Richiesta di spazio

Sai, è da un po’ che non mi dai lo spazio che mi merito: non mi fai più parlare, ti limiti a darmi da mangiare. Insomma, mi tratti come un pesce rosso qualunque, non come il padrone indiscusso di questo acquario.

Mi sento un po’ stupida a parlare con un pesce. Ricordi? Di solito i pesci sono muti. È come parlare con se stessi. Già sono strana, se poi scoprono che parlo con i pesci, sai quanti problemi potrei avere. Non è certo un hobby da inserire in un curriculum, no?

Magari i pesci tropicali sono muti, ma io parlo e mi so esprimere benissimo. Posso anche offenderti.

Lo so. In ogni caso, mi sembra di averti dato abbastanza spazio: sei anche in foto ora.

Non sono io quello. Io sono decisamente più affascinante, misterioso, grazioso. Quello ha un’aria da pesce lesso.

Era per proteggere la tua identità. Non vorrei che qualche squalo, o magari un gatto ti prenda di mira. I tuoi amici tropicali non muoverebbero una pinna se qualcuno tentasse di farti fuori.

Lo so, lo so, la mia è una posizione scomoda.

Perché mi hai disturbato, comunque?

Io non disturbo mai.

Credici. Perché hai fatto incursione?

Non mi ricordo…

Bugiardo!

Ah, giusto. Per riportarti con i piedi a terra.

E tu che ne sai di piedi?

Ho studiato. Dico solo di non illuderti. Non per te, ovvio. Voglio solo evitare un’altra infilata di testi depressivi e deprimenti. Sto cercando di liberarmi delle persone negative: non vorrei mai dover assoldare uno squalo per liberarmi pure di te. Non hai idea di quanto si facciano pagare gli squali.

Sempre una parola di conforto, tu, vero?

Sblurp. Lo sai che sono gentile.

Secondo me volevi solo far sentire la tua voce per manie di protagonismo.

Può essere. Sai che ho la memoria breve. Mi sono ritrovato qui, e non mi ricordo perché io sia qui.

Intelligente come uno squalo, insomma.

Non offendere, umana senza branchie.

Torna a giocare con il pesce palla, da bravo.

Spiritosa. Sblurp sblurp.

Spalla d’avorio

La mia storia è cominciata con il sangue e nel sangue la mia stirpe ha vissuto. In questa casa siamo vittime e carnefici, abbiamo ricevuto onori divini, ma espiamo colpe atroci. Non siamo innocenti, e allo stesso tempo siamo dannati. La nostra dannazione si consuma qui, sulla terra, e talvolta anche nel Tartaro.

La mia storia ha avuto inizio, in realtà, con un banchetto, in cui una dea un po’ distratta addentò la spalla di me fanciullo, fatto a pezzi dalle mani paterne per deridere gli dei. Non avrebbe dovuto commettere una simile empietà, gettando figli e nipoti in un baratro cruento. Il sangue che macchiò le dita di mio padre è lo stesso che vedo nelle mani di mio nipote, Agamennone, mentre immola su un altare ingannatore la giovane figlia. Stirpe reale ci chiamano, stirpe maledetta la chiamo io.

Venni risarcito dalla crudeltà umana e dalla sbadataggine divina con una spalla d’avorio, il simbolo supremo di regalità. Venni amato da un dio, ma l’inganno scorreva nelle mie vene e dall’Olimpo precipitai nuovamente su questa terra di compromessi e bugie. Divenni re, divenni traditore, divenni omicida. Ho vinto la mia amata e il regno in una gara di carri. Avrei dovuto perdere, ma anche i cavalli divini non possono vincere l’astuzia umana. La bella Ippodamia divenne mia, grazie a dei semplici perni di cera.

Ho pagato questo inganno. Ho pagato ancora di più la mia gelosia e l’omicidio del giovane auriga, il figlio di Hermes. Nell’acqua il padre, il messaggero alato, non poteva recargli soccorso. Nell’acqua, l’elemento del dio che mi fece conoscere le alte vette della casa degli dei, io annegai il mio alleato, Mirtilo. Non avrebbe dovuto parlare quello stolto, eppure parlò, e maledisse una stirpe che era già maledetta. Gli dei non dimenticano, non perdonano.

