I Vecchi Compari – Pt 12 Segreti e tradimenti

Il Gran Torneo di Bocce e Bocciatori era ormai alle porte, per cui gli allenamenti si fecero più intensi e Antonio più nervoso. Non solo temeva l’ennesima sconfitta, il che peggiorava notevolmente le sue balbuzie, ma aveva paura che dopo il fallimento Pietro se ne sarebbe andato dalla squadra, togliendogli ogni possibilità di rimpiazzare Alvise nel suo cuore.

“P-p-posso f-f-fare s-s-squadra c-c-con P-P-Pietro? M-m-mi t-t-tranquillizza”.

“Va bene Antonio, ma comportati bene e stai tranquillo: abbiamo la vittoria praticamente in tasca”. Luca era diventato particolarmente positivo da quando la moglie Anna aveva ritrovato il sorriso. Inoltre la squadra stava migliorando notevolmente: Silvano sembrava aver ritrovato un’energia da ragazzino, e in effetti si sentiva ringiovanito grazie alle prodezze che rendevano così felice Anna, Antonio sembrava più motivato, anche se il motivo principale di questo vigore solo in parte si trovava nel Torneo, e Pietro si mostrava sempre allegro e forte. C’era sempre il dubbio che nascondesse qualcosa, ma decise di non darlo a vedere.

“S-s-sai P-P-Pietro. M-mi manca m-molto A-A-A…A… hai c-c-capito. A-a t-te manca C-C-Clara?”

Pietro sbuffò mentre lanciava la boccia: “Ottimo Pietro, la mossa della Locomotiva! Sei un talento” gli urlò Luca estasiato. Se non ci fosse stata Anna, Pietro avrebbe pensato di aver un altro spasimante oltre ad Antonio. “Non avranno scampo, Luca!” rispose mentre se ne tornava vicino ad Antonio.

“Senti Antonio, mi dispiace che tu stia male per Alvise. Ma devi andare avanti.  E no, non mi manca Clara: se ne è andata, non tornerà, e non voglio che qualcun altro prenda il suo posto. Sono solo, e da solo sto benissimo”. Sperava di aver messo a tacere una volta per tutte le curiosità di Antonio.

“S-sei s-strano, P-Pietro”. Antonio balbettava meno: aveva capito il punto di debolezza, e non aveva la minima intenzione di mollare la presa.

Dopo l’allenamento Pietro si avvicinò a Luca: “Hai mai dubitato di uno di noi?”. Luca lo guardò attentamente: che avesse intuito i suoi sospetti? Strano, perché Pietro gli sembrava un gigante gentile, un po’ come Luigino, senza però la passione per Anna, il che non era male.

“No, certo che no” disse Luca dandogli una pacca sulla spalla. Sentì i muscoli contratti di Pietro.

“Non per la squadra, in generale, dico. Nessuno si svenderebbe alle Bocce del Conte, lo so bene. Ma non ti è mai venuto il dubbio su Antonio? Che negozio aveva prima di fallire”.

Luca arrossì violentemente: “non lo so di precisione. Mi sembrava qualche gioco per… ehm… adulti. Penso, per sentire dire, io non ci sono mai entrato. E penso neppure Silvano, con quella Rachele i giochi sono vietati anche per i bambini. Perché?”

“No, niente, scusa Luca, sono solo un po’ stanco. Una doccia, ecco quello che ci vuole”.

Almeno adesso Pietro aveva compreso da dove provenisse l’onniscienza di Antonio: era il confessore laico di tutto il paese. Era abituato a sapere i segreti altrui, e non avrebbe fatto sconti neppure a Pietro.

Sulla strada per casa, Antonio si fermò al bar. Era da anni che non ci entrava, da quando gli era sorto quel problema con le balbuzie, in effetti. Quando si sedette al banco, gli sembrò di essere tornato al passato.

“Guarda un o’ chi è tornato: Tony! Il solito?” lo accolse il barista.

“Sì, grazie Frank”. Era proprio come una volta. Niente balbettii e un sorriso per tutti.

“Ehi, Frank, tu che sia tutto: cosa puoi dirmi di Clara, la moglie fuggita del fabbro? Tu non sai quanto mi manchi il mio negozio”.

