Astolfo non vuole tornare – Pt 8

Non, non avete capito male. Il lago chiaccherava, e non smetteva un momento di parlare, parlare, parlare. Solo che Astolfo non se ne era reso conto perché era troppo concentrato sui suoi pensieri per capire che le voci provenivano dall’acqua.

Astolfo si inginocchiò per sentire che cosa dicessero e se effettivamente fosse acqua quella che vedeva. Al tatto si rivelò essere una sostanza ad Astolfo del tutto sconosciuta, fluida come un liquido, ma che non lasciava tracce umide sulle dita. Inoltre, anche avvicinandosi, non riusciva a comprendere nemmeno una parola di ciò che veniva detto, ma qualche frammento gli risultava vagamente familiare.

Era del tutto normale che il cavaliere non capisse nulla: in quel lago fluttuavano tutte le lingue del mondo, che non venivano più utilizzate e che erano cadute nella dimenticanza. Magari in un futuro qualche sventurato avrebbe cercato di resuscitarle, ma, almeno per ora, se ne stavano lì, assieme alle parole arcaiche di lingue ancora in uso. Era un buffo modo per passare i secoli: cercare di comunicare con una miriade di presenze che parlano una lingua conosciuta ai defunti.

L’attenzione di Astolfo venne catturata dal riflesso di un’enorme costruzione di marmo bianco. Alzò lo sguardo e vide che si trattava di una sorta di tempio.

“Sapevo che lo avresti trovato interessante, saggio Astolfo”, disse la voce della donna invisibile.

“Di cosa si tratta?”

“Di una biblioteca, che contiene tutto il sapere umano andato perduto”.

“Abbiamo smarrito così tanto?”

“E tanto ancora smarrirete”.

Astolfo non vuole tornare – Pt 7

Seguire una voce che sembrava tangibile, ma che non apparteneva a nessun corpo sembrava pura follia ad Astolfo che, seduto in riva a un laghetto, si chiedeva se qualche porzione del suo senno fosse già scivolata nel mucchio di bottiglie che aveva incontrato all’inizio. Di una cosa, però, era certo: non voleva ancora tornare sulla terra, con tutti i suoi misteri e segreti, con i litigi e le urla. Non era ancora pronto.

Mentre Astolfo se ne stava in contemplazione di un lago un po’ strano, Orlando gettava massi in una risorgiva terreste. Non capiva molto il senso di quello che stava facendo, ma sembrava calmarsi solo in questo modo. Angelica era ben lontana, non sapeva che il paladino dei cristiani era stato avvelenato dal suo stesso amore. Angelica guardava il cielo e immaginava che lassù, da qualche parte, magari sulla luna, un gurdiano dell’universo stesse lavorando intensamente affinché tutte le esistenze potessero volgere al loro scopo. Sperò ardentemente che quell’entità non si dimenticasse di lei.

Mentre Angelica si perdeva tra le stelle, un semplice fante saraceno, Medoro, la guarda con adorazione. I due giovani avrebbero voluto imprimere i propri nomi sulle stelle stesse, ma Medoro ha ancora impresso negli occhi quelli spenti e vacui dell’amico morto per un’impresa che non voleva nemmeno compiere. Medoro non lo avrebbe mai dimenticato.

Mentre Medoro e Angelica cercavano di dimenticare la morte con l’amore, re Carlo si chiese per l’ennesima volta dove diavolo fosse finito il suo fidato Astolfo: si era forse aperta la terra per farlo sprofondare negli inferi?

“Astolfo” intervenne la donna invisibile “Qui sulla luna nulla ha un senso. L’ordine che segue è l’inverso di quello terreno. Perché ti stai attardando? Anche tu vuoi far parte dell’oblio? Se rimani è questo il tuo destino”.

“Voglio sapere chi tu sia. Voglio sapere che cosa ha dimenticato l’umanità”.

“Se ti dicessi chi io sia, ti ricorderesti di me, e io scomparirei da questo mondo lunare”

E ridendo, la voce si allontanò, lasciando Astolfo da solo con i suoi pensieri e con un lago che non smetteva di chiaccherare.

Il cuore del tempo

Strana cosa il tempo, non si può fermare, non si può riscattare. Sembra procedere con un ritmo sempre uguale, con i secondi che scadono nelle ore, per tramutarsi in giorni e ingigantirsi in ere senza memoria. Talvolta, invece, segue un ritmo tutto suo, compie una spericolata fuga in avanti, per poi allungarsi, rallentare sonnacchioso e pigro come un ghepardo che si prepara al riposo dopo aver catturato la preda.

