La panacea

Qualsiasi problema vi affligga, io ho la soluzione. Non siate spaventati da questo umile banchetto dal quale vi parlo, non badate al mio aspetto: pensate forse che i grandi produttori di medicine avrebbero mai accettato la mia cura? Mi hanno ridotto in un miserabile, ma io non demordo. Venite, venite, venite a provare i mirabolanti effetti di Panax, il medicinale che cura qualsiasi cosa voi abbiate.

Non ci credete? Questo non mi stupisce. Lei, signore, là in fondo: quante pastiglie prende al giorno? Dite un po’? Cinque pastiglie! Non sono poche, creda a me. E lei, gentile signora, che così gentilmente si è avvicinata a questo modesto venditore? Sette, addirittura! Non ne dimostra più di tre, creda a me.

Di questi tempi tutti necessitiamo di qualche aiutino dalla chimica per poter continuare tranquilli la nostra esistenza. Ma è arrivato il momento di dire basta alla marea di scatole, pastiglie, pastigliette, integratori, pillole, sciroppi e supposte. È arrivato Panax, la pastiglia che tutto risolve e tutto sistema.

Panax è un medicinale, tenere fuori dalla portata dei bambini. Ma, per gli adulti, è un miracolo: pressione alta? Panax è la risposta. Tiroide che fa i capricci? Prendi Panax. Sovrappeso? Risolvilo con Panax. Morale sgonfio come una ruota bucata? Aggiustalo con Panax. Tremori, dimenticanza, dolori articolari o muscolari? Nessun problema con Panax.

Avvicinatevi, avvicinatevi, dunque, e acquistate la vostra scatola di Panax. Meglio farne una scorta, signori miei, perché da domani avrò già cambiato città, per diffondere ovunque questo splendore della scienza. Grazie signora, solo tre scatole? Suo marito non ne ha bisogno? Ah, è morto, dice: beh, le assicuro che non sarebbe successo con Panax.

Che dice? Vuole vedere cosa c’è dentro la scatola? Mi sembra ovvio, no? Pastiglie di Panax, dodici per scatola. No, non si possono aprire: la chiusura ermetica ne garantisce la qualità.

Il giorno successivo, alla centrale arrivarono centinaia di denunce contro un anonimo che aveva venduto una scatola vuota. Dell’anonimo nessuna traccia.

Attesa e rabbia

L’attesa è una sospensione generata da una promessa. La promessa è un’illusione che spesso affonda nel mare della vita e raramente raggiunge un qualche porto. L’attesa genera aspettative, le aspettative creano speranze, e le speranze disattese sfociano in un oceano di rabbia.

La rabbia non è mai la risposta ad alcun problema. La rabbia è il veleno che viene sputato in ogni direzione, e che crea altrettante ondate venefiche dalla forza corrosiva. Incanalare la rabbia per trasformarla in qualcosa di produttivo dovrebbe essere la risposta, ma non sembra essere così semplice.

Come si può domare Lissa, figlia della notte e del sangue di Urano? Neppure Eracle ha saputo resisterle e accecato ha compiuto la strage di ciò che più amava, moglie e figli. È una furia che non si ferma davanti a nulla, scaltra e veloce. È così facile per Lissa prendere dimora nel cuore degli uomini, già dilaniato da attese che sembrano non avere fine.

I Vecchi Compari – Pt. 8 L’imprevisto

Pietro non aveva alcuna ringhiera da preparare, si intende. Solo non voleva passare la sera con Antonio e con l’alcol: la birra fa parlare, e lui non voleva parlare, soprattutto della storia di sua moglie, che sembrava interessare tutti. Se avesse saputo questa tendenza a curiosare, probabilmente non si sarebbe unito alla squadra. Più che Vecchi Compari, gli sembrava di far parte dei Vecchi Mariti Scontenti e Curiosi. Solo Silvano sembrava aver trovato un passatempo che lo rendeva soddisfatto.

In realtà, le cose non stavano esattamente come pensava Pietro. Silvano si stava avvicinando al posto che Luigino occupava nel cuore di Anna, ma era anni luce lontano dal letto della stessa, a causa della presenza costante di Luca. Questo non sembrava aver intuito le intenzioni di Silvano, ma dalla storia di Luigino doveva aver imparato a non lasciare la moglie sola con un uomo. E con sei allenamenti alla settimana, era difficile trovare un momento di libertà. Per Luigino era stato più facile, visto che Luca non era ancora in pensione quando aveva cominciato la sua avventura.

