Stileia

Strano era lo spettacolo che un immaginario viaggiatore avrebbe potuto vedere a Stileia. Questo avventuriero avrebbe dovuto percorrere tutto l’entroterra del regno, passare per il deserto infuocato e per le zone d’ombra, per poi affrettarsi in vaste praterie disabitate che l’Ordine non aveva ancora adibito a una funzione. Meglio non soffermarsi in questi territori, poiché erano diventati la dimora di animali selvatici e di uomini inselvatichiti dalla paura e dalla solitudine. L’ultimo ostacolo era un vasto fiume che lambiva il confine invalicabile, in mezzo al quale si trovava un’isola. E quest’isola si chiamava Stileia.

A vederla da lontano sembrava coperta da un fitto bosco di alberi senza rami e senza foglie, ritti e distanziati con geometrica cura. Non era un prodotto del caso quello, ma di una mano e di una mente. Stileia era, infatti, l’isola delle mille colonne. Si diceva che la prima colonna fosse stata eretta da un saggio eremita, stanco di viaggiare per un mondo in continua mutazione sempre più sordo alle sue parole. Il vecchio si era quindi isolato fisicamente dalla terra e si era inerpicato sulla sua solitaria colonna, nutrito dalla carità dei vicini popoli. Ma era una leggenda di un tempo lontano, quando ancora le praterie erano costellate da villaggi, quando un uomo era libero di spostarsi e di decidere di trascorrere il resto della sua vita su una colonna.

Nessuno sapeva se fosse vera quella storia. Di certo, tra le mappe volute dall’ordine quell’isola aveva un nome e pure degli abitanti. Alla colonna iniziale, infatti, se ne aggiunsero altre. Al primo saggio, ne seguitavano nuovi. Se il precursore era un volontario, lo stesso, però, non si poteva dire dei suoi successori. I saggi arrivavano su mezzi dell’Ordine, scortati da una guardia che portava il volto nascosto da un passamontagna. I prescelti venivano poi assisi su una delle colonne che si erano liberate, o su una colonna nuova realizzata per l’occasione. Nella stessa occasione venivano portati i pochi viveri che quei vecchi richiedevano.

Il via vai di macchine era molto più sostenuto di quanto si penserebbe. A quanto pareva vivere a Stileia non era garanzia di una lunga vita. E a guardare gli anziani abitanti che se ne stavano seduti al posto dei capitelli se ne capiva il motivo: erano pallidi, sottili, come se venissero consumati da un qualche immane sforzo. Con gli occhi chiusi corrugavano la fronte, mentre gli angoli della bocca si piegavano tremando. Alla fine, uno a uno, come frutti troppo maturi crollavano a terra.

Erano i saggi pensatori, scelti tra tutti gli anziani per la loro innata forza psichica. Là, sulle colonne, convogliavano il loro sforzo per fini che solo l’Ordine conosceva. E forse neppure l’Ordine stesso era completamente cosciente di ciò che stava facendo. Sfruttando l’energia di quegli uomini, prosciugandoli dalla loro forza vitale, l’Ordine tentava di creare una protezione per il proprio regno che mai era stata realizzata. L’impossibile stava diventando possibile con quell’esperimento e con il sacrificio di vittime senza nome.

Stileia era un’arma in potenza. Una terribile arma che avrebbe annientato qualsiasi ribellione.

I Vecchi Compari – Pt. 2 Silvano, il collezionista

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 L’arrivo di Pietro non venne accolto calorosamente dall’altra metà della squadra. La faccia contrariata di Silvano la diceva lunga su quanto poco gli stesse simpatico Pietro. Innanzitutto, gli sembrava un oltraggio a Luigino trovare già un sostituto: era stato amico del compianto, suo compare fin dall’infanzia, e aveva condiviso con lui numerose passioni. In secondo luogo, era stanco della fissazione per i numeri di Luca. Una squadra di bocce a tre era del tutto onorevole, e un quarto giocatore poteva essere considerato superfluo. Quando venne a sapere che Pietro non aveva la minima idea delle regole delle bocce, la sua perplessità si trasformò in rabbia. E non vi dico cosa successe quando Luca gli annunciò che sarebbe stato lui, Silvano, a spiegare al nuovo arrivato le basi del gioco. Luca doveva portare la moglie Anna dallo psicoanalista poiché sembrava essere caduta in uno stato di depressione catatonico. I nervi, spiegava Luca. Luigino, pensava Silvano. Ed era sicuro che neppure Luca credeva alla storia dei nervi. Silvano aveva la soluzione, ma ancora una volta temeva che la morte dell’amico fosse troppo recente. Magari in qualche mese avrebbe risolto il problema di Anna, e pure il suo, visto l’atteggiamento di ostilità della sua adorata consorte Rachele, dolce come un’arpia e silenziosa come una bertuccia.

