Baccante

Mi hanno chiusa nella parte più nascosta della dimora, senza finestre, là dove il vociare della vita, il mormorio della strada non potesse raggiungermi. Mi hanno rinchiusa in una prigione, senza mai pronunciare la parola prigione, senza mai dire quale fosse la mia colpa. Ho chinato la testa e obbedito. Sono stata brava, sono rimasta in queste stanze assieme alle altre donne, senza protestare, senza elevare lamenti.

Lui no, lui non è rinchiuso in stanze dorate. Sa che cosa succede in città, esce, va a spesso, torna con le vesti impregnate di odori che non ho mai sentito. Ne riconosco alcuni, però: talvolta ha il profumo di altre donne impresso nelle sue carni. Lui è libero di vedere la luce, di ridere e incontrare stranieri. Io conosco solo una manciata di volti, e non tutti mi sono amici.

E poi è arrivato l’altro. Dice di essere un dio, un giovane figlio di Zeus, forgiato dal fuoco e nato dalla coscia del padre. E un dio deve essere davvero: è entrato nelle mie stanze non visto, senza accedere dalla porta, come spirito o fumo. Anche lui porta profumi che non conosco, sa di spezie e di dolce vino. Mi ha parlato, e mi ha detto di uscire, perché mi avrebbe donato la libertà di correre nuda per i boschi.

Deve essere proprio un dio, perché scomparve e io uscii. Le altre donne erano scomparse. Per strada non vidi uomini, solo fanciulle, e tra di loro qualche vecchia, persino le donne mature si erano unite a noi. Oggi gli uomini si rinchiudono nelle loro stanze.

Il dio ci aspetta, assiso su un trono di edera e di vite. Ci dice che siamo libere. Ci offre quel nettare che è riservato agli uomini. Che dolce sapore! E che energia! Il sangue ribolle, la forza mi appanna gli occhi. Devo correre.

E corro, e vedo i lampi dell’universo che piombavano come colombe sulle nostre teste, quegli stessi lampi che erano racchiusi nel cielo degli occhi del dio.

Io sono furia. Sono demone. Sono morte e vita.

Le mura si sono infrante, non ci sono confini, solo fusti che lasciano passare aria. Questa è l’aria che lui respira? No, è ancora meglio. Questo è il sole che riscalda la pelle? No, non esiste sole per lui.

Corro e sento il sangue. Corre anche lui al ritmo di questa danza celeste. Non c’è preghiera migliore di questa.

Sento il sangue sgocciolare dalle mani e nutrire la terra. Il leone è stato sconfitto dalla leonessa. Il dio ride. L’ordine è stato sovvertito, ora posso ridere anch’io.

Le unghie rompono la pelle del cerbiatto. Il cerbiatto ha gli occhi umani. Le mani delle mie compagne afferrano la belva. Abbiamo vinto.

Crollate a terra il dio ci guarda. Ha vinto.

Eppure, in bocca il dolce sapore ha il gusto ferroso della morte.

Porte chiuse

Camminava a piedi nudi lungo un corridoio, sentiva il freddo marmo, come se fosse una lastra di ghiaccio, l’aria attorno sembrava sospesa, nessun rumore osava rompere il silenzio. Era stretto a destra da un muro candido, a sinistra, invece, da un linea di porte che rimanevano ostinatamente chiuse. Chi occupava quelle stanze non voleva che nessun altro avesse accesso a quel rifugio, non c’era posto per lui dietro quello porte. Non era desiderato, doveva allontanarsi facendo meno rumore possibile.

Aveva tentato di aprire alcune di quelle porte, ma non aveva ottenuto nulla, se non la delusione di abbassare la maniglia senza che la barriera cedesse alla sua mano e al suo desiderio di far parte di quell’intimità. Nulla era successo, se non il silenzioso richiamo di una punta di delusione e una zaffata di rabbia.

Dall’altra parte dell’uscio, qualcuno vide la maniglia cedere e per un attimo rabbrividì nel dubbio che la porta non fosse chiusa, o, forse, al pensiero che qualcuno avesse il desiderio di scalfire quella sfera di solitudine.