Squillò il cellulare di Luca: la suoneria era un pigolio a quattro tempi, piuttosto brutta a sentirsi.

“Disastro. È la fine! Non lo avevo previsto, eppure è successo! Ma le probabilità non era alte, affatto”.

Ovviamente era Luca. Silvano si sentì mancare la terra da sotto i piedi: che il matematico avesse capito i piani nei confronti di Anna?

“Calmati, Luca. È successo qualcosa con Anna?” Si rese subito conto della sua stupidità. Perché chiedere di Anna?

“Anna? No, no, si sta riprendendo alla grande dalla piccola depressione che stava attraversando. No, è Antonio!”

Strano che l’imprevisto fosse Antonio: di solito era Antonio a essere flagellato da imprevisti e disgrazie. Silvano si ricordava ancora la delusione di Luigino per la chiusura di I giochi di Dioniso.

“Cosa ha combinato Antonio?”

“Si è slogato una caviglia mentre lavorava in archivio. Mi spieghi come può allenarsi con la caviglia slogata? E ho iscritto la squadra nelle competizioni a quattro. Saremo squalificati!” Seguirono fiumi di lacrime, intramezzati dalla lontana voce di Silvano che cercava di tranquillizzarlo.

“Luca, una caviglia slogata fa presto a guarire, e la gara è tra un mese”.

“Meno di un mese”.

“Tempo comunque sufficiente per una slogatura. Antonio è un professionista, si allenerà anche con la caviglia fasciata, basta che usi l’altra gamba”.

Di certo non ci voleva. Luca sarebbe stato ancora più ansioso, per cui Silvano avrebbe avuto meno tempo per escogitare il suo piani di conquista. E gli dispiaceva anche per Antonio: sembrava essere una calamita per i guai, e ultimamente era di umore ancora più tetro del solito. Almeno Pietro portava un po’ di allegria.

Ma Pietro non era in realtà allegro. Sapeva che, da immobilizzato, Antonio avrebbe dato sfogo alla sua curiosità, prodigandosi con nuove domande su Clara. Anche ora che era bruciata in inferno, quella fedifraga gli metteva i bastoni fra le ruote.

I Vecchi Compari – Pt. 7 Piani d’attacco

Il Gran Torneo di Bocce e Bocciatori era ormai alle porte. Ciò significava che era arrivato il momento di passare all’attacco. Questo famoso attacco prevedeva lo spionaggio degli avversari, in particolare di Vecchie Dentiere, Birilli Traballanti e Bocce del Conte, e alla realizzazione di nuovi schemi, sempre più aggressivi. A quest’ultima si stava dedicando Luca, allo spionaggio, invece, era dedito Silvano, che non era per nulla dispiaciuto del compito: a Silvano piaceva molto dover riferire le scoperte a Luca, recandosi personalmente nella dimora di quest’ultimo. Per farsi perdonare della sua costante presenza, non si dimenticava mai qualche pensiero per la padrona di casa. Per la verità, Anna non sembrava per nulla infastidita dalla presenza di Silvano, e soprattutto dalle sue attenzioni: il marito era completamente dedito all’imminente gara, e, in ogni caso, raramente le faceva dei regali, considerando il suo amore e il suo affetto più che sufficienti alle esigenze di Anna. Ma Anna era una donna romantica e Silvano si stava comportando come un emulo del compianto Luigino.

A quanto pareva, anche le squadre avversarie erano agguerrite: Pietro aveva alzato di peso e lanciato fuori dal bocciodromo tre spie provenienti da Bocce del Conte e due da Vecchie Dentiere, che avevano assoldato anche un nipote per poter osservare da vicino i nuovi sfidanti. Ma Pietro conosceva molto bene quel ragazzino: abitava vicino alla sua officina e spesso sua moglie aveva invitato la famiglia a pranzo. Anche il ragazzo fece un bel capitombolo fuori dalla porta, ma si alzò subito con uno scatto, fece una pernacchia a Pietro e urlò: “Io so, io so dove è andata Clara”. Poi scappò evitando agilmente la boccia di Pietro.