“La palla più piccola si chiama pallino. Noi dobbiamo far avvicinare le nostre bocce al pallino o allontanare le bocce degli avversari dallo stesso. Chi va più vicino vince un punto. Se anche la seconda boccia più vicina al pallino è della stessa squadra, viene assegnato un altro punto. Vince chi arriva prima a 12. Chiaro? Ora proviamo”

Ovviamente Silvano immaginava già il fallimento di Pietro. Ci vuole tecnica, non è solo un semplice lancio di una pallina. Richiede concentrazione, coordinazione, molleggiamento di gambe e una forza ben calibrata. Silvano era il più bravo, non c’era storia. I suoi tiri erano impeccabili, riusciva a scalzare le bocce avversarie e contemporaneamente avvicinarsi all’agognata meta. Era un talento, la sua mira era così infallibile da essere diventata una leggenda al Bocciodromo del Paese. E con Luigino era la coppia perfetta.

In realtà Silvano era conosciuto più che per la sua mira, per la sua passione: il collezionismo. Da amante del mondo antico, che cosa poteva mai collezionare? Forse libri antichi, qualche cinquecentina, delle aldine magari, certamente non papiri, troppo rari. E invece, nulla di tutto questo. Silvano collezionava reliquie, pezzi di venerabili appartenuti a santi corpi. Macabro, pensava Luca. Curioso, sostenne Pietro facendo un passo indietro. Folle, vociferavano gli avversari. Di certo, però, questa collezione ben si addiceva al fervente spirito religioso della moglie Rachele, che poteva vantare, con le sue compagne di bancone in Chiesa, di potersi appellare alle più preziose reliquie dei più santi fra i santi direttamente a casa. Una possibilità che era molto invidiata dalle altre comari.

Ma torniamo allo spiazzo dietro il bar dove Silvano sta cercando di ammaestrare il nuovo arrivato Pietro. Quest’ultimo aveva più di sessant’anni e non aveva mai toccato una boccia. Eppure non era così male. Anche Silvano dovette ammetterlo. La vista era ottima, al contrario dell’udito, ma quello non era fondamentale ai fini del gioco.

“Cerca di sbalzare il mio, Pietro. Non solo devi avvicinarti, ma devi anche mettere fuori gioco le bocce degli altri”.

Niente male, proprio niente male.

Forse Luca era riuscito a scovare un talento degno di sostituire Luigino. Silvano sperò che Pietro non sostituisse il suo compianto amico anche in altri ambiti.

I Vecchi Compari – Pt. 1 Pietro, l’artista

Boule, Bocce, Kugelsportart, Ascolta, Sport, Argento
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Si sa, lo sport è una nobile arte, che va praticata con passione e costanza. E questa storia prende proprio avvio con uno sport. Lo sport più affascinante, più coinvolgente che mente umana abbia mai inventato. I Vecchi Compari erano consapevoli dell’eccellenza di questa attività, tanto che in tutta la loro vita si erano impegnati ad allenarsi nella prode disciplina tre volte alla settimana, frequenza che era stata portata a cinque giorni da quando tutti i componenti della squadra avevano raggiunto l’età della pensione. In realtà non tutti erano riusciti a raggiungere questo traguardo, ma la vita può essere beffarda, e togliere la possibilità a taluni di vedere il proprio volto solcato da profondi canali. Luogo di ritrovo era, ovviamente, il bocciodromo. Esisteva, forse, qualche altra attività degna di essere praticata per così tanto tempo, con buona pace di moglie, prole, amanti e pure lavoro? La domanda è retorica, la risposta è una negazione.

