Paul avrebbe cercato per conto suo. Per fare esperienza iniziò dai propri sogni, e modificò la targa davanti all’ufficio in Investigatore privato di persone, animali, oggetti e SOGNI. Si ricordava bene su che cosa vagheggiava da bambino: si vedeva come un impavido archeologo subacqueo, alla ricerca di un’antica civiltà ingoiata dal mare. Ma da qualche parte, nella sua esistenza, quell’archeologo si era perso. Dove era andato? Paul non lo sapeva, e iniziò a cercarlo. Sapeva che fino all’adolescenza quel bel tipo abbronzato lo aveva affiancato sempre, anche nei momenti di sconforto, e gli aveva pure suggerito qualche risposta giusta nelle verifiche di storia. Al momento della scelta dell’università, però, era scomparso, e la facoltà di archeologia era rimasta solo una possibilità.

Non restava che cercare fra i banchi di scuola. Entrò in un pomeriggio, approfittando di un momento di distrazione da parte di una bidella. Cercò sotto e sopra i banchi, attorno alla cattedra, in giardino e per le scale, nei bagni e perfino nello sgabuzzino delle scope, ma non ci fu nulla da fare: dell’archeologo non trovò neppure un granello di polvere. Per scrupolo cercò anche all’università di legge: ci impiegò qualche giorno per riuscire ad accedere a biblioteche, aule studio e di lezione, mense e stanze dei docenti, ma non riuscì a rintracciare neppure il cappello dell’avventuriero.

Tornò scoraggiato nel suo ufficio: forse era vero che come investigatore non era poi il massimo. Non controllò la posta e neppure la segreteria telefonica. Tolse invece la targhetta e ne ordinò una terza: Investigatore privato di persone, animali, oggetti, SOGNI e SPERANZE. Se non riusciva a trovare i sogni, avrebbe provato con le speranze. E ricominciò le sue ricerche.

Furono giorni frenetici per Paul, che sembrava aver smarrito se stesso. Quando l’investigatore privato assoldato dalla preoccupata madre di Paul fece aprire la porta dello studio del collega, trovò l’uomo riverso sulla scrivania. In mano stringeva una targa: Investigatore privato di persone, animali, oggetti, SOGNI, SPERANZE e ILLUSIONI.

Secondo l’autopsia, Paul era morto non solo di stenti, ma anche di delusioni.

Urania

Il ritmo del tempo è silenzioso, ma non invisibile. Ogni essere vivente, ogni pietra, ogni città ha una clessidra, che scorre inevitabile verso la rovina. Qualsiasi elemento ha un suo tempo, e l’Ordine voleva conoscere in ogni particolare questo enigma.

Nel cuore del legno, poco lontano dalla Capitale, si trovava una città senza fondamenta, che non si occupava certo del mondo terreno, ma si protendeva verso il cielo. Era chiamata Urania, e i suoi abitanti erano versati nell’arte dello studio degli astri. Aveva un aspetto singolare questa cittadina: la pianta era perfettamente circolare, divisa in spicchi che convergevano nella costruzione centrale, un binocolo usato per gli studi più accurati e per osservare pianeti lontani.

Ogni spicchio aveva una funzione. Uno ospitava le dimore degli studiosi, alti palazzi di cristallo che sembravano voler toccare la volta celeste. Un altro era adibito alla realizzazione di carte celesti, depositate e custodite nella biblioteca di un altro spicchio ancora. C’erano poi i laboratori di osservazione, la zona di telescopi minori e quella dedita alla creazione di strumenti per la navigazione, non destinati ai pescatori. Cronometri e clessidre erano creati in uno spicchio che si trovava a fianco delle fabbriche di ingranaggi e vetri. Mense e locali trovavano casa nei pressi di piccoli orti, mentre la scuola di astronomia occupava lo spicchio adiacente alle residenze dei giovani.

A Urania tutto sembrava scorrere al contrario: la luce era una nemica, quindi gli abitanti pallidi come la luna iniziavano a uscire al crepuscolo, per poi rincasare prima dell’alba. La notte raccontava segreti e futuro, mentre il giorno accecava anche la vista più acuta.

Urania era la città del tempo e della paura della fine.

Il Vecchi Compari- Pt 15 Il Gran Torneo di Bocce e Bocciatori finisce

Luca e Antonio avevano avuto lo stesso sospetto, senza essersi mai parlati. Entrambi avevano intuito la verità già da tempo, ma, non volendo perdere un compagno con il rischio di essere squalificati dal Torneo, avevano deciso entrambi di aspettare l’ultimo momento per esporre le proprio perplessità agli ufficiali dell’ordine.