“Avresti potuto fargli male, Pierre” protestò Silvano.

“Pietro, mi chiamo Pietro. Odio il francese”.

“Va bene, va bene, calmati. A cosa faceva riferimento il moccioso? Lo sai che in una squadra non ci sono segreti”.

Pietro rise: “Non ne sono molto sicuro, che non abbiate segreti, vero Silvano? Come sta la moglie di Luca?”

Silvano rise e rientrò per cercare di calmare le grida sempre più isteriche di Luca, convinto che il nipote avversario gli avesse carpito la magnifica tecnica d’attacco del Faraone. Antonio dubitava molto che fosse un reale problema, perché quella tecnica era del tutto incomprensibile, come un geroglifico. Non espresse il suo pensiero, perché sarebbe stato irrispettoso nei confronti di Luca, e anche perché era compito di Silvano calmare il capo. Avrebbe approfittato di quella pausa per passare anche lui all’attacco, ma con Pietro.

“C-c-che c-c-cosa ha u-u-urlato quel b-b-bambino?” gli chiese curioso. In realtà aveva sentito tutto, nonostante gli ululati di Luca.

“Niente di che. Però è una buona idea mandare un giovane. Non possiamo convincere il figlio di Silvano a farci da spia?”

Antonio rise: “Ma P-P-Pietro, n-n-non lo s-s-sai? E-E-Enrico è d-don E-Enrico, un p-p-prete. C-con una m-m-mamma c-c-come q-q-quella, c-che a-altra c-c-carriera a-a-avrebbe p-p-potuto f-f-fare? E n-non hanno f-f-fatto a-a-altri f-f-figli. D-d-dubito c-che d-d-donna R-R-Rachele s-si s-sia p-più f-f-fatta t-t-toccare da S-S-Silvano: s-sai, s-s-sarebbe s-stato peccato mortale”. Peccato mortale gli uscì senza balbettio, come tutto ciò che era inerente alla sfera semantica della disperazione, della morte, della sfortuna.

“Hai pure ragione. E Luca? Ha figli?”

Altra risata: “N-no. P-p-penso c-che A-Anna ne v-volesse, m-ma n-non s-s-sono a-a-arrivati. Ho la s-s-sensazione c-che L-L-Luca n-non c-ci s-sappia m-m-molto f-f-fare, con la p-p-pratica: s-sai, è un m-m-matematico, uno di q-q-quelli t-t-teorici”.

Pietro guardò Antonio: certo, era il più sfortunato, era anche il più silenzioso, ma sembrava sapere tutto di tutti. Meglio stare in guardia, e non lasciarsi fuggire niente.

“D-d-d…d-d-dopo l’a-a-a-allenamento t-ti v-va u-u-una b-b-b…b-b-birra?” chiese Antonio, sferrando il suo attacco, anche se piuttosto debole e molto balbuziente.

“No, mi dispiace: devo finire una ringhiera. Puoi invitare Silvano”.

“M-m-macché” rispose deluso l’altro “L-l-lui v-va a c-cenare d-da L-L-Luca”.

Sopravvissuti

Non è semplice uscire dalla tana, guardare di nuovo il cielo azzurro, e riconoscere, infine, che si è sopravvissuti. Non è facile voltare le spalle al passato, a quello che sembrava essere l’unico mondo degno di essere vissuto. Nonostante la deflagrazione, nonostante il tornado, sei sopravvissuto, hai lasciato a terra compagni, hai visto quel limite avvicinarsi, talvolta hai pensato che forse avresti potuto valicare quel limite.

Strane creature, i sopravvissuti: sembrano vergognarsi di essere ancora là, di avere polmoni capaci di respirare, di sentire il calore del sangue fluire nelle vene, di toccare il mondo con mani tremanti e timide. Non accettano il fatto di esistere, mentre tanti altri sono stati avvolti dalla bruma del nulla. I sopravvissuti non si sentono degni di stare ritti in piedi, di camminare, di parlare. La loro voce è un sussurro che non vuole essere ascoltato, il loro passo non osa tramutarsi in danza, l’animo non vuole conoscere amore.