L’ultimo ad aggiungersi all’allegra combriccola era stato Pietro, meglio conosciuto come l’Artista. L’A maiuscola è forse un’esagerazione, ma in un paese che contava diecimila anime, mucche e pecore comprese, realizzare oggetti di ogni tipo era considerato una particolarità degna di un artista. Pietro era stato di professione fabbro: quasi tutte le ringhiere del paese erano uscite dalla sua officina, e aveva avuto anche importanti commissioni dalla città. Oltre a lampadari, testate di letto, cancelli e cancelletti, si dilettava a realizzare soprammobili, statuine e statue giganti. A tal proposito vi invito a visitare il parco del paese: là potrete ammirare lo scheletro di una nave pirata in ferro e vetro, che adulti e bambini si divertivano a esplorare.

Pietro era stato assunto dai Vecchi Compari in occasione di un luttuoso evento: la morte del compianto Luigino. No, Luigino non è un soprannome: all’anagrafe era registrato proprio con questo diminutivo. E visto che l’ironia non vede l’ora di fare irruzione in ogni angolo, Luigino divenne prima un ragazzo alto e ben messo, e poi un uomo forzuto, con una pancia proporzionale alla sua altezza. Forse il suo amore per il cibo, combinato con la passione per le sigarette, rigorosamente senza filtro, e una certo vizio per le donne lo avevano condotto prematuramente nella fossa. Troppi piaceri possono essere mortali, come poteva testimoniare Anna, la moglie di Luca, che tenne per ultima tenne fra le braccia, e pure tra le gambe, il focoso Luigino. Forse si era confusa, poiché entrambi gli uomini portavano un nome che iniziava con la stessa sillaba. M questa è un’altra storia. Fatto sta che Luigino venne sepolto assieme alla sua boccia portafortuna, e Luca chiese proprio a Pietro di realizzarne un’altra per l’eventuale nuovo giocatore: era necessario, infatti ristabilire il numero perfetto di quattro, giacché Luca nutriva una certa antipatia per i numeri dispari, e una scaramantica paura per i numeri primi. Luca era un matematico, si capisce.

Pietro aveva realizzato la boccia, ergonomica e perfettamente levigata. E con una bella P disegnata con lo smalto.

“Nessuno di noi si chiama Paolo o Petronio o Poseidone” notò dubbioso Luca.

“Lo so. È P di Pietro. Avete trovato non solo una boccia ma anche un bocciatore” gongolò Pietro.

“Sai giocare?”

“No, ovvio, ma imparerò. Da quando mia moglie è scomparsa, mi annoio. Guarda, ho fatto di tutto: cavalli, altalene, riccioli, fiori, tori, figure umane, figure fantasiose, enormi sculture e sculture piccole come un dito. Ma non chiedermi dove siano quest’ultime, le ho perse da qualche parte. Prendere o lasciare. Cosa dici? Vuoi boccia e bocciatore o vuoi pagare il materiale e tornartene a mani vuote?”

Luca stava riflettendo: si diceva che la moglie di Pietro fosse scomparsa perché lui non era certo un drago. Non so se mi spiego. Quindi non avrebbe preso il posto di Luigino nell’alcova della sua propria moglie, Anna. Inoltre il fisico di Pietro prometteva bene.

“Affare fatto!”

E con una virile stretta di mano, Luca e Pietro divennero compagni di squadra.

Se ne vale la pena

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Ogni ponte ha una sua portata massima, superare quel limite comporterebbe danni strutturali, pericolo di crollo o la rottura stessa del ponte. È una legge evidente e facile da capire: ogni oggetto, ogni essere vivente ha una capacità di sopportazione che, per quanto vasta, potrebbe raggiungere la fine. Arrivare ad avvistare quell’orizzonte porta sempre un enorme carico di stanchezza, paura e smarrimento. Nessuno dovrebbe mai mettere alla prova la flessibilità di una linea che demarca la salvezza dalla rovina.