Frank sorrise, e iniziò a raccontare: “Tutto cominciò con un tradimento…”

I Vecchi Compari – Pt 11 Ritorno alla normalità

Come aveva previsto Silvano tutto tornò al suo posto: la caviglia di Antonio migliorava a vista d’occhio, come anche l’umore di Luca, che si fece più ciarliero, soprattutto con Pietro. Anna sembrava aver ritrovato la sua allegria, nonché una qualche soddisfazione, Rachele non era così insopportabile per Silvano, che aveva l’aspetto di aver dimenticato il sibilo assassino della boccia di Luca che lo sfiorava. Anche Antonio era più energico del solito: non voleva lasciarsi scappare nessuna occasione per catturare Pietro e per conoscere la storia di Clara. Percepiva che quel segreto costituiva la chiave giusta per conquistare il nuovo compagno. L’unico a non aver variato il suo aspetto pacioso era Pietro, il cui solo fine era divertirsi senza che gli altri mettessero il naso nei suoi affari.

“Una piccola pausa corrobora mente e corpo, vero ragazzi?”

A parlare era stato Luca, e Silvano non poteva fare a meno di concordare: la pausa era stata molto corroborante e soddisfacente, da ogni punto di vista. Ancora si chiedeva, però, se Luca sapesse tutto, come aveva dimostrato di sapere tutto di Luigino. Il che avrebbe spiegato anche la boccia volante. Eppure l’atteggiamento di Luca non era cambiato, se non che dedicava molto attenzione per Pietro. Silvano non si fece troppo domande: i guai arrivano se chiamati.

“Ehi, Pierre, ora ti tocca giocare con il boss! Io e Antonio siamo spacciati, vero?” urlò Silvano, ignorando la smorfia sul volto di Pietro, che odiava quel nomignolo. Clara aveva passato molti anni in Francia.

“Così imparo dal maestro. Attento Silvano: posso diventare pericoloso!” ruggì Pietro con fare canzonatorio.

Dopo aver controllato che non ci fossero spie nascoste, cominciarono a tirare a bocce.

“Allora Pietro” disse Luca mentre osservava attentamente la mossa di Silvano “come ti stai trovando nella squadra? Ti piace il gioco? Ehi, Silv, non così: prova a usare la mossa del Mangiafuoco!”

Silvano guardò Luca sorridendo, ma non aveva la minima idea di che cosa fosse la mossa del Mangiafuoco. Tentò di lanciare la boccia e…

“Ma no, no, quella è la mossa del Calamaro. Non dico che sia sbagliata, ma con la posizione attuale ti conviene fare questa, guarda”. Luca si esibì in una piroetta, un saltellino, si abbasso con agilità scricchiolante, tese il braccio, rilascio la boccia, che saltò quella di Antonio per posizionarsi proprio vicino al pallino.

“Devi saltare l’ostacolo per avvicinarti alla meta, Siv, dovresti saperlo bene”. Ora toccava ad Antonio, che cercò di fare una Mantide, ma gli riuscì comprensibilmente un po’ zoppa. Luca non commentò la mossa, dimostrando una inusuale comprensione, e mentre guardava Antonio riprovare si rivolse al suo compagno.

“E tu, Pietro, che ostacoli hai dovuto superare? Non devi avere segreti con la squadra, lo sai. Fiducia totale. E a proposito di segreti, a cosa si riferiva il ragazzino?”.

Pietro lo scrutò senza cambiare espressione, ma il suo cuore era una fucina bollente pronta a scoppiare. Perché mai tutti si volevano fare i suoi affari? Era quasi tentato di spifferare quello che aveva intuito sul caro Silv.

“Tutto bene, Luca, figurati: siamo una squadra incredibile, non ti sembra? Siamo uniti, compatti, certo qualche screzio può sorgere, ma non ho dovuto affrontare alcun ostacolo, qui da voi. E per quanto riguarda il moccioso, chi lo sa cosa passa nella testolina di quel teppista”.

Così facendo si prodigò nella mossa dell’Insoddisfatto, come lo era Luca, scalzando la boccia di quest’ultimo un po’ più lontano dal pallino di quanto fosse la sua. Lo guardò soddisfatto: “Luca, penso proprio che la prossima mossa sia quella del Cauto, non si sa mai, soprattutto con Silvano”.

