Il professor De Grandis Magno, De Grandis cognome e Magno di nome, era docente presso l’Aurea Università Eburnea di Nuvolis, piccolo paese che la maggior parte di voi non conosce, ne sono certo. Non vi preoccupate, non è per una vostra pecca in fatto di geografia, almeno non questa volta. Nuvolis è un micro paese fondato dal professore in persona. Dato che sulla terra lo spazio era ormai molto ridotto per lui, si era creato questa città sospesa nell’aria, un po’ più vicina, quindi, alle divinità che lui stesso pensava di incarnare nella sua considerevole mole. Ci vuole molto sostanza, infatti, per essere un portatore di una così vasta, così impressionante conoscenza.
A Nuvolis, oltre al professore De Grandis, viveva anche un topolino. No, non era un vero e proprio roditore, ma era un uomo, solo che aveva dimensioni pari a quelle di uno spillo, soprattutto se si metteva affianco al professore. Questa piccola creatura aveva un nome suo, qualcosa come Andrea Bianchi, o forse Marco Rossi, non ricordo, ma il professore lo aveva soprannominato Callido Plauto, e, in questo caso, non vi saprei indicarvi con esattezza quale sia il nome e quale il cognome: sono sicuro che mi perdonerete, dal momento che si tratta di un soprannome. Callido Plauto era il servitore di De Grandis, e lo riveriva giorno e notte, notte e giorno, anno dopo anno.
A Nuvolis non c’era spazio per nessun altro. E l’Università? L’Aurea Università era dedicata escusivamente a De Grandis, era stata fondata da Magno De Grandis e gli studenti corrispondevano a Magno stesso. Neppure Callido Plauto era ammesso all’università, ma solo alla dimora privata del professore per le pulizie e il riordino delle stanze. De Grandis era talmente dotto, talmente studioso che riteneva tutto il resto del mondo non fosse all’altezza di un tale luminare.
Callido Plauto non era da meno. Non aveva la stessa sapienza enciclopedica del suo superiore, ma era molto scaltro, come aveva notato lo stesso Magno. Stanco di vivere nell’isolamento più totale, realizzò con le sue mani uno spillone, affilato e puntuto. Non era certo mortale, anche perche De Grandis era protetto da una morbida corazza di grasso e lardo. E per fortuna! Perché Callido Paluto non perdeva occasione di ficcare lo spillone ben dentro le delicate carni di De Grandis, facendolo urlare di dolore.
“Callido Paluto, ma che cosa fai con questo arnese?”
“Cerco di forare il vostro immenso ego, mio signore, così potremmo tornare a rivedere anima viva. Nuvolis è troppo aerea e aulica per un umile e ignorante servo come me”.
E fu così che Callido Plauto perse il lavoro, perse il nome, ma si liberò da un enorme peso.