In un ponte capire dove tracciare questa linea è piuttosto semplice: si calcolano le forze, si tiene conto dei materiali utilizzati e si prevede il peso che dovrebbe sopportare. In una creatura fatta di carne e ossa questo limite è molto meno netta, cambia in continuazione, si deforma allargandosi e stringendosi come una corona per un re divenuto stanco. Il confine diventa un continuo mutare, assume l’aspetto di un’onda che lambisce la spiaggia tracciando sottili disegni sempre diversi fra di loro.

Che cosa fare se questo confine si avvicina? Se la misura viene colmata?

Forse trovare un altro recipiente sarebbe la soluzione più semplice, come costruire un ponte alternativo. Basta averne le forze e le competenze. Il problema è valutare se ne vale la pena. Ogni ponte si è rivelato fallace, più simile a una trappola di corde sospese nel nulla, pronta a cedere al minimo sbaglio. Ogni vaso si è rotto prima ancora di raggiugere il suo limite. Sembra di lottare con mulini a vento che esistono solo davanti agli occhi di chi si agita, di chi cerca con affanno i mattoni per poter innalzare qualcosa di solido.

L’affanno aumenta. È il terrore di non trovare un ponte abbastanza solido su cui valga la pena camminare. E che alla fine non risulti essere un semplice molo.

Confusione

È un mondo confuso, fatto di aculei e di tentacoli. È un mondo feroce e ingannatore. Ci sono pesci capaci di mimetizzarsi, di assumere la forma perfetta di una roccia o di scomparire nel fondale, pronti a scattare come una trappola per le incaute prede. Talvolta la veste mimetica è solo un modo per nascondersi, per scomparire nella speranza che la vasta ingordigia vinca sulla debolezza.

È una confusione che non trova una risoluzione. Non ci sono gabbie che delimitino gli spazi, non ci sono etichette che cataloghino le specie pericolose da quelle innocue. Gli habitat si fondono, i loro abitanti sviluppano letali macchine di difesa o di attacco. Compaiono aculei velenosi, barricate innalzate contro un nemico che ha assunto un aspetto multiforme, o contro una vittima che tenta di fuggire, forse tendendo una trappola. Si spargono per acque all’apparenza innocua tentacoli che cercano di stritolare chiunque osi invadere il territorio, che sia di passaggio o che effettivamente avesse una volontà belligerante.

Nulla è più certo, se non che il più forte tenterà di fare di tutto per diventare sempre più forte e sempre più minaccioso. È la confusione della guerra, là dove non trovavano spazio i piccoli pesci innocui, quelli che sembrano piccole gemme cadute da un arcobaleno in acqua. I sogni sono scomparsi, come sono scomparsi gli occhi pieni di bontà della sua Sally.

Che cosa ci faceva lui là? In quel fango che non lo lasciava andare, in una terra che non era la sua, a trasformarsi in un mostro dotato di aculei e di tentacoli. Eppure si sentiva un semplice pesce rosso, con la sua corazza dorata che sarebbe stata del tutto inadatta in quel posto scuro e melmoso. Nemmeno sapeva come fare a uscirne da una confusione sconosciuta.

Dopotutto era un semplice commerciante di pesci. Non quelli esotici da esposizione, ma semplici pesci destinati ad acquari casalinghi. I più belli, secondo lui. Dopo Sally, ovvio. Ormai faticava a respirare: forse era colpa dei tentacoli di una vita che si era rivelata ingannatrice, o forse dipendeva dal veleno stillato dagli aculei di un sogno che stava naufragando. O forse si trattava semplicemente di un gas velenoso.

Altalena

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È difficile la vita da altalene. Lo so, è una metafora scontata: sono sempre qui, a oscillare avanti e indietro, mi proietto verso il cielo per poi ripiombare in basso, e poi ancora su, e giù un’altra volta. Ma, credetemi, la vostra metafora non è nulla in confronto alla mia esistenza. Perché io sono un’altalena, una vera altalena, fatta di legno e metallo, catena e corteccia.

A volte invidio le mie luccicanti sorelle di plastica, rosse come il rubino o blu come il cielo. Però devo ammettere che invecchiano proprio male: si scheggiano, sbiadiscono, si rompono. Inoltre vengono usate solo dai bambini. Io no, io invecchio, certo, ma il tempo mi rende sempre più affascinante, anche per i ragazzi e gli adulti che voglio tornare bambini, che vogliono ricordare il primo bacio. Ho sentito molte mani sulle mie catene. Alcune si stringevano forte forte per la paura, altre invece non vedevano l’ora di mollare la presa per sentire il vento scorrere tra le dita. Ho sentito risate divertite, richieste capricciose. Persino qualche pianto triste e qualche tonfo di un impavido con poco equilibro.