A piedi nudi camminava trattendo il fiato, consapevole del fatto che là non ci fosse posto per lui, non ci fosse nessuno pronto ad aspettarlo con la porta socchiusa e con il cuore spalancato.

AAA Cercasi

AAA Cercasi il signor Grazie misteriosamente scomparso da qualche anno. Le ricerche finora realizzate non hanno portato al suo ritrovamento. Qualora qualcuno la intercettasse, o pensasse di aver visto qualcuno simile alla descrizione sotto riportata, contatti il numero 873…

L’annuncio era apparso in tutti i più importanti giornali nazionali, pubblicato da una società di investigazione che, a quanto pareva, non era riuscita a trovare la persona scomparsa. Secondo la descrizione, il signor Grazie era un bell’uomo di mezza età, distinto e curato, dal tono di voce pacato. Putroppo non si avevano più sue notizie da molti mesi: svanito dal nulla. L’allarme era stato dato da un suo caro amico, il signor Pier Favour. Il poverino era andato a far visita al suo amico, ma non aveva trovato nessuno in casa. Si era diretto quindi, alla polizia, dove era stato ignorato diverse ore, prima che qualcuno si accorgesse di questo minuscolo vecchio, dall’aria quasi trasparente, rintanato nel suo angolo.

“Grazie è scomparso, per favore aiutatemi!” chiedeva con voce lamentosa.

“Vada all’ufficio persone scomparse, qui trattiamo solo di furti”.

Altra lunga attesa all’ufficio persone scomparse: alla fine l’appuntato decise che il signor Pier Favour dovesse essere un po’ svitato, un senza tetto dall’espetto derelitto di quel vecchio, e archiviò la pratica senza impegnarsi troppo.

Pier Favour chiese allora aiuto all’altro suo compagno di avventure, Prego. Misero assieme i loro magri risparmi e si affidarono a una scalcagnata agenzia di investigazione. Ma di Grazie, nessuna traccia anche dopo mesi e mesi di ricerche. L’idea dell’annuncio era venuta a Prego, che con cortese pacatezza convinse l’investigatore a fare un annuncio.

Nessuno chiamò il numero indicato. La situazione era ben grave, perciò Pier Favour e Prego si misero alla ricerca del caro Grazie. Non che Grazie frequentasse molti posti: passeggiata al parco, spesa al mercato rionale, libreria e poi casa. Tuttavia, in nessuno di questi posti trovarono traccia dell’amico.

Con una vecchia macchina iniziarono a pattugliare le strade e le stradine della città, poi della periferia e infine della campagna: stavano ormai pensando al peggio. E il peggio accadde: trovarono il signor Grazie riverso in un fossato. Non era stato ucciso: l’autopsia disse che il signor Grazie era morto di consunzione e di inedia.

Numeri numeri numeri

Nel paese di Numerolandia tutto viene ricondotto a dei numeri: si vuole ottenere il massimo risultato con la minor perdita di tempo possibile. Perché perdersi in un labirinto di nomi, soprannomi, identità, caratteri, quando si può fare affidamento ai cari, semplici, immediati numeri?

Ebbene, a Numerolandia ogni cosa è etichettata con il suo numero, come anche gli abitanti, gli animali domestici, che devono avere uno scopo ben preciso e non poltrire nel giardino, le piante e gli edifici. Tutto è attentamente schedato e catalogato, con un numero progressivo poi incollato al soggetto in questione. Non si scappa. Secondo l’amministrazione, questo è il modo più semplice per produrre statistiche oggettive, che vadano oltre il singolo individuo, per ricercarne l’oggettivo valore quantitativo. Gli sprechi sono ridotti, quindi, al nulla.

Numerolandia è, in effetti, la città delle statistiche: due abitanti su tre trovano il proprio partner entro il trentesimo anno di età, sei abitanti su quindici ha un lavoro a tempo indeterminato, di questi tre su cinque sono ultra quarantenni. Dei bambini, uno su cento è abbastanza intelligente da accedere alla scuola di formazione di statistica e numerologia applicata, gli altri verranno dirottati verso gli impieghi che richiedono manodopera, dopo una serie di periodi di apprendimento dai sei ai dodici mesi che in un caso su dieci si trasformeranno in lavoro seriamente e onestamente pagato.