Divenni ricco, divenni potente, ma a che prezzo. Tieste, mio figlio, divenne simile a Cronos a causa dell’inganno ordito dal fratello, Atreo, e consumò le carni dei propri figli. La punizione di Atreo arriverà, per mano di colui che aveva allevato come un figlio. E anche il successore, Agamennone, seguirà la lunga fila dei suoi antenati, trafitto come un animale sacrificale dall’ira di una moglie che vendica la figlia.

Ci chiamano re. Abbiamo discendenti e avi divini. Eppure ho invidiato il più oscuro dei contadini.

Alla ricerca del tesoro – Parte seconda e ultima (con grande sollievo di Louis)

L’inizio del viaggio si presenta come una passeggiata: Louis si limita a camminare, assecondando il terreno, attento a non mettere il piede in fallo. In realtà due o tre volte ruzzola poco elegantemente, ma questi piccoli incidenti possono essere considerati come un’accelerazione per il raggiungimento dell’agognata e temuta meta. Niente pirati: il mare è lontano

E niente briganti. La ricerca del tesoro procede senza che si palesino i nemici tipici dell’eroe. Louis non se ne lamenta. In realtà non si era neppure posto il problema di nemici: viaggia disarmato, perché quel monte è così scosceso da aver tenuto lontani malavitosi e bestie feroci.

Arriva al fiume da guadare: il saggio lo aveva descritto come un enorme serpente, con la forza di mille caproni, dalle acque gelide come l’inverno più rigido. Probabilmente aveva affrontato il viaggio in una stagione poco favorevole: Louis ha avuto l’accortezza, o la fortuna, di partire in estate, quando ormai il fiume e poco più di un rigagnolo. Lo oltrepassa e prosegue il suo cammino fino la molo e alla strada. Il molo si rivela essere una piattaforma di legno marcito sospeso nel letto secco del fiume La strada è invece poco più di un sentiero, che a volte dimentica la sua funzione e si confonde con il prato circostante. Da bravo ragazzo, Louis lo segue, sempre senza essere assalito da predoni o da ladri. Non incontra anima viva.

Dopo un altro giorno di viaggio, finalmente scorge le mura della città. Si nasconde in un boschetto e si cambia i vestiti logori. Non che si fossero consumati durante il viaggio: erano logori anche prima di partire. Indossa delle vesti nuove, che il saggio gli aveva assicurato essere all’ultimo grido in città. Come conoscesse la moda della città nonostante non si fosse mosso da anni dal villaggio, resta un mistero, ma di sicuro rientra fra le capacità che gli hanno fruttato il titolo di saggio.

Sorridente e ben vestito, Louis fa la sua entrata trionfante: ha raggiunto la X della sua mappa. Ora basta convincere una ragazza a seguirlo. Rimane però deluso: la città non è immensa come aveva descritto il saggio, ma era poco più vasta del villaggio stesso. Almeno su una cosa aveva ragione, però, la sua guida: c’erano molto più giovani, e, mirabile a vedersi, pure ragazzi e bambini. Vagando per le vie Louis pensa persino di scorgere un neonato in fasce. Ma non è venuto per visitare il mondo, è venuto a prendere moglie.

Entrato in un locale, scopre che effettivamente i suoi vestiti erano all’ultimo grido, nel senso che suscitano irrefrenabili e violenti scoppi di risate fra gli avventori della locanda. E non solo nella prima in cui ha messo piede, ma anche nella seconda, e nella terza, e pure nella decima, dove si ferma un po’ spaesato. Il povero Louis non si accorge che i giovanotti non portano un panciotto arancione su una camicia ricamata a fiori multicolori. Non nota che le giacche, in città, hanno colori scuri, al contrario della sua che sembra urlare il fatto di essere rossa come una fragola. E gli zoccoli in città non sono apprezzati, anche se intarsiati. Per fortuna si era dimenticato a casa il cappello, come gli farà notare il padre una volta tornato.