Eppure dovrebbero essere proprio i sopravvissuti ad avere una riserva senza fine di coraggio. Chi altri potrebbe gridare al mondo la gioia della vita? Hanno visto la morte, ne hanno percepito l’alito dolce, ma sono riusciti ad allontanarsene incolumi, magari spaventati, ma incolumi. L’aria è loro, la primavera, le melodie proibite, i piaceri sono tutti loro.

A volte i sopravvissuti non capiscono di potersi alzare e correre, di poter sorridere ancora una volta.

Non sembrava potesse essere possibile

 “Siamo costretti a interrompere la normale programmazione per una notizia appena battuta da un’unica agenzia. L’unica agenzia che sembra lavorare in questo momento, in realtà. Ci sono prove secondo le quali la luna sembra essere caduta sulla terra. L’equilibrio che per millenni ha tenuto sospeso il satellite sopra di noi, sembra essersi infranto. Ancora non è chiaro dove sia avvenuto l’impatto: se qualcuno avesse notato qualche cosa di strano, un terremoto o un maremoto o l’improvvisa comparsa di un enorme masso di origine non certa, è pregato di contattare i soccorsi, se ci riesce, o direttamente la nostra redazione, se ci vedete. Vi aggiorneremo non appena avremo delle novità”.

La notizia era stata battuta da un’agenzia conosciuta con il nome di DoM, vale a dire Deserts of the Moon, pressoché sconosciuta ai più, che aveva la sua sede in un qualche angolo perso in un deserto, dove, era evidente, la caduta della luna non aveva avuto un’influenza troppo negativa. La redazione del telegiornale era ubicata, invece, in una sorta di bunker, dove aveva posto la sua sede la rete di trasmissione True Reality. Nulla di strano: si trattava di una di quelle emittenti indipendenti che denunciava i complotti di varia entità e gravità a poche centinaia di affezionati spettatori. In effetti erano più le querele e le denunce ricevute rispetto agli spettatori, ma i redattori e gli autori dei programmi erano animati dalla convinzione di divulgare la verità in un mondo tessuto di menzogne.

Il pericolo del crollo della luna era già stato segnalato in altri programmi di True Reality, e anche da diversi anni. Ciò che aveva ottenuto era solamente una diffida da parte di una famosa e blasonata compagnia aereospaziale, sovvenzionata dallo stato. Secondo la teoria del noto astrofisico, nonché apprezzato astrologo, Suliman Fandonis, la luna rimaneva a distanza costante dalla terra per una serie di forze in equilibrio che, come dimostrato dalle mutevolezza delle maree, potevano variare a tal punto da mettere in pericolo la stabilità della luna stessa. Di conseguenza, questa avrebbe fatto un rovinoso capitombolo, termine tecnico, sulla terra stessa. L’impatto sarebbe stato terribile. Si consigliava, dunque, di vivere il più possibile rintanati in un bunker, scelta fatta dalla stessa True Reality, o in luoghi cosiddetti morbidi, come un deserto di sabbia, vedasi DoM.

“Aggiornamento dell’ultima ora. Per adesso ci ha chiamato solo uno spettatore, il quale sostiene di aver sentito una scossa di terremoto, ma è chiuso nel bunker da oltre un mese e non intende uscire per controllare. I nostri inviati ancora non ci danno segnali dal mondo di fuori. Temiamo, quindi, che il nostro appello sia passato inascoltato e che l’umanità tutta sia stata vittima della sua stessa cecità e prepotenza. Schiantandosi sulla superficie terrestre la luna ha punito gli increduli e i mentitori, gli empi e gli spergiuri. Sta a noi, True Reality, assieme con gli amici di Deserts of the Moon ripopolare la terra, diffondendo e rispettando la verità che ci ha permesso di non soccombere alla fine”.

Nel mondo al di fuori del bunker, in un salotto deserto, echeggiava la voce disperata di un presentatore che annunciava a un mondo deserto la caduta della luna. Ma non c’era nessuno che lo potesse ascoltare.

Alla ricerca dell’errore

Ho sempre avuto la convinzione che, quando qualcosa non riusciva ad andare per il verso giusto, tutto dipendesse da un errore. Bastava semplicemente individuare quel punto fallace, per risolvere la questione e raggiugnere l’obiettivo.

Questa teoria ha funzionato raramente.