A Numerolandia la galera è prevista per chi osa scrivere i numeri in lettere e non in cifre.

Ciò che Numerolandia non sembra tenere in considerazione, è che ogni numero ha una sua storia, un cuore che batte, un pensiero creativo che potrebbe non trovare una corrispondenza nei numeri. Prendiamo, er esempio, il quattromiladuecentosettantatre: è un uomo, di mezza età, disegna progetti ideati dal numero tremilaottocentotrentasei, ha una famiglia composta da due bambine e una moglie. E ha una memoria poco portata ai numeri: confonde il numero del caffè (ottantaquattro) con quello del pollo (ventiquattro), che odia profondamente. Si rifiuta di chiamare le figlie con dei numeri, che spesso confonde, e non ha mai imparato la matricola della moglie. Il numero tremilaottocentotrentasei odia essere un numero.

Continurei volentieri a descrivere i numeri di Numerolandia, ma le guardie seicentosessantacinque e cinquecentosessantasei sono venuti a prelevare l’autore: come detto, scrivere i numeri in lettere prevede la reclusione a vita.

Astolfo non vuole tornare – Pt 10

Quella voce rimaneva un grosso mistero, soprattutto dopo aver capito di averla già sentita da qualche parte. Un po’ risentito Astolfo continuò la sua passeggiata per la luna, lasciandosi alle spalle il grande edificio di marmo che gli aveva rapito una parte del suo cuore: avesse avuto le capacità, si sarebbe dimenticato della terra, per dedicarsi alle conoscenze di tempi andati.

Se re Carlo avesse saputo delle intenzioni di Astolfo, si sarebbe attrezzato con un qualche ippogrifo per andare a prelevare il suo paladino direttamente sulla luna. Non è un caso se parte del senno del sire fosse custodita in una grossa bottiglia sulla luna. Ma re Carlo non lo sapeva, e attendeva sempre meno paziente. Aveva anche saputo di un castello parlante in cui venivano rapiti i cavalieri. Pensò che quella foresta, oltre a essere un labirinto, fosse anche maledetta: mai fidarsi di voci non riconducibili a un qualche corpo.

Sulla luna non esisteva la notte, ma Astolfo non si sentiva stanco, come se il suo corpo fosse sospeso in una dimensione diversa. Per questo decise di inerpicarsi su una montagnola, per poter avere una visione più chiara di ciò che avrebbe trovato sulla luna.

Ma quella collina non era un posto qualunque. Astolfo dovette farsi strada tra una selva di colonne, capitelli, edifici immensi di cui rimanevano solo gli scheletri. Gli ricordava un immenso torace di una carcassa trascinata dalle acque: si trattava di un animale che avrebbe potuto ingoiare l’intero palazzo del re. Alle colonne seguirono le statue, molte delle quali erano mutilate, prive di qualche arto, o della testa. Alcune sembravano vittime del semplice tempo, altre della furia umana.

Più avanzava e più le statue sbiadivano, fino a divenire spiriti muti, dagli occhi vacui che puntavano verso il nulla. Emanavano un singolare senso di venerabilità e serietà, ma allo stesso tempo di decadenza e di tristezza.

“Sono gli dei del passato, numi dimenticati che hanno perso il loro potere. Voi umani li avete defraudati di ogni grandezza. A tanto potete arrivare”. Spiegò la voce.

Astolfo si chiese se le sue mani si fossero tinte di rosso per colpa di una divinità destinata a diventare fantasma.

Astolfo non vuole tornare – Pt 9

C’era una cosa che a re Carlo mancava in tutta quella vicenda: era il suo palazzo dalle vaste sale, con scribi e saggi dalle mani sempre sporche d’inchiostro. Non che fosse un grande studioso, il re, per niente, ma gli piaceva trovarsi fianco a fianco con queste brillanti menti piene di conoscenze antiche. Sapeva che in qualche monastero esistevano uomini che dedicavano il proprio tempo a copiare opere di persone diventate cenere, per evitare l’oblio di centinaia di volumi. Insomma, a re Carlo mancava la tranquillità. Sembrava quasi che fosse stanco di quella guerra, ma nessuno dei suoi uomini o dei nemici lo avrebbe mai saputo.