Ma andiamo con ordine, e partiamo da Luca.

Luca aveva amici molto scaltri e amanti del genere poliziesco. Oltre alla retata che avevano fatto a casa di Pietro, c’era stato un altro tentativo, più scaltro, per scoprire il segreto del fabbro. Uno di loro, un impeccabile professore di greco antico, si era presentato alla fucina di Pietro, chiedendo il preventivo per una testata del letto in perfetto stile ionico. Pietro lo aveva fatto accomondare nel laboratorio, nel tentativo di capire che cosa fosse quel dannato stile ionico. Non lo aveva compreso, ovviamente: il professore si era dilungato in lunghe descrizioni di capitelli (e quando mai una testata del letto in ferro aveva i capitelli?), riccioli, diramazioni, foglie, fiori, fiorellini, api, e chi più ne ha più ne metta. A Pietro venne un bel mal di testa, oltre a un certo sconforto, e si allontanò per prendere un catalogo di testate di letto per cercare quella che più si avvicinasse ai gusti del cliente. Mentre il padrone era lontano, il professore aveva dato uno sguardo, non certo disattento, al laboratorio: nulla di strano, se non che nella fornace buia e spenta, riluceva qualcosa di piccolo. Il professore lo riconobbe subito: era una fede. Fece appena in tempo a nasconderla di nuovo fra le ceneri, prima che arrivasse Pietro.

Antonio si era affidato, invece, ai suoi amici del bar, che avevano una rete di informatori da far invidia al miglior investigatore. Erano riusciti a risalire alle amiche della signora Clara, che avevano confermato i dubbi di Antonio: la donna non si faceva viva da mesi. Erano persino risaliti a un numero lodevole di amanti, tutti contrariati dalla scomaprsa repentina di Clara, che non aveva più risposto ad alcun messaggio. Temevano che il marito avesse scoperto qualcosa, cosa non strana, pensò Antonio, vista la quantità di relazioni parallele che riusciva a mantenere. Era il ragazzino, però, il moccioso cacciato in malo modo da Pietro, a essere la chiave di volta. Lui aveva visto tutto: si era affacciato alla finestra attratto dalle grida del litigio, e aveva visto le fiamme mangiare il volto terribile e vendicativo di un’erinni che non avrebbe mai lasciato in pace la sua vittima.

Il ragazzo e l’anello erano prove che non potevano essere ignorate. Il Torneo era però più importante di un morto che non sarebbe certo stato portato in vita: qualche giorno di ritardo non avrebbe cambiato niente. Il Torneo era tutto, era il riscatto da una moglie scontenta e da un fallimento rovinoso, da una vita passata nell’ossesione dei numeri, e da un’esistenza senza più amore.

“Lasciatemi almeno disputare la finale” chise Pietro.

Il Torneo era un evento fondamentale per il paese, e le Bocce del Conte stavano antipatici a tutti, anche se nessuno lo avrebbe ammesso, per cui i gendarmi non fecero obiezioni alla richiesta di Pietro. La finale si disputò, sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine. Le Bocce persero, grazie all’uso magistrale della mossa dell’Incatenato da parte di un Pietro che non sorrideva più tanto.

Tra lo stupore di tutti, e lo scandalo di Rachele, Pietro divenne il perfetto esempio dell’ammanettato. Antonio lo guardò scomparire nella macchina con un po’ di tristezza, ma non balbettò più. Anche Luca sospirò pensieroso guardando la pattuglia andarsene e cercando Anna tra la folla: non la trovò e sentì di aver perso un altro amico, meno pericoloso di Luigino.

Il Torneo passò alla storia, è chiaro. Per la sconfitta delle Bocce e per l’arresto del fabbro. L’unico a rimanere perplesso fu Silvano, che era così concentrato sulla sua preda da non aver notato nulla di strano in Pietro. Ma, al contrario della moglie di Rachele, non se ne rammaricò: aveva vinto il Torneo, aveva trovato l’amore, e non poteva certo biasimare Pietro, perché ne capitava perfettamente il gesto. Lo stava immaginando anche ora, mentre sentiva sulla nuca gli occhi arcigni di Rachele.