“Cosa vuoi giovanotto? Idromele? Vino? Birra?”

La locandiera non fa il caso suo: il saggio gli aveva suggerito di starsene lontano. Cosa strana, visto che se ne era sposato una.

“Latte di capra, grazie”

La locandiera ride con agli avventori dei tavoli vicini. Louis non capisce cosa ci sia di tanto comico nel latte di capra. È certo solo del proprio imbarazzo.

“Da dove vieni? Di certo sei uno straniero”.

A parlare è stata una voce dolce come il miele, che proviene da morbide labbra rosate, poggiate come farfalle su un candido viso. Louis si innamora a prima vista di quella ragazza. In realtà non era una bellezza, ma era la prima giovane che Louis avesse mai visto. Peccato per l’energumeno seduto accanto, il promesso sposo della fata.

“Da monte”.

Subito si intromette la locandiera: “Come sta Irma? È partito con quel tipo strano: d’altronde solo uno come lui poteva sposare Irma”.

Si dà il caso che Irma sia la madre di Louis, ma Louis non conosce il nome della madre: niente nel villaggio ha un nome, neppure il villaggio stesso. Tutti si riconoscono a seconda della funzione che hanno. Solo Louis manteneva il suo nome, poiché la sua funzione era ancora da scoprire.

“Non costà alcuna Irma da Lei favellata, madama, mi rincresce assai. Giunsi in codesto inclito borgo per conoscer madamigella da recare meco colà”

Non che Louis parlasse sempre in questa buffa maniera: rientrava nelle curiose lezioni di corteggiamento della locandiera sua conoscente.

“So io cosa stai cercando, giovanotto, una come Irma. Gasparre, porta questo capraio dalla figlia di Peter: si piaceranno”.

L’energumeno si alza, prende per una spalla il povero, atterrito Louis, e lo trascina per tutta la città, accompagnati da risate e urla di scherno. I vestiti erano proprio all’ultimo grido, pensa Louis. Viene poi gettato dentro a una casupola, dove riceve una poco galante e femminea pedata.

“Chi sei tu?”

Ora, la donna che si parava avanti non può certo competere con la ragazza della locanda, ma Louis non se ne lamenta: nessuna donna al villaggio è neppure lontanamente bella come il suo primo amore.

“Sono Louis, vengo costà a prendere moglie…”

“Padre, madre, accorrete. Sono sposata, qualcuno mi vuole in sposare!”

Non solo il padre e la madre, ma anche tutto il vicinato e gran parte della città accorrono agli schiamazzi della non più giovane e mai avvenente ragazza, la quale ha agguantato Louis stampandogli un bacio in volto. Louis non reagisce.

“Ecco il borsone”. È Peter in persona ad aver parlato. È evidente che non veda l’ora di allontanare l’ingombrante ragazza. Il padre della futura moglie squadra i multicolori abiti di Louis e borbotta: “Ottimo. Buon viaggio e auguri. Non invitateci alle nozze”.

Louis non uscirà mai più dal villaggio e sua moglie troverà impiego nella locanda “Da Irma”. Il tesoro gli darà tre figli, famosi non per la loro avvenenza, e tante chiacchere. Sarà conosciuto come il matto del villaggio.

Alla ricerca di un tesoro – Parte prima

Ogni storia di ricerca di un tesoro che si rispetti richiede la presenza di una mappa, più o meno chiara, che indichi dove il tesoro in questione sia ubicato, e magari, anche le modalità con cui riscattarlo. Prevede anche un personaggio, magari il protagonista, abbastanza intelligente o pazzo da riuscire a decifrare i suggerimenti di detta mappa, conquistando, in tal modo, una ricchezza inimmaginabile. Sono le regole basilari, conosciute anche da un bambino.

Purtroppo in questa storia non c’è una mappa, e neppure un personaggio scaltro. Il nostro Louis è un giovane uomo, piuttosto nella media: non eccelle per valore fisico o per tempra morale, non è un mostro, ma neppure un angelo. Di certo Louis non ha la minima intenzione di intraprendere un viaggio per conquistare una promessa fortuna. E allora perché mai si sta arrovellando il cervello nel preparare la sacca adatta a un viaggio di pochi giorni?