Un clown

Ho passato una vita a pensare al tempo, a rispettare qualsiasi cosa dovesse essere rispettata. Ho saltato e ballato, ho sorriso e anche pianto, anche se di nascosto. Ho imparato a capire che cosa gli altri si aspettassero, per evitare di creare delusioni.

Un giorno ho scoperto che le gambe erano stanche, pesanti, il sorriso tirato e falso, la voce sempre modulata, ma inespressiva. Ero diventato un domatore di bestie, ma ero stanco. Allora mi sono seduto su un sasso e ho fatto il pagliaccio.

Non è stato faticoso. Il trucco aiuta molto, il cerone già lo conoscevo. Ho liberato la voce, l’ho fatta salire, l’ho trasformata in un fischio. Le belve non mi ascoltavano più, ma neppure mi attaccavano. Ero diventato il loro zimbello, ero un passatempo. Non mi dispiaceva, per nulla: anch’io avevo il mio passatempo, osservare le belve.

Si capisce molto quando si è seduti su questa scomoda roccia. Si capisce anche troppo, quando i colori sgargianti del viso e il fagotto arcobaleno rendono invisibili. Si capisce che i pagliacci sono contagiosi, soprattutto quelli che tentano di nascondere in tutti i modi la loro anima di clown. Si capisce che sono pericolosi, con le loro maschere, con le loro maniere che suggeriscono un’amicizia, ma che cercano solo un tornaconto. Si capisce che nessuno si è mai seduto su un sasso.

E allora me ne rimango qui, a guardare e a suonare un’allegra tarantella che mi accompagnerà fino alla fine.

Manifesto del perfetto robot

Sono stati anni difficili, di lavoro ininterrotto, di inseguimento e di convincimento, ma alla fine l’obiettivo è stato ottenuto, il progetto è stato compiuto. Abbiamo creato la società perfetta, la più efficiente, nonché la più efficace. Ognuno ha il suo compito, che riesce a portare a termine nel migliore dei modi. Ognuno ha un tempo determinato, da sfruttare in ogni singolo secondo, niente è lasciato al caso, tutto è stato trasformato in una risorsa. E la risorsa crea ricchezza. E la ricchezza crea benessere. Il benessere crea positività. Nessuno può scappare da questa logica.

Benvenuti, allora, nella società perfetta. Per accedervi è richiesto l’attestato, rilasciato dopo un congruo numero di ore per la formazione e per l’assimilazione di verità che vi aiuteranno a decodificare il mondo, i comportamenti, le persone. Cambierete modo di pensare, cambierete sguardo con cui guardare il mondo. Cambierete vita. Non abbiate paura: dopo questa piccola rivoluzione non dovrete subire altri traumi, tutto procederà nel migliori dei modi.

In primo luogo, quindi, sarete educati a pensare. Non potete certo applicare schemi mentali sviluppati altrove in questa società. Noi vi aiuteremo a capire cosa pensare, come e quando, il tutto nell’ottica di un miglioramento della produttività. Non avrete più pensieri, sarete esonerati dai problemi, verrete liberati dalla negatività.

Successivamente vi verranno impartite delle regole di vestiario. È importante non distinguersi da chi vi sta attorno, sarebbe dannoso per il gruppo. Non parliamo di divise, ovviamente, ma di una scelta attenta di colori, di taglio e di indumenti. È preferibile una bella presenza. Non accettiamo persone che possano abbassare lo standard della società perfetta: se è il luogo migliore in cui vivere, è anche il più bello e il più godibile.

Infine, attenzione alle parole e al comportamento. Vi daremo dei mezzi di decodifica del comportamento umano: a ogni occasione avrete subito la possibilità di individuare la migliore modalità di reazione, le frasi da dire e quelle da evitare a ogni costo. Non si tollerano scontri. Non si accettano attriti.

Queste semplici regole servono per mantenere un ambiente efficiente, capace di raggiungere gli scopi più alti, che vadano oltre l’individuo, cellula necessaria, ma potenzialmente disgregante. L’individuo è stato comprato dalla società ed è chiamato a soddisfarne le necessità.

Vengo in pace

Ciao. Questa volta vengo in pace. Ehi, perché le mie bolle sono tutte storte?

Oh, questa volta non lasciamo passare neppure un mese, vedo. Sei in corsivo perché così capiamo meglio chi parla. Tu pesce in corsivo, io umana nel solito noioso carattere. E non protestare, non è che ne abbia molta voglia.