In effetti, quasi tutte le mie convenzioni non hanno mai funzionato benissimo. Erano più che altro castelli stupendi privi di fondamenta: al primo assalto della vita, venivano rasi al suolo senza alcuna pietà. Non sempre me ne rendevo conto subito, poiché continuavo a visualizzare quella costruzione ormai divenuta irreale, e a pensare che continuasse a reggere bene.

Errore e duro lavoro erano le chiavi per il successo. Errore da risolvere con il duro lavoro, per essere più precisa. Piccolo problema: il duro lavoro non sempre viene ricompensato, e l’errore non è così facile da individuare.

Se solo riuscissi a capire dove si trovi questo maledetto errore, potrei ricostruire il castello. Magari, questa volta, con le fondamenta.

Ofis

I pescatori della costa sapevano di non potersi allontanare più di tanto dalla spiaggia, anche quando prendevano il largo. Era una legge imposta dall’Ordine con la scusa di voler evitare qualsiasi incidente in mare, di difendere, dunque, i propri cittadini. Tutti i navigatori conoscevano questo divieto, e lo rispettavano, poiché i pochi avventurieri che avevano cercato di superare il limite non erano più tornati dalle loro famiglie per raccontare che cosa avessero scoperto.

Il confine, in realtà, non era invisibile, ma era ben marcato nelle mappe del Regno: era un lungo serpente che correva parallelo alle coste, come un enorme mostro marino che riposasse appena più in là dell’orizzonte che si poteva ammirare dalla spiaggia. L’Ordine lo aveva chiamato Ofis. A vederlo sembrava un’enorme isolotto, lungo e stretto, dotato di colline scure. Quello che sulla mappa era segnato come una linea continua, nella realtà era frammezzato da aperture e sbocchi che permettessero al mare di entrare e defluire. Ogni porzione era comunque comunicanti grazie a dei tunnel subacquei progettati dagli ingegneri più abili del regno. Ofis era il centro tattico dell’armata voluta dall’Ordine.

Era proprio in quelle isole che venivano indirizzati gli sforzi psichici provenienti da Stileia, nonché le erbe più velenose e singolari coltivate a Blaste. Era qui che scienziati ed esperti si impegnavano per rendere ancora più potente e imbattibile l’Ordine, mettendo a punto difese che mai mente umana avrebbe concepito. Nel cuore delle isole avevano realizzato un alveare di stanze, celle, laboratori che venivano utilizzati per gli esperimenti o per nascondere aberrazioni ed errori che sarebbero stati dannosi per tutta la popolazione.

L’unico modo per accedere a queste strutture era dall’Isola Maggiore, che si trovava nelle fredde acque del Nord. Era l’unica che fosse visibile dalla costa, ma quelle terre erano disabitate, per cui la segretezza veniva garantita. Dall’Isola Maggiore si procedeva, poi, verso tutte le altre porzioni di Ofis grazie a tunnel e cunicoli. Niente era visibile dal mare per chi provenisse dall’entroterra, se non larghi fori, dai quali uscivano mortali fiamme pronte a ghermire quanti avessero disatteso la legge e, spinti dalla curiosità, avessero osato spingersi oltre il limite.

Sulla sponda opposta, invece, quella che si affacciava sulla monotona vastità dell’oceano, qualcosa si poteva vedere: una miriade di navi e imbarcazioni, alcune tanto enormi da poter ospitare due villaggi di pescatori, altre piccole, ma veloci come siluri. Ve ne erano anche altre, dall’aspetto esotico: se le prime, infatti, erano grigie, di metallo, dotate di armi e cannoni, queste erano fatte di legno, con vaste vele multicolori. Non erano navi dell’Ordine. Ofis era anche un porto: qui approdavano quelle misteriose barche, che provenivano da terre lontane, che non facevano parte della zona controllata dall’Ordine, cariche di ricchezze e prodotti sconosciuti alla popolazione e destinati esclusivamente alla Capitale.

Ofis era il bavaglio che impediva al Regno di parlare con il resto del mondo.

I Vecchi Compari – Pt. 6 La Strategia

Buona parte dell’allenamento pratico, o azione, come amava chiamarlo Silvano, era costituito da strategia: i Vecchi Compari si sforzavano di mettere in pratica quei complicati schemi ideati da Luca, che venivano esposti dallo stesso davanti a una bottiglia di birra. In verità, era molto difficile rendere reali quei viaggi fantasiosi poiché non sempre le bocce si trovavano nell’esatta posizione ordinata da Luca, e anche perché non sempre gli altri componenti della squadra si ricordavano gli schemi. Pietro era l’unico giustificato, essendo l’ultimo arrivato, ma con gli altri Luca perdeva le staffe.