La risposta è abbastanza semplice: perché è stato costretto. La sua mappa sono le parole del saggio del villaggio, l’unico che fosse mai uscito dal villaggio. Vedete, la casa di Louis si trova inerpicata su un lato di un grande monte. A vederlo da lontano questo insieme di casupole ha tutto l’aspetto di un masso, e nessuno mai si sognerebbe di affrontare una salita così perigliosa per raggiungere dei semplici caprai. Così come nessun abitante sarebbe così stolto da intraprendere una discesa assassina per incontrare altri esseri viventi. Quel villaggio era pienamente autosufficiente: produceva il necessario per la sopravvivenza, vi erano fabbri e carpentieri, un contadino, un pastore, qualche tessitore. E poi sarti, un saltimbanco, un sorta di santone per l’anima, tre locande con tre locandiere per il corpo, un medico, che è sempre utile, cinque avvocati per litigi e baruffe, un becchino. Le poche decisioni che dovevano essere prese per far procedere il villaggio erano concordate dalla comunità intera. Democrazia diretta era la definizione data dal saggio.

Già. Allora perché Louis parte? Anche questo è evidente, basta guardare gli abitanti del villaggio. Sono tutti vecchi. Prendiamo uno dei due fabbri: ormai non ha più la forza di sollevare un martello. Senza parlare del secondo fabbro: il calore del fuoco sembra aver causato l’evaporazione dei suoi pensieri, tanto che talvolta dimentica di temprare una falce o si scorda la tecnica per costruire una ringhiera. D’altro canto al becchino servirà ben presto un aiutante, che seppellisca le sue povere membra. Il santone si aggira per le strade prospettando la loro estinzione: nei primi momenti tuonava, ma dopo anni di minacce la sua voce si è fatta un pigolio. Anche le locandiere hanno perso il loro bell’aspetto florido, e sono diventate delle vecchie megere.

Louis deve partire perché è il più giovane. Il tesoro che deve conquistare e riportare in patria è una bella ragazzotta in età da marito, pronta a offrire pargoli al villaggio anonimo. Così era stato fatto dal saggio del villaggio che, per inciso, oltre a essere la mappa vocale del recalcitrante avventuriero, ne è anche il padre.

La mappa tratteggiata dal saggio è piuttosto semplice: andare in discesa fino al fiume, evitando la mortale rottura dell’osso del collo, guadare il fiume, senza annegarci preferibilmente, seguirne il corso fino a un molo in abbandono, del tutto inutile, se non per il fatto che dal molo si dipana una strada. Arrivato a questo punto, Louis non deve far altro se non seguire la strada fino a trovare la prima città utile, la X della mappa del tesoro. Per sua fortuna non avrebbe dovuto scavare; per suo sfortuna, avrebbe dovuto conquistare il cuore di una donzella. Di donzelle Louis conosceva solo le locandiere: delle tre, una era sua madre, quindi è da escludere dal novero, delle altre due solo una aveva sui cinquant’anni, la terza navigava ormai sulle acque dell’ottantina. Era stata la più giovane a insegnare a Louis l’arte del corteggiamento, nella teoria e nella pratica. Louis tremava ancora per l’orrore, la locandiere tremava ancora dal ridere.

Comunque l’ora è arrivata. Louis deve partire.

I Vecchi Compari – Pt. 4 Antonio, l’anonimo fallito

Avrebbero partecipato al Gran Torneo di Bocce e Bocciatori, senza Luigino, con un tipo grande e grosso che non aveva mai messo mano alle bocce prima del corso intensivo di Silvano. Era la fine, pensò Antonio, la rovina, un’altra macchia da ascrivere alla lista dei suoi fallimenti personali. Ed erano molti, ve lo garantisco. Sentiva già il panico che saliva al volto come vampate, la pancia che si svuotava, la testa che si riempiva di un ronzio. Era la rovina. Tutta la bocciofila avrebbe riso di loro. Quattro ultra sessantenni incapaci di vincere una partita di bocce. Sarebbe stata una vergogna, una presa in giro.