Mentre re Carlo si perdeva nei corridoi del suo palazzo fatto di memoria, Astolfo si perdeva del meandro di quella cattedrale di conoscenze inutili in quanto perdute. Pochi erano i volumi, i libri fatti di pagine di pergamena che talvolta aveva tenuto fra le mani. La maggior parte di quel sapere era racchiuso in rotoli, alcuni lunghi, altri più brevi, in tavolette o anche su pezzi di cuoio o pietre.

Srotolò il primo rotolo che gli capitò: era pieno di immagini incolonnate, uomini, simboli, animali si susseguivano fitti, senza che Astolfo potesse comprendere di che cosa narrasse. Aveva solo la sensazione di trovarsi in un altro polveroso tempo, al caldo, con profumi del tutto sconosciuti. Altri rotoli erano più familiari, con piccoli simboli alfabetici, talvolta anche con lettere a lui note, ma non aveva idea di che storie stessero narrando C’erano poi tavolette con degli strani cunei, incisioni su roccia, stoffe annodate, persino lastre d’oro incise fittamente. Tutti questi oggetti urlavano il loro sapere, ma il vuoto della dimenticanza impediva a quel suono di propagarsi.

Sentendosi un po’ stanco, Astolfo uscì dall’edificio. Quel silenzio gli ricordava un sepolcro pronto ad accoglierlo.

“Qui tutto è morto, anche se ognuno di questi oggetti desidera così ardentemente tornare sulla terra, da rifiutarsi di scomparire. Per questo è nato questo posto. E tu, sei qui, ma ancora la terra ti reclama, Astolfo. Cosa stai facendo?” intervenne la voce misteriosa.

“Domanda lecita. Almeno dimmi perché conosci il mio nome”.

“Te lo sei già dimenticato una volta, non farmi cadere ancora nell’oblio”. E la voce tacque.

Falene

In un mondo di inganni, ci aggiriano come falene in una selva di ombre e di incertezze. Il sole è solo un ricordo del giorno passato, una semplice linea rosata all’orizzonte, pronta a sprofondare nell’oscurità. Ombra fra le ombre, le falene si agitano tra piccoli soli che promettono vita e che regalano solo una bruciante ferita.

In un mondo di bugie, le falene continuano la loro danza sgraziata attorno a fuochi che imitano grotteschi una vita che non conoscono. Forse in cuor loro le farfalle notture sanno che è tutta un’illusione, che quella pazza notte finisrà in un buio non rischiarato nemmeno da delle semplici lanterne. Forse sanno che oltre quel vetro su cui si affannano a bussare non c’è nulla per loro, solo una delusione, ma continuano il loro gioco, continuano a battere le ali finché possono.

In un mondo di ombre, le falene cercano di trasformarsi pure loro in ombre, per non essere bruciate dalla fiamma che tanto agognano. Vestono un manto nero come la notte senza stelle e senza luna, non fiatano, e si nascondono appena al di fuori del cerchio di luce che, tremolante, cederà all’oscurità la sua timida forza.

Vulcano

Non conosco la luce del sole, ma il fuoco che mi brucia la pelle proviene dal ventre della terra. Non so quanto possa far male il disco sospeso nel cielo, Helios lo governa con un carro, ma il cuore ardente del mondo può essere distruttivo. L’ho addomesticato, certo, ma solo perché sono un dio, un titano che non può ricevere comandi e che nell’oscurità sotterranea ha trovato un rifugio e un’arte.

Sono il dio fabbro, nessun metallo ha segreti per me. Riesco a realizzare reti così sottili che nemmeno un immortale riuscirebbe a vederle. In realtà, la trappola che realizzai per il dio della guerra e la dea dell’amore avrebbe potuto essere scarlatta e spessa, e non avrebbe destato nessuna preoccupazione per i due fedifraghi. L’amore è un’altra fiamma mortale che porta con sè distruzione, ma anche un irresistibile fascino.