FINE

I Vecchi Compari – Pt 14 Il Gran Torneo di Bocce e Bocciatori ha inizio

Ed eccoci qui, al gran giorno, un giorno che passerà alla storia, almeno di quel paesino. Riunite al bocciodromo, le squadre si guardano in cagnesco: quattro squadre da quattro si scontrano. I numeri sono a favore di Luca, sembra evidente. Dagli spalti Anna esulta e lancia baci, ma alcuni sbagliano mira e si posano su un beato Silvano, il ragazzino, vicino di casa di Pietro, guarda il fabbro in cagnesco, Rachele se ne sta in un angolo sgranando il suo rosario e cercando di frapporre maggiore distanza possibile tra sé e la bella, ma fedifraga, moglie di Luca. Per Antonio si sono schierati, invece, i suoi amici del bar, mentre Luca è sostenuto anche dai suoi colleghi di scuola, tra i quali, ben nascosti nell’ultima fila, figuravano anche i due uomini che si erano presentati in casa di Pietro.

“Benvenuti al Gran Torneo di Bocce e Bocciatori! Oggi si fronteggeranno le squadre a quattro. Oltre alle tre storiche, quest’anno si aggiungono anche i Vecchi Compari! Un applauso di benvenuto a questi coraggiosi signori, che proveranno a sottrarre la coppa ai campioni in carica: gli unici, imbattibili, Bocce del Conte! Un benvenuto caloroso anche a Vecchie Dentiere, che quest’anno non si sono dimenticati di indossare i denti, e ai Birilli Traballanti, saldamente issati sulle loro stampelle. Gentili signore, valenti signori… che il Torneo abbia inizio!”

I primi a scontrarsi furono le Bocce del Conte e Vecchie Dentiere. Non ci fu alcuna possibilità per il gruppo della locale casa di riposo: certo, avevano con loro tutte le loro dentiere, ma queste non furono sufficienti a raggiungere abbastanza da vacino il pallino. I giocatori delle Bocce del Conte erano tutti in gran forma, dotati di equilibrio e con una vista da falco: si erano fatti operare a tutto ciò che era operabile, dalle ginocchia alla cataratta, perciò sembravano avere una decina di anni in meno dei propri avversari. Altrettanto facile fu per i Vecchi Compari sbaragliare i Barilli Traballanti: si sa, gli anni non perdonano, e i Birilli lo sapevano bene. Un decennio prima erano loro a strappare ogni volta il titolo di migliori bocciatori, ma ora a traballare non era più solo il nome, ma anche i membri del gruppo. Dovettero chiamare persino un’ambulanza per rimettere in sesto un giocatore che si era lanciato assieme alla boccia.

La vera sfida avrebbe avuto luogo dopo la pausa di ristoro, anche chiamata banalmente pranzo. Per i Vecchi Compari più che pranzo era un’arringa da parte di Luca.

“Ragazzi, siete stati bravissimi, ma con le Bocce non c’è da scherzare. Ho preparato un piccolo riassunto di tutte le tattiche che possiamo utilizzare, in modo da ripassarle in queste ore. Mi raccomando, non voglio vedere errori, intesi? C’è tutto il paese che ci…prego, desiderate qualcosa?”

A interrompere Luca erano stati due uomini in divisa di carabiniere: che fosse un’altra stramba trovata delle Bocce del Conte per spiare gli avversari?

“Non qualcosa” dissero i due gendarmi facendo vedere il distintivo e un mandato d’arresto. “Qualcuno. Pietro Mastromartello”.

Pietro si alzò e prese il foglio. “Antonio e Luca. Siete proprio degli stolti” disse con un ringhio basso.

I Vecchi Compari – Pt 13 La vigilia del Gran Torneo

Le informazioni che Antonio aveva ottenuto dal barista Frank erano molto singolari, ma spiegavano sia le parole del ragazzino sia l’atteggiamento di Pietro nei confronti della moglie Clara. Come se non bastasse, quella chiacchierata aveva tolto ad Antonio qualsiasi tipo di attrazione nei confronti del fabbro. Bisognava comunque cercare più a fondo, e attendere il momento giusto: Pietro era un componente fondamentale della squadra e il Gran Torneo di Bocce e Bocciatori si sarebbe tenuto a giorni. Quando Antonio si presentò agli allenementi successivi, i suoi occhi erano un po’ meno paurosi e un po’ più decisi del solito.

Il giorno prima della competizione, anche Luca era più tetro del solito: aveva un colorito che virava verso una sfumatura verdastra, le mascelle erano serrate, gli occhi sporgevano dalle orbite e la bocca era quasi scomparsa in una sottile linea tremolante. La sua grande occasione era arrivata, il Torneo era alle porte. Anche lui aveva condotto delle ricerche su Pietro tramite alcuni suoi colleghi di vecchia data: molti conoscevano Pietro in qualità di fabbro, ma di Clara nessuno aveva informazioni precise. E nessuno sapeva nemmeno dove fosse andata dopo aver abbandonato la casa officina. Quella donna era diventato un fantasma che aleggiava sinistro attorno a quell’omone sempre sorridente.