“M-ma P-P-Pietro n-non è p-p-pronto, v-vero S-S-Silvano? È una follia!”. Di solito follia, pazzia, rovina, fallimento erano parole che sfuggivano al balbettio nevrotico di Antonio.

“Io sono il capo del gruppo, e io decido. Gareggeremo in quattro. Silvano ha detto che Pietro non se la cava male. Da domani ci alleneremo, e il mese prossimo faremo tacere quei bifolchi di Vecchie Dentiere, quei cafoni di Birilli Traballanti, quei rodomonte di Bocce del Conte. Non temere Antonio. E cerca di trovare tempo per giocare”.

Di tempo Antonio non ne aveva molto, perché continuava a lavorare nell’archivio del paese, mentre tutti gli altri, con l’eccezione di Pietro, erano già in pensione. In realtà Antonio non avrebbe mai avuto una pensione, perché i suoi debiti superavano di gran lunga il conto corrente di tutti i suoi compagni messi insieme. Era stato truffato, raggirato e infine abbandonato. La truffa e il raggiro avevano interessato l’ambito del lavoro, cioè il suo negozio I giochi di Dioniso, l’abbandono era riferito, invece, alla sua vita amorosa, e quindi al suo unico grande amore, Alvise. Non era un genio delle bocce, ma non era neppure un disastro, però Luca lo apprezzava per il suo disinteresse nei confronti delle donne.

Antonio aveva fatto la sua comparsa nel gruppo Vecchi Compari una ventina d’anni prima, quando il suo predecessore, Giovanni, se ne era andato per motivi che non erano molto chiari. Da quanto aveva capito, Luca aveva litigato pesantemente con Giovanni, che non si era più fatto vedere al bocciodromo. Anche Luigino non ne parlava molto bene, ma secondo Silvano non era una cattivo giocatore, era solo diventato un po’ distratto dopo la morte della moglie. La scelta di Antonio era dipesa da Silvano, suo vecchio amico: sosteneva che avesse bisogno di pensare ad altro, e il gioco delle bocce si dimostrò un’ottima distrazione, in effetti. Si rivelò essere una buona distrazione dopo lo scandalo del suo fallimento e la fuga del suo amato.

Perdere la gara, il Gran Torneo di Bocce e Bocciatori, avrebbe comportato sicuramente lo scioglimento del gruppo, e lui sarebbe rimasto ancora solo. Di nuovo solo. Ma gli ordini di Luca non potevano essere disattesi, per cui ripiombò nel silenzio, come sempre. Guardò Pietro: almeno non era male.

I Vecchi Compari – Pt. 3 Luca, il mago dei numeri

A capo di quel ristretto gruppo di non proprio giovani promesse del gioco delle bocce vi era Luca, il matematico incallito, la mente calcolatrice, uno dei giocatori più apprezzati, e non solo per la sua abilità sportiva. Si dava il caso che Luca fosse sposato con donna Anna, Anna la bella, Anna la conquistatrice. Gli epiteti che contraddistinguevano la signora non erano mai volgari, perché, fin da giovane età, Anna si era contraddistinta per la sua innata sensualità. Sembrava che per lei conquistare uomini fosse uno sport migliore delle bocce stesse. La sua non era una bellezza aggressiva, non era di quelle donne che fanno voltare il capo. Era semplicemente la donna che tutti avrebbero voluto avere al proprio fianco: ironica, colta, con un sorriso che avrebbe smosso l’animo anche del più serafico santo. E quando cantava, avresti detto che gli angeli stessi del paradiso fossero scesi in terra. Un tantino esagerato, direte voi: eppure, provate a chiedere a Luca, o a Silvano. Anche Luigino, se potesse, vi racconterebbe dell’ineffabile bellezza di Anna. In effetti Luigino si dilungherebbe anche su qualche cosa d’altro, ma è meglio non indagare in questa sede. In ogni caso, gli anni non sembravano aver scalfito quel fascino, e Anna rimaneva una delle donne più desiderate e più sognate del paese.