Di questa storia delle bolle storte ne parleremo un’altra volta, va bene. Sempre che me ne ricordi. Ricordo, invece, che cosa ti dissi qualche tempo fa: non sperarci troppo.

Uf, avevi ragione, contento? Sarebbe stato bello, però, non credi? Insomma, hai visto l’alternativa qual è? E sappiamo già come andrà finire: nulla di fatto. Stavo solo sperando di fare finalmente qualcosa che mi piacesse.

Anch’io speravo di liberarmi dei pesci tropicali, e invece guardami, devo sempre litigare con il pesce pagliaccio: non riesco mai a capire se sia serio o se stia scherzando.

Ti capisco. Se fosse andata bene avrei potuto dedicarti un bell’acquario tutto per te. E invece avrò a che fare con dei piranha travestiti da pesce pagliaccio.

 Messa così non cambierei i miei compagni con i tuoi. E poi magari ti aspetta qualcosa di meglio.

Sì certo, anche a te: essere rinchiuso a vita nello scrigno.

Non scherzare: soffro di claustrofobia io. Posso avanzare una proposta?

Spara.

Slubump!

Non dicevo letteralmente.

Non fare il pesce pagliaccio! Comunque, potresti togliere almeno il pesce palla? È un insopportabile c…sblurp

Carassius! Insomma modera il linguaggio!

Dai, che ci ridiamo su lo stesso! Sblurp!

Upotalia

Nessuno aveva memoria dei grandi lavori che erano stati necessari per la realizzazione del serpente marino, Ofis, e nessuno si ricordava più quale fosse il nome originario di Upotalia, una città morta, ma che in passato aveva conosciuto la vita, così come l’aveva conosciuta l’altro ricordo, Osteia, che continuava a giacere come uno scheletro alle pendici della montagna. Se la morte di Osteia era stata causata da una qualche potente, ma sconosciuta, arma, la fine di Upotalia era evidente: era stata sommersa dal mare, probabilmente a seguito dei mutamenti di marea causati da Ofis

Non che fosse del tutto disabitata, qualche essere vivente si avventurava tra quelle rovine. Per lo più si trattava di pesci, molluschi e anche piccoli delfini che avevano occupato i vasti saloni del palazzo centrale, le stanze private delle case, le piazze che si spalancavano come occhi stupiti verso il mare. Di tanto in tanto vi si avventuravano anche degli umani, alcuni per curiosità, altri alla ricerca di perle, altri ancora richiamati dall’oro. La loro bramosia non era vana. Upotalia aveva l’aspetto, infatti, di una città opulenta, vasta e ricca. Era nata da un porto, e dal porto aveva ottenuto fama e commerci, prima che il mare diventasse un estraneo, un nemico, prima che le navi venissero bloccate da una muraglia invisibile.

Upotalia era annegata, nel silenzio e nell’indifferenza dell’Ordine, che non tollerava la presenza di una città talmente bella da competere con la stessa capitale. I palazzi di pietra bianca svettavano ora sul fondale, intaccati da alghe e muschi. Solo la punta del pinnacolo più alto del palazzo riusciva a scalfire la superficie del mare con la bassa marea, come una mano di un annegato che stia implorando aiuto al sole. Annegando, Upotalia aveva portato sul fondale tutte le sue ricchezze.

C’erano storie che venivano narrate nei villaggi di pescatori, quando le orecchie dell’Ordine non erano pronte ad ascoltare. Si diceva che le segrete del palazzo subacquee serbassero ancora ori, gemme, statue, cimeli provenienti da terre lontane. Ormai le sabbie si stavano chiudendo su queste ricchezze come il più geloso degli scrigni. Altri sostenevano, invece, che l’Ordine non si sarebbe mai lasciato sfuggire una tale possibilità di guadagno, e che avesse requisito tutte quelle bellezze prima di lasciare la lisca di Upotalia al suo triste destino.

Ciò che più infastidiva l’Ordine era il fatto che Upotalia costituisse la prova di un passato senza Ordine.