L’oro tra le mie dita diventa gioielli degni di un re, o anche armi scintallanti per l’eroe più valoroso. Triste destino attende chi troverà rifugio dietro questo scudo. Triste sarà la morte di chi perisce con l’odio nel cuore, e ancor più triste sarà l’anima tranciata dal corpo a causa di questa spada che sto forgiando.

Sono un titano, sono avezzo alla violenza. Io sono la violanza. Eppure tutta questa tristezza ha tolto forza dalle mie braccia muscolose, e lo sguardo divampante è diventato simile alla cenere. Il mondo lassù, quello illuminato dal sole, sa essere più triste e malinconico di quello che si estende immenso sotto il mio regno, l’Ade. Da entrambi giungono lamenti, in entrambi si prega che qualche tormento abbia fine.

Chiudere gli occhi

Sono sempre stata della convinzione che tenere gli occhi ben aperti, attenti a captare ogni singolo cambiamento, ogni accenno, ogni particolare, fosse fondamentale per sopravvivere in questo mondo. In effetti, non posso dire che sia una delle mie tante convinzioni sbagliate, diciamo che è per tre quarti giusta: sono riuscita a individuare alcune truffe, a scoprire molti furbetti che si spacciavano come tutto-fare omniscienti e anche a scovare errori che continuavano a passare inosservati. Sono parecchio affezionata allo spirito di osservazione, soprattutto quando va a braccetto con un altro spirito, quello critico.

Eppure, a volte, vorrei chiudere gli occhi e starmene tranquilla, lasciandomi andare al flusso ininterrotto di parole altisonanti e di giuramenti vuoti come un guscio di chiocciola abbandonato al sole. Sarebbe tutto più semplice, e sono certa che avrei un numero più cospicuo di conoscenze.

Una mela può essere stupeda all’esterno, ma riservare un cuore marcio a chi vada più a fondo, con conseguente disgusto e innervosimento. Perché non lasciarsi ammaliare da quella buccia così lucida che promette un interno succoso e puro?

Il denaro contraffatto è divenuto ormai la merce più utilizzata, soprattutto per le relazioni tra persone. Tanto vale far finta di non saperlo di non averlo visto. Tanto vale chiudere gli occhi.

Uno gnomo che bussa all’orecchio

Esistono delle creature minuscole, quasi invisibili, che si muovono senza sosta sulle spalle delle persone, si intrufolano tra i capelli e, talvolta, si spingono fino a bussare alle orecchie di quei giganti che non sembrano brillare per intelligenza. Non hanno un nome questi gnomi, non nella lingua corrente, in ogni caso, forse perché passano totalmente inosservati.

Non sono dei parassiti, non sono pericolosi e non arrecano alcun danno, se non magari degli strani pensieri o un fastioso prurito alle orecchie. A volte possono essere un po’ dispettosi: nulla di grave, ma chi non sarebbe tentato a sussurrare pensieri particolari, un po’ birichini o forse un po’ oscuri? E a volte sussurrano strane verità, che riescono a intuire durante la loro scalata dell’umano verso la foresta di capelli in cui trovare riparo.

La loro prospettiva diversa consente di comprendere le cose meglio e più velocemente. Così, una volta arrivati a destinazione, cercano di ricambiare il favore di una dimora con la conoscenza che hanno appreso. Ecco come nascono le idee geniali, quei colpi che non sembrano nemmeno essere frutto di una mente umana. In effetti sono frutto di una mente gnomica. Lo stesso dicasi per le improvvise illuminazioni: un amico si rivela finalmente per quello che è, un conoscente viene promosso a un gradino più vicino all’amicizia.

E quando non hanno nulla da fare, gli gnomi se ne stanno lì, a penzolare dalle orecchie, cercando di gridare i loro compari che abitano in un altro corpo per carpire informazioni utili o per valutare quanto possano essere simpatici i vicini.