Eppure, c’era qualcuno che proprio non sopportava Anna: erano le comari, quelle arcigne mogli che non sembravano mai essere state sfiorate dalla gioventù. Luca veniva considerato una sorta di zerbino, uno schiavo della moglie mangiatrice di uomini, anzi di mariti, i loro. Non abbiate mai l’ardire di nominare Anna davanti alla vedova di Luigino, a meno che non vogliate vedere un’arpia in carne e ossa: qualora abbiate l’ardire di fare una cosa così insensata, scappate, prima che vi cavi gli occhi.

In ogni caso, era Luca ad avere la fortuna di godere della bellezza e della arguzia di Anna. Non Luigino, che prima della dipartita poteva sperare di passare con la bella poche ore al mese, e neppure Silvano, che su Anna non aveva ancora posato un dito. Non sembrava neppure dispiaciuto del fatto che Luigino fosse stato trovato morto, a casa sua, sulla sua alcova, più svestito che vestito, in compagnia della sua mogliettina. In realtà non disse nessuna parola a riguardo. Muto, come il pesce che nuotava oziosamente nel suo salotto. Chissà di che cosa era stato testimone quel pesce! In ogni caso, Luca si presentò al funerale di Luigino, con affianco un’affranta moglie, pianse le lacrime necessarie per onorare un amico e un compagno, gettando, quindi, una tanica di benzina sul fuoco delle malelingue.

Anna a parte, Luca era anche conosciuto per la sua abilità con i numeri. In effetti, era laureato in matematica e insegnava la stessa materia nel liceo della vicina città. Questa sua passione tendeva, però, a sfociare nell’ossessione: i numeri avevano un significato preciso per Luca, la loro disposizione, la loro presenza avevano delle conseguenze. I numeri dispari o, peggio ancora, i numeri primi erano per lui intollerabili.

Tre aveva tutte le caratteristiche di un numero intollerabile, per cui bisognava portare la squadra al numero quattro o al due. Quest’ultima ipotesi non gli sarebbe dispiaciuto, soprattutto se avrebbe comportato l’allontanamento di Silvano. Ma non se la sentiva di fare squadra con l’altro membro dei Vecchi Compari, e Silvano era troppo abile per rinunciarvi. Si sarebbe limitato a tenerlo lontano da casa sua.

Pietro, Pietro era perfetto. Lo capì subito dal non proprio sottile ricatto con cui il fabbro lo aveva indotto ad accoglierlo in squadra. Inoltre, gli piacevano molto le voci sulla fuga della moglie di Pietro: non gli sembrava un pericolo per la sua vita coniugale. Magari avrebbe potuto anche invitarlo per un caffè. In realtà era un pensiero del tutto peregrino: nelle successive settimane non lo invitò mai, la prudenza non era mai troppa, soprattutto in un periodo così delicato per Anna.

Come capo dei Vecchi Compari, impose Pietro a Silvano e iscrisse il gruppo al prestigioso Gran Torneo di Bocce e Bocciatori del paese.

Nell’antro del poeta

Elena era così eccitata. Fin troppo, pensò Marco, che continuava a guardare con sospetto il luccichio negli occhi della sua fidanzata. Peccato che quell’emozione non fosse stata causata da Marco, ma da un altro uomo. Il che rendeva ancora più uggioso l’umore già contrariato di Marco. Partecipare alla presentazione di un libro era già una dura prova per Marco, che non considerava la lettura un’attività in cui perdere troppo tempo. A quanto pareva, però, quel bell’imbusto di poeta sortiva un effetto del tutto diverso sulla sua ragazza, che sembrava aver raggiunto l’Eden. Se ne stava lì a contemplare…come si chiamava quel tipo?