I Vecchi Compari – Pt. 10 Ognuno per la sua strada

Non fu un giorno felice per i Vecchi Compari. Sia chiaro, si trattava di un bisticcio passeggero, nulla di eccessivamente grave. La tensione per l’approcciarsi del Torneo aveva solo esacerbato qualche spigolo un po’ troppo pronunciato di qualche componente. Tutti sapevano, però, che all’allenamento successivo sarebbero stati presenti i quattro componenti, allegri e agguerriti come sempre. Ma quel giorno no, quel giorno Silvano non si allenò e non tronò da Rachele. Quel giorno Luca si allenò senza schemi e sbagliò tutte le mosse. Quel giorno Pietro non si impegnò e non fece sentire la sua risata ferrosa. Quel giorno Antonio seguitava a lamentarsi.

Quel giorno i Vecchi Compari presero strade differenti.

Iniziamo da Silvano. Silvano non si diresse a casa sua, ma a quella di Luca, scelta ovvia. Oltre a essere offeso per quello che aveva vissuto come un tentato omicidio da parte di Luca, Silvano aveva visto l’opportunità di sostituire effettivamente Luigino: il legittimo marito si sarebbe trattenuto con gli altri due per tutto il tempo dell’allenamento, nel tentativo di far sentire Antonio, se possibile, ancora più colpevole. Silvano aveva, dunque, libero accesso ad Anna che, quando lo vide sulla soglia di casa, lo fece entrare curiosa e preoccupata. Non si scambiarono molte parole, come potete ben immaginare. Anna ritrovò una consolazione e quella passione che i freddi numeri non erano mai riusciti ad accontentare. Silvano ritrovò un corpo caldo e vibrante, che non aveva paura delle fiamme dell’inferno. In quegli abbracci Silvano trovò una donna che chiedeva amore, e Anna trovò un uomo che sapeva amare.

Quando Luca tronò a casa, trovò una moglie sorridente, che non serbava più alcuna traccia di tristezza. Non ci fece molto caso, anche perché non era mai stato molto bravo a capire i sentimenti umani, molto meno chiari dei numeri. Si lanciò invece in un infervorato racconto della giornata, omettendo la boccia che era volata verso Silvano e il pianto disperato di Antonio all’ennesimo rimprovero. Si soffermò sulle sue capacità, sul molleggiamento delle sue ginocchia mai stanche, e sulla goffaggine di Antonio, che per poco non si slogava anche l’altra caviglia. Infine condivise con la moglie il dubbio che qualcuno della squadra nascondesse qualcosa. Era convinto che i segreti fossero come delle talpe: scavavano sotto terra, non viste e non sentite, togliendo terra e stabilità alle fondamenta più solide. Anna lo guardò un po’ accigliata: il marito non aveva mai sospettato di Luigino, o non lo aveva mai dato a vedere. “Non può essere che Pietro” concluse Luca “è lui il nuovo arrivato”.

Che Pietro avesse un segreto era chiaro anche a Antonio. Peccato che il suo negozio fosse fallito: quasi tutti nel paese erano suoi clienti, anche se nessuno voleva che gli altri lo sapessero. E tutti i clienti si lasciavano andare a confidenze o chiedevano consiglio. Luigino era stato il primo, e infatti non era molto contento di trovarsi Antonio in squadra. Ma la fornitura che lui e Alvise garantivano era di prima qualità e Antonio non si era mai fatto sfuggire nulla. Ora, scoprire il segreto di Pietro era diventato il secondo problema fondamentale per Antonio. Il primo rimanevano i debiti e la fuga di Alvise. Sperava con tutto se stesso che il segreto andasse a vantaggio della cotta che Antonio nutriva nei confronti del nuovo compagno di squadra, il che avrebbe spiegato anche l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie. Grazie a questa vaga speranza, Antonio riuscì a riprendersi dal trauma causato da Luca, e iniziò a ideare la sua strategia per capire che cosa nascondesse il bel Pietro.

Antonio era nei pensieri di Pietro, ma non nel senso che Antonio avrebbe sperato. Pietro sapeva che la storia di Clara aveva acceso le malelingue del paese, tra le quali figurava anche Rachele. Ma non era la frigida Rachele e neppure l’innamorato Silvano a preoccuparlo. Antonio sapeva i segreti di tutti, e avrebbe tentato di carpire anche il suo. Guardò verso la fucina spenta e nera, ma rossa e viva nei suoi occhi. Ancora la vedeva, vedeva Clara là davanti, che gli gettava contro una sfilza di ingiurie, come carboni ardenti, la vedeva mentre lo derideva, mentre gli ricordava che mai avrebbe potuto dirsi veramente uomo. E sentiva ancora la soddisfazione quando le sue grida, coperte dal maglio e dal martello, erano state infine inghiottite dal ruggito del fuoco.