Il tempo funziona come un cuore: per lo più segue un andamento ben preciso, con una cadenza ipnotica, che quasi non si sente. Il suo è un cammino senza scossoni, quieto, ma inarrestabile. In caso di turbamenti, però, o di variazioni più o meno sperate, quel ritmo si altera, e scorre come un fiume in piena o si congela in una statua, e rimane sospeso nel vuoto, in attesa di crollare a terra e infrangersi.

Il tempo ha una mente, la contabilità dei giorni e il ricordo del passato. Ha delle mani, che disegnano strane linee sul volto e sui corpi, che scavano nelle anime per rubare frammenti di vita. Ha la bocca per sussurrare quanto sia vana questa fuga, questa maschera di etern gioventù. Perché nel suo cuore non dimorano pietà e compassione, ma uno spirito che si ribella alle misure predefinite.

Il cuore del tempo può ingannare, può far credere che tutto sia misurabile e quantificabile, per poi lasciare senza fiato dopo una semplice rampa di scale.

Mosca in trappola

Per gioco talvolta i bambini si divertono a intrappolare una moscola in un barattolo di vetro, così da osservarne il volo disperato e i continui tentativi di evadere da una cupola di vetro. Una tortura immane per l’insetto: abituato ad avere l’intero mondo a sua disposizione, fatica nell’adattarsi a un semplice vasetto.

La mosca sa che potrebbe avere molto di più, ha già assaporato l’ebbrezza della libertà, e vede oltre il vetro l’immensità che gli è stata sottratta, ma nulla può contro delle mura di vetro e contro la risata di curiosi spettatori. Eppure non si arrende, cerca con il suo miniscolo corpo di creare una breccia, di sfondare un muro che non cenna a cedere. Non vuole rassegnarsi alla prigionia.

La sconfitta è, però, segnata, a meno che quel suo dibattersi disperato non muova a compassionie i suoi piccoli carcerieri. Se nessuno interverrà, un colpo più veemente degli altri la farà stramazzare a terra.

Riflessioni chiuse in una boccia

Non mi sembra molto rassicurante questo titolo, sblurp. E perché le mie bolle sono ancora oblique? Non puoi essere tu storta?

Devi sempre polemizzare. Lo sai che di tanto in tanto bisogna fare il punto della situazione, soprattutto dopo quello che hai rischiato di passare.

Dici il periodo in cui non cambiavi l’acqua e non ci davi neppure da mangiare? Certe cose non si dimenticano, sai?

Esatto, Carassius. Hai rischiato di tornare al mare via scarico del bagno.

Non essere sciocca, non lo avresti mai fatto. Dentro questo acquario hai messo troppo, e hai pure qualche ideuccia, o sbaglio?

Non sbagli. Qualcosa c’è ma mi sono chiesta più volte se ne valesse davvero la pena, se non fosse diventato anche l’acquario un mero dovere, un peso più che un piacere.

Però io sono ancora qui.

Evidentemente.

Non essere troppo contenta, sai.

Sono abbastanza contenta, o non staremmo qui a parlare. E come puoi ben vedere, non solo ho cambiato l’acqua, ma ti ho dato qualcosina da mangiare. Certo, ho anche chiuso qualcosina: lo zoo e l’agenzia immobiliare. E i visitatori non si sono nemmeno accorti del pericolo che chiudesse tutta l’acquario. Niente male come organizzazione no?

Ottima pianificazione.

Non voglio sentire parlare di pianificazione, lo sai bene.

Eh eh, lo sai che sono molto smemorato. Sblurp.

Solo di facciata.

Mi sembra che sia tutta una facciata a questo punto. Pure tu, sei una facciata per le mie pinne.

E tu per le mie mani.

Touché, sblurp.

La Capitale

La Capitale del regno non aveva un nome definito, era semplicemente Capitale. Così aveva voluto l’Ordine così l’avevo conosciuta gli abitanti del Regno. Era una delle città più misteriose che fossero state fondate: non si sapeva neppure chi vi abitasse, o se vi abitasse qualcuno, né quale fosse la pianta della città o che aspetto avessero le vie. L’unica cosa certa era il fatto che esistesse, e tanto bastava.

Se qualcuno avesse avuto la possibilità di sorvolare la Capitale, avrebbe notato che si basava su una pianta irregolare, simile a quella di un fagiolo, che era attraversata da una miriade di vie e vicoli. Dall’alto aveva tutto l’aspetto di un labirinto, una sorta di scrigno che custodiva nel suo cuore il Grande Palazzo dell’Ordine. Passeggiando per la città non si poteva percepire questa complessità, ma si aveva l’impressione di trovarsi in una sorta di prigione: muri alti e senza finestre delimitavano le vie, che erano sempre in un perenne stato di semioscurità. Non c’erano lampioni, non c’erano segnalazioni, solo globi di luce sospese nell’aria che guidavano i camion notturni a destinazione.