“La Pinza! Era un’ottima occasione per provare lo schema Pinza, Silvy!” sbraitò Luca. Silvano aveva una vaga idea di quale fosse questo schema Pinza, ma di certo capiva perché Anna si fosse innamorata del pacato, rassicurante Luigino, che poteva vantare una sensuale voce da basso. Neppure lui aveva una voce malvagia, pensò Silvano, di certo meglio di quella di Luca, che spesso scadeva nel falsetto.

“A-a-anche t-t-tu s-s-sei s-s-stato abbandonato”. C’era stato un cambio di squadra: Pietro era con Antonio che sembrava essere interessato alla sua relazione con la moglie quasi quanto Silvano.

“No, se ne è andata all’inferno, il posto che le spetta”. La boccia di Pietro superò di gran lunga il pallino, finendo quasi a fine campo.

“Pierre, avanti, concentrati e modera quella forza da orso”. Silvano si chiese se non avesse sopravvalutato le capacità del nuovo arrivato. Aveva comunque notato che l’argomento moglie era un tasto particolarmente poco apprezzato da parte di Pietro. Tra gli Allegri Compari, in effetti, tutti si risentivano quando qualcuno si interessava del partner, Antonio compreso. L’unico che sembrava non avere segreti era Luigino, che parlava della moglie con affetto.

“Il fuoco l’ha divorata” sbottò Pietro, stupendo Antonio non solo con la frase, ma anche con un lancio perfetto, che scalzò la boccia di Luca, avvicinandosi al pallino.

“Bravo Pietro, la mossa della Locusta, perfetto! E sei con noi da solo una settimana!”

“A-A-anch’io n-n-non s-s-so d-d-dove s-s-sia A-A-A…A-A-A…” Antonio non era proprio in grado di pronunciare il nome del suo amato, che si era dileguato assieme al negozio e agli altri amici. E di amici ne aveva avuti molti Antonio, poiché il negozio I giochi di Dioniso aveva attirato molti clienti, fra tutti Luigino e Anna, che sembravano sentirsi in dovere di raccontare alcuni particolari della loro vita sentimentale. Antonio e Alvise sapevano i segreti di tutti, a parte quelli di Rachele, che non si avvicinava nemmeno alla vetrina. Solo una volta era entrata, all’apertura del negozio, armata di acquasantiera e ulivo, nel tentativo di scacciare il diavolo. Ma il diavolo era entrato, vestito in giacca e cravatta, promettendo successo e denaro, e lasciando solo terra bruciata e solitudine.

“Non pensarci Antonio” disse Pietro accompagnando le parole con un colpetto sulla spalla. Il colpetto in verità non era troppo forte, ma Antonio fece un saltello spaventato proprio mentre lanciava al boccia.

“Bravissimo, Antonio! Magistrale! La mossa della Cavalletta!” Luca era estasiato, e guardava Antonio come se fosse un eroe.

“Quattro ore passate, ragazzi” fece notare Silvano “Senti Luca” aggiunse “non è che posso cenare con te e Anna? Rachele è al gruppo di preghiera. Loro digiunano, ma non mi è ben chiaro il motivo”.

Il caffè e la cena. A Luca non dispiaceva Silvano, perché lo considerava un pio uomo di chiesa, ma avrebbe voluto passare la sera con la moglie, senza metterla sotto pressione. Sarebbe stato sgarbato, però, rifiutare la richiesta di un amico, e Anna non sembrava infastidita dalla presenza di Silvano.

“Certo, non ci metto nulla ad aggiungere un posto a tavola”.

Quel giorno, Antonio e Pietro avevano vinto, ma Silvano si sentì il vincitore di tutte le coppe del Gran Torneo delle Bocce e dei Bocciatori di tutte le epoche.