A ogni scalata verso il cielo, però, c’è la discesa nel dolore. Conoscete la storia di Persefone, perennemente divisa tra cielo e inferi? Anche lei oscilla come un’altalena tra la vita e la morte, incapace di scegliere una delle due. Ecco, lo stesso succede a me. Ci sono lunghi periodi in cui divento solo un ammasso di ruggine e di legno marcito, abbandonata da tutti, scosso dal vento che riesce a smuovermi solo di pochi centimetri. Talvolta sono anche oggetto delle bravate di qualche ragazzino che si sente adulto o che sfoga la sua rabbia sulla mia carcassa.

Dura la vita da altalena. Non si riesce mai a trovare un equilibro.

Egoismo, vergogna, onore e disonore

Laocoonte, Musei Vaticani

L’onore più grande per un greco in epoca classica era quello di morire sul suo scudo. La tentazione più grande per un greco dell’Ellenismo era fuggire dalla battaglia, abbandonando quello stesso scudo in mezzo ai rovi. L’eroismo venne sostituito dalla sopravvivenza, due forme diverse di egoismo di due epoche che esprimevano concetti opposti in una lingua simile. Se nell’antichità ciò che più contava era il riconoscimento da parte della comunità del proprio valore, in epoca successiva l’importante era tornare nella propria sfera privata, nel bene o nel male.

Onore e disonore sono i due poli che sembrano essere i motori di una buona parte della storia, motori nutriti dal desiderio di fama, ricchezza, potere, follia. L’onore di sedere sul trono, il disonore di essere abbattuto e trascinato nel sangue e nella polvere; l’onore di ritrovare il proprio nome in un verso di qualche poema o nei libri di storia, il disonore di essere dimenticato, di essere catalogato come formica della piccola storia quotidiana. Anche quando la storiografia cominciò grazie a Jacques le Goff a interessarsi della vita di tutti i giorni, della storia con la s minuscola, i nomi dei popolani, di artigiani e carpentieri, di massaie e mondine si sono persi tra le fauci fameliche delle dimenticanza. Schiere di uomini e donne, di sentimenti e dolori che sono stati relegati al grigiore della non importanza.

È pensiero comune che tutto questo sia ormai superato, che la società della vergogna, quella rappresentata dalle gesta dell’Iliade, sia ormai stata sostituita dalla più moderna cultura della colpa. Non metto in dubbio che questa convinzione sia da considerarsi veritiera, eppure qualche rimasuglio continua a intaccare la corazza lucida della modernità. L’ho provato in prima persona, prima entrando a far parte di un ambiente in cui la vergogna era forse il carburante più potente. Il fallimento, il nutrire dubbi, il non riuscire a primeggiare erano le peggiori vergogne che potessero capitare. Non sono stata la sola a percepirlo: ho assistito a crolli nervosi degni nota.

E poi c’è la vergogna che si annida nella piccola storia, quella familiare, quella di tutti i giorni. È la vergogna che vedo negli occhi di mia madre mentre dice che la figlia minore deve ancora trovare un lavoro, abbassando la voce, ovviamente. È la vergogna nelle parole di parenti più o meno vicini quando commentano il fatto che ancora al dito non scintilla alcun anello.

Ho sempre immaginato la società della vergogna come una sorta di serpente, che lambisce l’esistenza, le pone un confine stritolandola, come la punizione che viene inflitta a Laocoonte per aver osato dire ciò che non andava detto. È il disonore che trasforma in granelli di sabbia le statue più imponenti.

Realtà virtuale – pt. 28 La fine e l’inizio del gioco

“Ehilà Tit! O dovrei dire Davide? Non fai entrare due vecchi amici?”

Davide chiuse di scatto la porta. Era una persecuzione, gli sembrava chiaro.