Arturo Verboni presenta la sua ultima fatica letteraria “L’antro del poeta”

Giusto, Verboni: Marco non poteva certo far finta di non conoscere il nome del protagonista, dal momento che grandi striscioni ricordavano continuamento all’uditorio il tema della serata. L’ego dell’autore doveva essere spropositato, pensò il ragazzo mentre sfogliava distratto il libro oggetto della presentazione. Per lo più le pagine erano bianche, con poche righe che risplendevano sulla carta di prima qualità. Perché spendere soldi per così poco? Era la domanda che tormentava Marco da quando aveva regalo quella raccolta di poesie a Elena.

“La mia poetica è tipicamente e puramente leopardiana, più che pascoliana. Metricamente parlando, prediligo il verso illimitato, che trascende la metrica stessa…”

Invidiò Elena: sembrava immersa nella parlantina di Verboni, mentre lui, Marco, non poteva fare a meno di pensare che quelle parole fossero senza senso. Non ci stava capendo nulla.

“L’Io si immerge, sprofonda nelle acque di Lete, per assurgere immanentemente alle alte vette dell’Es…”

No, decisamente quel poeta non faceva per lui. Eppure Elena non l’aveva mai guardato con gli stessi occhi con cui scrutava Arturo Verboni. Provò una fitta di gelosia.

“E per chi, fra di voi, lo desiderasse, sarei onorato a passare una leggiadra serata a sorseggiare dalla coppa di Calliope. E anche da quella di Dioniso, perché no”.

Elena si alzò senza degnare di uno sguardo Marco, e si riservò un posto per l’aperitivo poetico. Come se si fosse ricordata improvvisamente di qualcosa, trasalì e aggiunse in fretta anche il nome del fidanzato.

“Ho preso un posto per entrambi, così possiamo approfondire la conoscenza di Arturo, che dici?”

E da quando chiamava quel poeta mezzo matto per nome?

“Perfetto Elena, non vedo l’ora. Quanto pensi durerà?”

“Oh, il più possibile. Ho conosciuto Arturo a lezione di metrica: è una persona stupenda”.

Ecco perché lo conosceva per nome, lo aveva già conosciuto. Un crampo torse le viscere di Marco. E dal saluto che Verboni riservò a Elena, Marco ipotizzò che anche il bel poeta si ricordasse della sua ragazza.

“Miss Elena, che piacere vederti anche qui. Ci delizi con la tua presenza nel nostro antro del poeta? Vieni, ti ho designato un posto d’onore, mia musa”.

Musa? Musa di chi? Marco fece per seguirli, ma Verboni lo gelò con uno sguardo.

“L’antro del poeta è al completo, mi spiace”.

Verboni misi un braccio sulle spalle di Elena, e assieme entrarono nella stanza del locale riservata alle muse e ai fauni del poeta.

Marco maledisse tutta la stirpe di poeti e insegnanti di metrica.

Veleno

Sentiva le vene colme di liquido mortifero, non di sangue, non di vita. È la rabbia che trabocca, come se si trovasse in un vaso troppo stretto, dal collo che diventa sempre più sottile. Il veleno è stato iniettato, dapprima in piccole quantità, come a emulare Mitridate, e poi in dosi sempre più massicce. Finché non era diventato lui stesso veleno. E Miso si sentiva colmo di energie, certo, ma di energie distruttive. Una belva stava premendo contro il suo petto, tanto da fargli male le costole: anelava a uscire, a passeggiare per il mondo indifeso e inconsapevole. Voleva scorrazzare liberamente, spargendo in ogni angolo il suo venefico odio. Perché quel veleno aveva un nome, odio, e aveva anche una compagna, delusione. Una coppia mortale. Miso sapeva che se non avesse lasciato straripare tutto quel veleno, si sarebbe corroso, diventando un’ombra colma di rancore.

L’ombra faceva paura a Miso, che cercava di fuggirla in ogni modo. Forse perché gli ricordava quel grumo oscuro che dimorava nel proprio petto. Per cui scelse il sole, scelse di lasciare libertà alla serpe affamata che chiedeva a gran voce di affondare le sue zanne su vittime e carnefici. Non voleva uccidere, Miso, voleva solo che anche altri sentissero la sua stessa rabbia, il suo sconforto. Sperava anche di diminuire quel veleno, che era stato causa di una solitudine irreversibile. Miso si mise, quindi, a viaggiare, a conoscere gente e persone, a contaminare, a sbranare.