Solo l’esercito aveva accesso a quelle strade intricate: con sicurezza si innoltravano alla ricerca di depositi e laboratori ai quali consegnare il materiale prelevato da Balste o le varie derrate alimintari o le ricchezze sconosciute che provenivano dai porti. La Capitale era, infatti, abitata da pochi eletti, i fidati collaboratori dell’Ordine. Si trattava di scienziati e di geografi, di militari dai gradi più alti e di burocrati. Tutte le decisioni prese dall’Ordine nel Grande Palazzo venivano comunicati a questa cerchia di persone che subito identificava i mzzi migliori per raggiungere lo scopo.

Ancora meno persone avevano accesso al Grande Palazzo. Se la città aveva un aspetto spettrale, il palazzo sembrava rilucere e scintillare. Era interamente fatto di Cristallo, che prendeva luce dalla vicina Helios, diventando simile a un blocco d’oro. La sola apertura era costituito da una porta minuscola rispetto all’imponenza dell’edifio, sorvegliata giorno e notte da un drappello di uomini armati appartenenti al corpo speciale della guardia dell’Ordine. Era quella la dimora del misterioso Ordine, là viveva la mente che aveva ideato tutta quella follia. Non si sapeva nemmeno se fosse un gruppo di persone o un solo individuo.

C’era persino chi giurava che quell’edificio fosse voto, fosse solo un’illusione cristallizzata.

Astolfo non vuole tornare – Pt 6

Se Rodomonte temeva di non sopravvivere ai secoli, re Carlo era di ben altro avviso: era certo che il suo nome non sarebbe passato innosservato non solo negli anni, ma persino nei secoli a venire. Non che avesse tutti i torti, certo, ma se in quel momento si fosse trovato assieme ad Astolfo sulla luna, avrebbe cambiato ben presto la sua idea.

Con il consueto rumore metallico, Astolfo aveva abbandonato il cratere di Rodomonte, per innoltrarsi in un’altra zona della luna. Quello che vide era di certo indementicabile. Si tratta di una distesa immensa, i proporzione alla superficie lunare, di edifici dall’aria vissuta, ma imponente, statue, palazzi, marmi e statue di metallo, persino d’oro. Anche qui Astolfo incontrò delle anime, ancora più trasparenti e intangibili di quelle del vecchio.

“Il mio regno, il mio regno sopravviverà i secoli, sopravviverà me”.

L’ombra era di certo imponente, ma vacua e con una corona che stava leggermente storta sul capo.

“Il mio regno conquisterà il mondo” aggiunse un altro spirito.

Ma dietro di loro c’era solo rovina e polvere, che ricordavano una grandezza, ormai perduta, però, nelle pieghe del tempo.

“Chi lo avrebbe detto? Anche gli imperi verranno dimenticati, si sbricioleranno. Vale la pena perderci la vita, Astolfo?”

Era ancora la voce corporea.

“Chi sei? Fatti vedere!”

Nessuno si fece vedere, ma si chiese se, un giorno, anche re Carlo e il suo impero sarebbero mai saliti sulla luna.

Astolfo non vuole tornare – Pt 5

Gli abitanti della terra sono gente molto distratta: per Astolfo era una verità evidente, piché si stava aggirando tra cumuli di oggetti persi o caduti in oblio, ma lo era anche per quelle formichine che si affannavano a trovare una soluzione a quella guerra. E mentre lui si affrettava a esplorare spazi dimenticati inseguendo una voce corporea senza corpo, sulla terra tutto proseguiva senza senso, come al solito.

Nel campo pagano si poteva vedere il possente Rodomonte in una posizione assai preoccupante: era solito andarsene per il campo, facendo tremare il suolo con i suoi immensi piedi mentre urlava qualche facezia o narrava una sua impresa. Invece, in quel momento, se ne stava seduto, quasi rannicchiato, con il capo appoggiato pesantemente sull’enorme pugno chiuso. Strano a dirsi, ma Rodomonte stava pensando. Per l’esattezza stava pensando alla sua epica impresa: era riuscito a saltare con un sol balzo le mura impenetrabili della dolce Parigi, e, piombando a terra, aveva distrutto quasi la metà della città. Un disastro, per i poveri cittadine, un’azione al limite del comico per i suoi comilitoni, un atto eroico agli occhi di Rodomonte. Eppure era angustiato dal fatto che nessuno, ma proprio nessuno, ne parlasse. Quegli stolti se ne stavano lì a discutere di amori, passioni, dei figlioletti che stavano aspettando in patria, di una bella guerriera intravvista da qualche parte, persino di un matto che era salito su un carro trainato da una bestia strana, ma di Parigi nemmeno una sillaba. Che fosse destinato all’oblio pure lui?