“Oltre a essere un illustre informatico, sono anche un ottimo scassinatore. Aprici: qui si gela. E poi noi siamo i buoni, ricordi?”

Davide non resistette e aprì nuovamente la porta. Quanto era bello commettere gli stessi errori.

“I buoni, scherzi? Mi hai trasformato in un cumulo di bit! Mi hai usato come dinamite e buttato fuori da Ludiveritas come spazzatura senza pensarci due volte. E dovrei lasciarti entrare? Mai. E chi sarebbe la tua compagna? Androm&d482 vero? E come hai fatto a sapere dove abitavo?”

La ragazza sorrise: “Grazie per l’invito Davide: ti spieghiamo tutto dentro. L’umidità è un’assassina qui fuori”. Lo spinse da parte e si intrufolò nel salotto dove si accoccolò su una poltrona.

“Ti sei sistemato bene, vedo. Comunque il mio vero nome è Mary, e il qui presente è Vincenzo. Meglio Vince, ovviamente.

Vincenzo sbuffò: “Meglio Att$la936, decisamente più virile. Allora, da dove cominciare? Hai cercato di ricreare la tua cella nella realtà: ci vuole coraggio. Di questi tempi l’agricoltura viene sempre sottovalutata. Ammetto anche che ritrovare il tuo indirizzo non è stato semplicissimo. Solo semplice. Vedi, tutto nel web lascia…”

“…un segno. Lo so Vince. Cerca di non perderti nei tuoi stessi piani. Questa storia è durata fin troppo”.

“Calma Tit. Il tuo vecchio indirizzo era nei miei database, ovviamente. Grazie a Mary sono risalito all’agenzia immobiliare che si è occupata della cimpravendita, ne ho hackerato il sistema, e ho preso tutti i dati che ci mancavano. Ed eccoci qui. Contento?”

“Come un bambino a Natale”.

“Abbiamo una proposta per te. Ti assumiamo”.

“No, scordatelo”.

Vincenzo inalberò una faccia dispiaciuta. Di fisico non era molto simile a Att$la936, ma il carattere era decisamente lo stesso.

“Non sei una scheggia, vero? Penso tu l’abbia intuito: Mary e io stiamo insieme e lei è la co-fondatrice di Ludiveritas. Ha avuto una sbandata per quel porco, maledetto, infame…”

“…Luca. Lo hai conosciuto sotto il nome di Lep1do25” spiegò con un leggero imbarazzo Mary. “L’ho conosciuto a lavoro e l’ho coinvolto nel progetto, assieme a Cri, Serapis*3. Vince mi deve ancora perdonare del tutto. Ovviamente mi sono pentita quasi subito, ma tornare da Att$la936 avrebbe significato la morte del mio avatar”.

“Ti ho perdonata, non ti distruggerei mai. In ogni caso, la premiata ditta Lep1do25 & Serapis*3 hanno cominciato a voler prendere il controllo di Ludiveritas: i guadagni non sono mica male, sai? Nonostante la distruzione della loro base, però, la zona nera è ancora molto estesa. Ci servono giocatori puliti, come te. Stiamo creando un’alleanza per far fronte agli hacker, insomma. Che ti sembra? Vuoi essere dei nostri?”

“No”.

Il silenzio calò nella stanza. Venne rotto da Davide: “Sentite, ho una mia attività che richiede tutte le mie energie e il mio tempo. Non avrei tempo anche per Ludiveritas. Non voglio più diventare succube di un gioco. Come sta Founder01”.

Vincenzo si animò: “Ma non è un gioco, è molto di più. È un insegnamento. Avresti mai avuto il coraggio di fare tutto questo senza Ludiveritas? Anche una penna può essere usata per uccidere, ma non per questo è un’invenzione pericolosa. Aiutaci a far tornare Ludiveritas il mondo ideale Tit! Founder01 ti saluta: sta ancora ridendo per il botto che hai fatto”.

Davide lo guardò: “E in cambio?”.

Mary si mise a ridere: “Non è così stupido come pensi, Vince. In cambio noi ti aiutiamo con la tua attività. Siamo informatici provetti, il tuo nome sarà sulla bocca di tutti i ristoratori. Che ne dici? Ricomincerai a giocare?”