I Vecchi Compari – Pt. 9 Attimi di disperazione

“M-m-mi d-d-dispiace, r-r-ragazzi. S-s-sono i-i-inciampato” balbettava sconfortato Antonio. Nessuno si sarebbe mai scagliato contro Antonio: la sua faccia pallida e il tremito che lo percorreva avevano fatto nascere in tutti un senso di disagio. In tutti, tranne in Luca. Il capo degli Allegri Compari non tollerava imprevisti, che venivano considerati alla pari di insubordinazione, e, come tali, dovevano essere puniti. E Antonio era terrorizzato dalle punizioni, più di quanto Rachele, la moglie di Silvano, fosse terrorizzata dagli inferi.

“Una cosa dovevi fare, una! Prestare attenzione!” Luca era fuori di sé: occhi sporgenti e bava alla bocca, sembrava volersi avventare sulla povera vittima per ridurla in carne macinata. Se avesse messo questa passione nella relazione con Anna, pensò Silvano, probabilmente Luigino non avrebbe dovuto consolarla. Se avesse impiegato quell’energia con la moglie, pensò Pietro, avrebbe avuto qualche ragazzino da inviare come spia dagli avversari.

“Giocherai! Giocherai lo stesso! Dovessi puntellarti su una sola gamba! E ti allenerai con me!”

Antonio guardava supplicante Pietro: sapeva che Luca lo avrebbe massacrato, non gli avrebbe dato tregua. Ma Pietro non osò, né volle intervenire. Inoltre, Luca sembrava sull’orlo di una crisi di nervi, e non voleva dargli lui la spintarella finale.

Ci pensò Silvano a dargliela: “Luca, calmati, si sistemerà tutto. Lascia stare Antonio. Mi alleno io con lui, così tu puoi lavorare con Pietr…”

SBAM

Luca aveva lanciato la sua boccia dritto verso Silvano, con una mira che non sembrava essere stata alterata dalla rabbia. Quando perdeva le staffe, Luca non diventava cieco: al contrario, vedeva tutto molto meglio del solito. Silvano non dovette andare in ospedale solo perché ebbe l’accortezza di chinarsi e assumere una poco onorevole posizione fetale.

“Zitto, sono io il capitano! Io! Puoi tentare di prendere il posto di Luigino, ma non quello di capitano!”

“Tu sei matto” gli urlò Silvano alzandosi.

Quel giorno Silvano non si allenò, né con Pietro né con Antonio. Prese le bocce, prese la sua sacca, e con passo deciso imboccò l’uscita del bocciodromo.

Luca agguantò Antonio sibilando: “Tu stai qui, e giochi. E tu, Pietro, pure. Facciamo un gioco a tre, alla faccia dei numeri primi e dei numeri dispari. Magari è la volta buona che qualcuno si faccia male per davvero!”.

Così dicendo, scagliò la seconda boccia, questa volta verso il pallino, che venne sbalzato e rotolò verso il fondo del campo.

Pietro non lo contraddisse. Antonio cercava di scusarsi, ma il balbettio rendeva tutto poco chiaro. Almeno, per una volta, nessuno parlava di Clara o di Anna.

Maia

Splendo in cielo insieme alle mie sorelle: siamo conosciute come Pleiadi e siamo in continua fuga da un cacciatore, Orione, che ci ha impaurito con il guaito del suo cane e con la sua bramosia. Si fosse limitato ai cervi, noi avremmo mantenuto il nostro aspetto. Come mio figlio, ora anch’io sono costretta a correre senza sosta, ma non ho alcun messaggio da portare, solo paura.

Fui amata da Zeus e in una grotta diedi alla luce lo scaltro Hermes, messaggero degli dei, protettore dei viandanti, dei mercati e anche dei ladri, in continuo viaggio tra il mondo dei morti e quello dei vivi. Non ha avuto il compito di accompagnare la mia di anima nell’Ade, perché il mio amante Zeus mi volle in cielo, ma lontano dall’Olimpo. Potrebbe essere un onore, se non sentissi sempre il latrato di quel cane, il suo fiato sul tallone e la mano di Orione sul braccio.