Pietro era nervoso, ma non lo dava a vedere. Il giorno precedente si erano presentati alla porta due strani ceffi che si erano detti amici di Clara. Li aveva allontanati in malo modo, ma non era tranquillo. Si sentiva come una belva in gabbia, pronta per essere portata al macello.

L’unico componente che sembrava essere caricato a molle era Silvano. Inutile dire che in quelle settimane se ne era altamente infischiato dei presunti segreti di Pietro, poiché aveva dedicato tutti i suoi sforzi e le sue attenzioni a soddisfare Luca nel gioco e Anna a letto. Riusciva a trovare perfino Rachele, sua moglie, quasi sopportabile: a volte provava pena per quella donna così devota all’ultraterreno da dimenticarsi del terreno. Il rammarico più grande di Silvano è che I giochi di Dioniso, il negozio di Antonio e Alvise, fosse fallito, probabilmente proprio a causa della coalizione di malelingue delle compari di Rachele. In spogliatoio avrebbe chiesto ad Antonio se gli fosse rimasta qualche rimanenza di magazzino.

“Domani è il grande giorno” tentò di cominciare Luca, ma lasciò cadere il discorso: non riusciva più a produrre saliva. Ci pensò Silvano a prendere il posto di Luca: ormai era diventato un campione in questo sport.

“Esatto Luca. Ormai siamo preparati, faremo mangiare polvere a quei vegliardi delle Bocce del Conte, delle Vecchie Dentiere e dei Birilli Traballanti. Siamo i migliori, lo sappiamo, abbiamo i giocatori più in gamba. Il Gran Torneo è già nelle nostre mani!”.

“Ben detto!” a parlare era stato Antonio, senza alcun balbettio.

“Bravo, Anto, è da anni che non ti sento così deciso. Ti ci voleva un po’ di adrenalina”.

E una seduta al bar, pensò Antonio con gli occhi fissi su Pietro.

“Pronti per l’ultimo allenamento?” ruggì Pietro, che si sentiva osservato,

Fu una delle migliore partite di sempre. Silvano sembrava ricordarsi per filo e per segno ogni mossa ideata da Luca che, a sua volta, lo elogiava e lo sosteneva. La mano di Antonio era più ferma del solito e Pietro dimostrava una forza vigorosa maggiore dell’usuale. Sembrava proprio una squadra imbattibile.

Mete

Ho visto mongolfiere che si allontanavano silenziose, come semplici palloncini sfuggiti dalla mano di un bambino. Sembravano seguire docili il vento, senza una meta precisa, senza un percorso prestabilito e predeterminato. Erano solo loro, a fronteggiare il cielo, a fuggire il suolo, a sentire l’aria, ad ammaestrare il fuoco. Non c’erano doveri, non c’era fretta, ma solo la volontà di assaporare il viaggio.

Dove vanno gli spiriti? Vagano forse come quelle mongolfiere, senza una meta visibile? La loro energia si lascia trasportare dalle correnti dell’universo? O forse scompaiono, come se non fossero mai esistiti?

Da qualche parte se ne stanno là, questi piccoli spiritelli, incagliati come navi corsare abbandonate, ad aspettare che il tempo passi, e che le ere riducano in polvere anche il più alto dei monti. A spirito si aggiunge spirito, sussurri di esistenze stanche, o forse deluse o rabbiose. Dopo aver viaggiato, dopo aver tentato di compattare con il fuoco l’aria, si posano senza fiato su un prato che non sembra avere confini.

Ho visto delle mongolfiere volare. Si lasciavano alle spalle il sole. Le ho accompagnate fino a vederle scomparire in piccoli nei del cielo.

Una vecchia

Vista da fuori la casa non prometteva nulla di buona. Una volta entrati, l’opinione non poteva che peggiorare, e l’inquilina era in sintonia con quell’atmosfera, come se fosse un complemento d’arredo di quelle tetre stanze. Quella vecchia aveva tutto l’aspetto di una strega, e forse lo era: di quei tempi stranezza e stregoneria venivano spesso confuse. La casa si trovava nel cuore della città, ma di urbano non aveva nulla, a partire dalle coinquiline che dimoravano nella cucina: sei galline ben pasciute, che svolazzavano con la fierezza delle padrone di casa, posandosi ora sul tavolo, ora sul ripiano della cucina, e raramente sui propri giacigli che si trovavano vicino alla credenza. Dall’odore, però, sembrava che in quelle stanze dimorasse anche qualche altro animale, magari passato a miglior vita da qualche giorno. Tra piume e paglia si potevano intravvedere dei quadernini minuscoli, in cui la vecchia annotava con mano incerta guadagni e spese, un lapis consunto, una lanterna a olio incrostata e spenta.