“Ci devo pensare”.

Vincenzo sembrò soddisfatto: “Sembra un passo in avanti. Facci sapere: basta che urli dalla finestra, perché abbiamo acquistato la fattoria affianco, dove ci verrà a farci compagnia anche il mio fratellone Gu. Ovviamente se vuoi allargare la produzione potremmo affittarti anche la nostra terra. Ma tutto ha un suo prezzo”.

Che gioco strano era diventata la sua vita, pensò Davide guardando i suoi amici che si allontanavano a piedi dopo averlo salutato.

FINE

Realtà virtuale – pt. 27

C’era poco di misterioso in quella scritta, Game over. Il significato era evidente: Tit@nus537 era morto, la sua cella sarebbe stata assegnata a qualcuno del limbo, magari sarebbe diventata un altro campo di battaglia, senza anima, senza sole. La sua avventura virtuale era terminata. Non c’era possibilità di rientrare, perché ormai il costo per accedere a Ludiveritas aveva raggiunto vette a Davide inaccessibili. E non era neppure il momento di perdere tempo con giochi: la sua vita si era persa in qualche anfratto e non aveva la minima idea di come uscirne. Vedeva davanti a sé un muro solido di mattoni, mentre dietro sentiva chiaramente le voci che commentavano i suoi fallimenti e gli sguardi di falsa compassione.

Tit@nus537 era morto, ma Davide era vivo. E al contrario del suo avatar aveva una seconda possibilità.

Decise, quindi, di chiudere definitivamente il capitolo realtà virtuale, e di cancellare dalla memoria Att$la936, la sua amichetta Androm&d482 e l’hacker più temuta del web, Serapis*3. Si dedicò, invece, all’appartamento con tutte le sue forze e sfogando una dose di rabbia repressa tale da poter sconfiggere anche il più potente Ausmundi. Si era formato un pensiero nella sua mente. E quel pensiero iniziava con il vendere quel buco. Nessuno avrebbe mai pensato di acquistare una discarica puzzolente, per cui era necessario che il degrado di mesi venisse definitivamente eliminato.

Più Davide puliva e più i suoi pensieri si schiarivano. Impiegò una settimana per ripristinare l’ordine, una settimana in cui realizzò che la sua idea non era poi così infattibile. La raffineria aveva pagato profumatamente il suo silenzio: quei soldi e la vendita dell’appartamento avrebbero costituito una buona base di partenza.

In pochi mesi, con energie che neppure Davide sapeva di avere, diede una svolta alla sua esistenza di grigia ameba. Non aveva dimenticato Tit@nus537, al contrario: il suo obiettivo era quello di trasformarsi nel suo avatar. La realtà virtuale gli aveva insegnato che la città non faceva per lui, che la sua passione richiedeva una terra umida, un campo soleggiato.

Comprò una casetta in mezzo al nulla, che dotò ovviamente di una connessione internet abbastanza buona da permettergli di aprire online una sua attività per rifornire le altre celle. Pardon, i vari clienti e ristoranti.

Finalmente Davide poteva reputarsi felice. Certo, doveva ancora risolvere qualche piccolo problema, ma in generale non se la passava male. Tuttavia vi mentirei se vi dicessi che non pensasse mai a Ludiveritas. Ci pensava, eccome, e con una certa nostalgia. Gli faceva male ammetterli, ma avrebbe voluto tornarci, magari non con l’assiduità di una volta, per parlare con Att$la936 e per capire se la sua intuizione su Androm&d482 fosse vera. Avrebbe voluto sentire la risata ironica di Founder01 mentre commentava la sua magnifica deflagrazione. È difficile liberarsi di una dipendenza.

Mentre la sera guardava pigramente dei video su Ludiveritas sentì suonare il campanello. Per un attimo valutò di non rispondere, poiché non attendeva nessuno, ma alla fine cedette alla curiosità. Dopotutto è arduo imparare dai propri errori. Davanti a casa stavano in piedi due figure: una era magra, dinoccolata e con un ciuffo di capelli ricci che incorniciava un volto scavato, occhi furbi e un sorriso pronto a trasformarsi in risata. L’altra era più proporzionata, un po’ più bassa e in carne. Anche quest’ultima sorrideva, anche se più timidamente.