Ora tocca a voi badare a Hermes. Fin da piccolo ha cercato l’inganno, rubando una mandria ad Apollo e riscattando il dio con un semplice giocattolo, un guscio di tartaruga in cui aveva teso delle corde. Il dio accettò, e io feci finta di credere all’innocenza di mio figlio. Conoscevo la sua irrequietezza, e infatti fu l’unico a essere in grado di allevare il piccolo Dioniso. Il dio dell’inganno e dei morti strinse un’alleanza con il dio dell’ebbrezza e della rinascita. I tempi stanno cambiando, lo sento. Le vecchie divinità sono divenute stelle, in immobile movimento, i giovani dei stanno sovvertendo un ordine che scricchiola.

Io sono Maia, la madre di Hermes, una della Pleiadi, e nella mia eternità non ho trovato pace.

Vietato fumare

Il cartello campeggiava, con un a certa minacciosa autorità: riportava l’imperiosa scritta VIETATO FUMARE con tanto di imbolo sbarrato. Mattia lo leggeva con un gentile interesse, mentre si portava la sigaretta alla bocca. Non avrebbe certo rinunciato al suo piccolo godimento mattutino a causa di un cartello. Inoltre, qualche buontempone aveva avuto l’accortezza di aggiungere una s davanti a fumare: oltre a create un anacronistico caso di scriptio continua, il divieto acquisiva un significato ancora più incisivo. A quanto pareva, in quel liceo artistico, era vietato sfumare.

Non che a Mattia desse troppo fastidio quel divieto. Le sfumature lo avevano sempre messo in difficoltà, sia quando frequentava il liceo sia all’Accademia. Ai colori delicati, che degradano docilmente in altri, preferiva di gran lunga tinte decise e forti, capaci di ingaggiare una lotta silenziosa sulla tela.

“Professore, è vietato fumare lì. Deve spostarsi nel reparto fumatori”.

La zelante Iris era intervenuta per riportare l’ordine e per dare una voce al cartello muto e sfregiato. A quanto pare non avrebbe potuto finire la sua consolazione, dato che il recinto per i fumatori era stato ritagliato nell’angolo più isolato del giardino, dalla parte opposta di dove si trovava Mattia.

“Scusa Iris, non avevo notato il cartello”.

Gettò la sigaretta e se ne andò, portandosi dietro lo strascico di pacate e sussurrate maledizioni della bidella che non tollerava una così bassa considerazione delle regole, specialmente da parte di un professore. Ma Iris sapeva che Mattia non poteva essere considerato ancora un professore, data la giovane età che lo rendeva difficilmente distinguibile dai ragazzi. Forse era per quello che portava sempre un vestito troppo elegante, pensava Iris mentre occhieggiava malignamente il moncherino di sigaretta ancora fumante a terra. Di certo non aveva imparato il rispetto.

“In questa scuola è vietato sfumare. Almeno, è vietato in questa classe. Prendo seriamente le regole, io. Nessuno di voi ha visto il cartello all’entrata?”

Una risata nervosa percorse i ragazzi: erano certi che il giovane professore stesse scherzando, e già stavano girando sottobanco le caricature del nuovo arrivato. E di certo avrebbero dovuto imparare a sfumare in un corso di “Tecniche pittoriche”.

“La sfumatura è di chi non ha scelto. Si dice che non ci sia solo il bianco e il nero: è vero. Come è certo che io non voglio sfumature. Siete giovani, avete una vita per cedere alle sfumature. Ora voglio vedere i vostri colori. Avete un’ora”. E si sedette.

La consegna non era stata delle più chiare, come non mancò a far notare quello che Mattia reputava il più bravo e il più nevrotico della classe: “Professore, scusi, ma cosa dobbiamo fare?”

“Dipingere senza sfumature”.

“Va bene, ma che soggetto dobbiamo ritrarre?”

“A piacere”.

Dopo un’ora strappò dalle mani le creazioni incomplete degli studenti recalcitranti. I ragazzi avevano già imparato sfumare. Un vero peccato, pensò Mattia, mentre bruciava quei compiti sotto il cartello che vietava le sfumature. Iris mise fine a quella follia con un secchio d’acqua e una denuncia al preside.