I Vecchi Compari – Pt. 5 L’allenamento

Il Gran Torneo di Bocce e Bocciatori era un evento straordinario: avete presente le Olimpiadi? Ecco, qualche cosa di simile, ma ancora più importante. Richiedeva anni di strenuo allenamento, passione sconfinata e abilità impareggiabile. I Vecchi Compari non avevano mai avuto il coraggio di parteciparvi, poiché incontrarsi tre volte alla settimana era del tutto insufficiente per poter anche solo sperare di essere presi in considerazione. Ma ora era tutta un’altra storia: da pensionati avevano tutto il tempo che volevano. L’unico a creare un po’ di problemi era Antonio, ma nessuno lo aveva mai preso in considerazione, se non le banche quando gli avevano pignorato ogni suo avere. Era arrivato il tempo della vittoria, e la dipartita di Luigino, per quanto dolorosa, non avrebbe interrotto questa gloriosa ascesa all’empireo della bocciofila.

Che l’allenamento avesse inizio, dunque!

Luca portò gli incontri settimanali da tre, numero che evidentemente era del tutto insufficiente, nonché iettatore, a sei, una più promettente cifra pari. Nessuno si lamentò: Pietro aveva già ridotto al minimo la sua attività di fabbro e si sentiva solo senza sua moglie, Silvano non tollerava più Rachele con le sue litanie riservate a pezzi di cadaveri, e Luca riteneva che ad Anna facesse bene avere i suoi spazi. Nessuno si chiese che cosa pensasse Antonio, ma quest’ultimo, in ogni caso, non proferì lamentela. Ogni sessione durava quattro ore, con una corroborante pausa di mezz’ora dopo le due ore iniziali.

Innanzitutto si procedeva al molleggiamento delle ginocchia, il che causò un bel po’ di scricchiolii e proteste da parte delle giunture provate dagli anni.

“Ragazzi, se volete ho un po’ di olio in officina” tuonò Pietro. C’è da dire che Pietro non emetteva un singolo cigolio, ma il suo trucco non era certo l’olio: alcuni anni prima era stato operato e ora poteva vantare due fantastiche ginocchia bioniche, indistruttibili. Luca valutò se non fosse il caso di sottoporre tutta la squadra alla medesima operazioni.

“Tre mesi di riposo, e sentite che silenzio proviene dalle mie ginocchia” gongolò Pietro. Tre mesi erano troppi. Niente operazione, concluse Luca a malincuore: magari le ginocchia nuove lo avrebbero reso più gradito ad Anna.

“Luca, smettiamola con questa buffonata, passiamo all’azione”.

Quel vecchio scarpone di Silvano voleva sempre passare all’azione: probabilmente le letture classiche su eroi e battaglie gli avevano offuscato un po’ la mente. Il dubbio che Silvano fosse un po’ strano era sorto anche a Luca, il giorno prima, quando l’amico si era auto-invitato per un caffè perché non aveva voglia di tornare nel reliquiario che era diventata la sua casa. Cosa strana, visto che, essendo un antiquario, avrebbe dovuto essere avvezzo agli oggetti antichi.

“S-s-scusate il r-r-ritardo, ora r-r-recupero. U-u-una follia il t-t-traffico!”.

Nessuno in realtà si era accorto della mancanza di Antonio, forse perché se ne stava sempre zitto, con lo sguardo fisso sulle poderose spalle di Pietro.

Ci pesò Silvano e rassicurarlo: “Non ti sei perso niente Anto, ora comincia l’azione”.

Si sfidarono due contro due: Pietro e Silvano, contro Luca e Antonio. Pietro si rivelò essere un giocatore leggermente migliore di Antonio, che sembrava un po’ distratto e incapace di allontanare le bocce avversarie dal pallino. Luca era un abile calcolatore, e valutando angoli e forza era un temibile avversario per Silvano e Pietro che, invece, si affidavano più all’intuito.

“Girano strane voci su tua moglie, eh Pierre!” Silvano era molto incuriosito dalla vita sentimentale del compare, soprattutto quando questa sembrava più miserabile della sua: era da mesi che la moglie Rachele non gli permetteva neppure di condividere lo stesso letto, per una qualche promessa fatta a un qualche santo. Ma in confronto all’abbandono del tetto coniugale, l’atteggiamento di sua moglie gli sembrava più che dignitoso.

“Andata”. Si limitò a dire Pietro, che odiava essere chiamato in francese, e, ancora di più, odiava ricordare la moglie.