In effetti tutti si erano dimenticati dell’impresa di Rodomonte: si sa, la guerra ha la memoria corta, dopo una strage ne segue un’altra, a sangue si aggiunge sangue e nulla di eroico rimane se non nelle parole di chi vorrebbe vedere della poesia nella violenza. Il salto di Rodomonte aveva lasciato un’impronta molto profonda sul cratere lunare, e Astolfo lo stava guardando con molta attenzione.

Il cratere che stava analizando aveva una forma singolare, come se ricalcasse l’orma di due enormi stivali. Astolfo non ricollegò immediatamente quella vista all’impresa dell’energumeno nemico; lo aiutò un vecchietto mezzo trasparente, che continuava a lamentarsi.

“Mon dieu, mi hanno proprio dimenticato. Tutti sono fuggiti, e io qui, senza figli, senza nipoti. E anche vicino alle mure. Mon dieu, la vita non è così bella”.

Astolfo cercò di consolarlo.

“Messere, non si preoccupi, sono qui anch’io, io la potrò ricordare”.

Ma il vecchio continuava al sua litania, come se non sentisse Astolfo: le anime perse non recepiscono nulla dal mondo circostante, si fissano costantemente su un presente che per il resto dell’umanità e divenuto ormai passato.

“Mon dieu, mi hanno proprio dimenticato. Mon dieu, aiutami almeno tu”.

Astolfo notò che nel cratere non c’era solo quel vecchietto che vagava, ma qualche decina di casupole che erano tutte ammaccate. Proprio mentre osservava quello sfacelo, ne comparve all’improvviso un’altra: evidentemente l’inquilino aveva trovato un’altra sistemazione, perdendo memoria della sua precedente sistemazione.

Decisamente la smemoratezza è il difetto maggiore dei terrestri.

Voce del verbo pianificare

Negli ultimi tempi il tema della pianificazione è entrato a gamba tesa nella mia vita. Non penso di essere del tutto priva di capacità quando si tratta di pianificare, soprattutto quando si parla di lavoro: riesco sempre, bene o male, a rispettare i tempi e a consegnare quanto richiesto con un dignitoso anticipo. Per il resto della vita, però, la mia pianificazione è scheletrica, nel senso che mi limito a organizzare i compiti principali, o quelli più noiosi, lasciando il resto a variabili quali voglia, fantasia, e anche, perché no, al caso.

Un po’ di giorni fa, mi è stato suggerito di pianificare ogni singola ora della mia giornata, dall’alba al tramonto; in poche parole, mi hanno suggerito di dare il ben servito al caso, alla nostra cara Tuke.

Non saprei dire cosa mi abbia più infastidito, l’ammettere che la mia vita è un po’ disordinata e non al massimo dell’efficienza, o il sentirmi ridotta a una semplice macchina. Non metto in dubbio che si risparmierebbe tempo, che si ridurrebbe al minimo il pericolo di procrastinare, ma sarebbe tutto così noiso e prevedibile.

Eppure la Tuke non può essere messa da parte, è variabile e volubile, con una forza tale da poter scardinare qualsiasi pianificazione, qualsiasi tentativo di ricondurre tutto a caselle, pianificazioni.

La Tuke è libera, le griglie sono fatte di sbarre, esattamente come le prigioni.

A due velocità

Il mondo ha un suo ritmo, una sua musica, un’anima che muta repentina e capricciosa. Conoscere il ritmo e sentirlo nel sangue è il modo per non sentirsi come un relitto lento, sfasciato, che viene travolto da onde troppo forti.

Il mondo ha il suo ritmo, ma le anime che lo abitano hanno il proprio. Spesso passa inascoltato e silente, eppure ogni creatura ha una sua melodia con determinate regole e velocità. È molto raro sentire un’anima cantare, perché il ritmo del mondo è aggressivo, sovrasta le voci più deboli divorandole.

Nell’anima il ritmo è scandito dal cuore e dal fruscio del sangue, dalle cellule che corrono e dall’ossigeno che si dirama nei bronchi e che allarga il petto. A questo sottofondo si aggiunge la nenia, quel sussurro che ricalca una cadenza antica, una parlata conosciuta. È quest’ultima a rievocare i ricordi e a fare le fusa quando rintraccia se stessa in qualche motivetto o, con un po’ di fortuna, in un’altra anima.

Velocità del mondo e velocità dell’anima talvolta si sovrappongono, talvolta una prende l’avvento sull’altra. Spesso scorrono a due velocità, con un sottile disagio, una nostalgia per tempi sconosciuti.