Davide sapeva che non avrebbe dovuto aprire.

Arriverà, arriverà, vedrai che arriverà

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Erano ormai giorni che il sole non faceva capolino dalla coltre scura di nubi. Erano passati così tanti giorni che ormai si stava parlando di settimane. I saggi, coloro che sapevano e che avevano imparato, tuonavano più alti dei borbottii celesti che riempivano l’aria: sostenevano che qualche divinità, o la forza della natura stessa, si stava rivoltando contro quella contrada a causa di un qualche misfatto, di un peccato terribile, che andava espiato il prima possibile. Quale fosse il peccato, però, rimaneva un mistero, come anche le modalità con le quali mondare questa così turpe macchia.

“Tornerà, tornerà, vedrete che tornerà”.

A gracchiare non era stato il solito esperto che sentiva l’impellente necessità di proporre la propria versione dello strano fenomeno di precipitazione. Era un vecchio, piegato su una sedia, che passava la maggior parte del suo tempo a sorridere con aria dolcemente assente mentre guardava di sottecchi l’orizzonte che si affacciava alla sua finestra. Era conosciuto semplicemente come il Vecchio, poiché ormai nessuno si ricordava più quale fosse il suo nome. Nemmeno il Vecchio stesso sarebbe stato in grado di indicare quale fosse stato il suo nome perché erano anni che viveva sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti senza decidersi di fare il passo risolutivo: la sua mente ricordava tempi remoti e nomi divenuti polvere, il presente non trovava più spazio in quella coscienza, ma il suo corpo sembrava essere saldamente ancorato al mondo terreno.

“Chi tornerà?”

La cura del Vecchio era affidata a un ragazzino di una povera famiglia. Non doveva fare molto: solo assicurarsi che mangiasse qualcosa e che la casupola rimanesse in ordine. Inoltre lo accompagnava a dormire ogni sera e lo aiutava a raggiungere la sua sedia ogni mattina. Spesso sentiva borbottare il Vecchio: per il giovane erano parole senza senso anche quando un senso, in realtà, c’era. Raccontava di storie lontane, di persone che il giovane non conosceva, di battaglie e di sconfitte.

“Eh, eh, chi vuoi che torni dopo la pioggia?”

Il giovane non diede tropo ascolto a quelle parole. Magari nella gioventù del vecchio dopo la pioggia si affacciava alla porta l’amata o qualche amico. Per il giovane quella pioggia era maledetta, nulla su cui ridere come faceva il Vecchio. Il terreno si era rammollito troppo, impossibile lavorare i campi. Sarebbe stato un altro anno di magra per la sua famiglia. Un altro anno di fame.

“Chi vuoi che arrivi dopo la pioggia? Al massimo la fame! Ora devo andare. A stasera”.

“Arriverà, arriverà, vedrai che arriverà”.

Aiutare il Vecchio non dispiaceva al ragazzo, forse perché gli permetteva di allontanarsi dalla sua famiglia per un po’, allontanarsi da quelle facce stanche e deluse, invecchiate prima del tempo. Anche al giovane sarebbe toccato un destino simile, lo sapeva bene. Avrebbe dovuto piegare la schiena, esporla al sole e lavorare sodo per rimanere comunque in uno stato di povertà. O almeno quello era il suo destino primo che le piogge incessanti avessero trasformato il suo mondo in melma. Almeno il Vecchio con le sue farneticazioni riusciva a trasportarlo in un mondo in cui il sole ancora splendeva e illuminava strani personaggi che sembravano sapere esattamente cosa fare per ottenere un riscatto.

E chi mai sarebbe dovuto tornare dopo la pioggia? Forse anche il Vecchio voleva rivedere il sole: sarebbe stato ben triste spegnersi senza aver rivisto l’oro impalpabile del cielo.

Poi un giorno smise di piovere. Senza necessità di espiare nessuna colpa. Senza compiere sacrifici o sacrificare un colpevole. E arrivò. Esattamente come aveva predetto il vecchio arrivò. L’arcobaleno.

“Hai visto? È arrivato, vero?”

“Sì, Vecchio è arrivato”.

“Allora è tempo che io vada”.