Iniziò timidamente. Scoprì ben presto che il veleno è molto più dolce e più allettante di una coppa di sidro. Cominciò con una ragazza Ablabia, e fu fin troppo semplice. Questa sembrava fidarsi di tutti, se ne andava in giro con quegli occhi chiari, colmi di semplicità e di curiosità, nella convinzione che tutto il resto del mondo fosse innocente come lo era lei. Ma Miso le fece vedere, le aprì gli occhi, che si fecero più torbidi, più scuri. Ablabia si chinò alla nuova verità, guardò il cuore di Miso, ne intravvide la belva. Ed ebbe paura. Fuggì, ma non andò troppo lontano, limitandosi a seguire da lontano la furia distruttrice di Miso.

Toccò poi a Olbo, un ragazzotto dall’aria perennemente eccitata, con il sorriso sempre stampato sulle labbra. Salutò Miso con un tono di voce troppo alto e inizialmente sembrò avere la meglio sulla tenace ira di Miso. Fu solo un attimo. A poco a poco il sorriso si fece più stirato, e la voce calò in un sussurro roco. L’atmosfera attorno a Olbo divenne meno tersa, meno splendente. Il ragazzo non ne venne spaventato: forse era consapevole fin da subito che il veleno avrebbe infettato prima o poi anche il suo corpo atletico. O forse neppure si era reso conto di ciò che stava succedendo.

Infine Miso cercò di intaccare anche Agape, una donna dalle dolce sembianze. Anche Agape era irrequieta, cercava, cercava, ma non riusciva mai a raggiungere la sua meta, non si sentiva mai del tutto soddisfatta. Aveva la scomoda capacità di vedere sempre il difetto, di scorgere sempre la pecca, la mancanza, l’incompletezza. In Miso trovò la perfezione. Quel veleno così puro, quelle stille corrosive erano per lei balsamo e nettare. Agape stava cercando una risposta e finalmente la trovò in Miso, in quell’uomo oscuro dalla faccia contratta in un ghigno, come una maschera di teatro. Agape gli strappò la maschera e diede una risposta alla tacita, disperata domanda di Miso.

Il trapasso

Homer Wells, ascoltando Big Dot Taft, si sentiva simile alla sua voce: intontito. Wally era via, Candy era via, e l’anatomia del coniglio non era, dopo Clara, impegnativa; i migranti, da lui tanto attesi, erano semplicemente gente che lavora sodo; la vita era solo fatica. Lui era cresciuto senza accorgersi del trapasso, dunque? Non c’era nulla di notevole, in tale trapasso?

Da Le regole della casa del sidro, John Irving

Arcadia

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In questo mondo mi sento affondare, il terreno perde consistenza sotto i piedi, il cielo si allontana, il suolo si chiude in una morsa umida che smorza il respiro. In Arcadia questo movimento di discesa rimane sconosciuto, appartiene a una realtà lontana, al mondo delle leggi fisiche e della gravità.

Arcadia è il cielo infinito, solcato da una nave che si destreggia tra stelle e pianeti, tra meteore e comete. Arcadia è aria rarefatta, è vento e brezza, è sogno che si cristallizza in leggere nubi. Arcadia è cristallo che si infrange con uno sciabordio lieve, è acqua che culla il vagabondo e lenisce il ferito.

Tutto è possibile: grazie ad ali di arcobaleno il cielo dischiude i suoi arcani, senza il timore della vicinanza al sole. Pinne e branchie permettono di esplorare la pace ovattata del regno marino. Puoi essere leone o gazzella, aquila o delfino. Puoi ridere e gioire, senza paura di sguardi colmi d’invidia e traboccanti di giudizi.

Ad Arcadia puoi anche piangere, se ti va. Nessuno richiede il sorriso da rivista, nessuno pretende una testa china, ma sempre disponibile e preparata. Ad Arcadia non c’è fallimento, non ci sono cadute. Arcadia non conosce gravità.