Le altre stanze non se la passavano meglio. Davanti alla cucina si apriva un salotto di infime dimensioni, con una sola finestra perennemente chiuse che lasciava filtrare una luce offuscata dallo strato di sporcizia dei vetri. Gli unici mobili rintracciabili erano una sedia, un tavolinetto su cui poggiava il telefono non funzionante, dal momento che in quella casa non c’era elettricità, una poltrona sfondata decorata con quello che sembrava un motivo floreale, e una sedia a dondolo che aveva visto giorni migliori.

Era proprio su questa sedia che avreste trovato lei, la padrona di casa. A vederla, sembrava essere la settima gallina in quelle stanze, magra e rugosa, con le palpebre cascanti e il collo scarnificato. Sarebbe sembrata una mummia, se non fosse stato per gli occhi che rilucevano neri, ma scintillanti come dei tizzoni ardenti nella penombra della sala. Le labbra sottili si perdevano nella voragine senza denti della bocca, tirandosi in un ghigno sinistro. Al di sotto del groviglio scomposto e sudicio dei capelli, si intravvedeva un solo orecchino di perla, a destra, invece, il lobo pendeva diviso in due lembi.

Affidalo al vento

George sperava che qualcosa cambiasse, che qualcosa gettasse un secchio di vernice colorata sul suo mondo. George voleva sporcarsi, voleva sentire il vento, sentirne la voce, senza aver paura del mondo e dei problemi, delle conseguenze e delle cause. George voleva respirare.

Chiuso nella sua stanza, nel suo regno di legno e vetro, George sognava. Sognava di costruire un aquilone di mille colori e di mille forme, che cambiasse a seconda della brezza, a seconda della sua mente. L’arcobaleno si sarebbe affacciato invidioso a vedere questa costruzione così varia, eppure così perfettamente imperfetta, e si sarebbe reso conto di quanto pallidi fossero i suoi colori.

Con gli occhi persi in un cielo plumbeo, George immaginava di legare stoffe colorate per costruire un acchiappasogni universale, che liberassi bambini e adulti da incubi e malvagità. E Morfeo in persona avrebbe trovato dimora in questa capanna svolazzante e avrebbe elargito un’effimera felicità a tutti i sognatori.

George sperava di tornare al passato, quando le sue gambe bambine non sentivano ostacoli, quando la pelle fanciulla sfidava il sole e la pioggia. Ma quel ragazzino non sarebbe più tornato a correre. George lo sapeva, ma il suo cuore continuava a creare bolle di sogni e di speranze.

Parallelismo

L’esistenza che si trascina in questa città è ben strana. Le vite percorrono binari tra loro vicini, che sembrano sul punto di collassare uno sull’altro, ma non riescono mai a incontrarsi. Procedono paralleli, in un viaggio infinito e stancante. Questa città crea menti, crea cuori paralleli, che rispecchiano il mondo che li circonda. Ognuno nel suo appartamento conduce la propria esistenza separata, ma in sincronia con l’anima sottostante, semparata, ma uguale al cuore affianco, separata, ma in sicronia con la mente della porta di fronte.

La città si è insinuata nelle loro vene, ha trasformato il corpo in un cubo di cristallo. Ѐ splendente, è scintilante, ma, per quanto si erga da terra, non riuscirà mai a trovare un compagno su cui poggiare il corpo stanco. Ѐ un viaggio solitario quello di queste anime di cristallo, che sembrano dei giganti imbattibili, ma che sono fragili e sottili, come vasi incrinati. Per proteggere questa fragilità si chiudono in scatole, comode, sicure, confortevoli, ma chiuse, e isolate.

Non sono capaci di sentire i lamenti che provengono da altre scatole, non vedono l’incrinatura che corre sulla fiacciata altrui. Sono inconsapevoli dei difetti e della solitudine con cui hanno realizzato le loro fondamenta. Se ne renderanno conto solo alla fine, quando esausti si infrangeranno a terra, senza che nessuno abbia la forza di chinarsi per rimettere assieme frammenti di tristezza.