Mettiamoci una pietra sopra

Era semplice per Elena dire: “Mettici una pietra sopra”. Ovvio, il problema era sua madre, nonché la suocera di Luca. Il problema era sempre lei, e Luca iniziava a perdere la pazienza. Avesse saputo ritrovare questa pazienza persa, avrebbe avuto la vita più semplice. E invece no, quella vecchia compariva sempre nei momenti più inopportuni, criticava qualsiasi cosa su cui posasse gli occhi, soprattutto se era in qualche modo legata a Luca, e poi se ne andava tra l’adulazione di Elena, il disappunto di Luca e il suo autocompiacimento.

La soluzione a qualsiasi critica di quell’arpia era: “Mettici una pietra sopra”. Come se fosse semplice. Con tutte quelle pietre avrebbe potuto lastricare una strada a quattro corsie che attraversasse tutti i continenti. Quel malcontento iniziava poi a riversarsi anche su Elena: perché non riusciva a capire il disagio di Luca? Perché non rispondeva alla madre o almeno non lo aiutava a metterci una pietra sopra?

Quel giorno era stato il culmine. Cerbero era riuscita a criticare, nell’ordine, il lavoro di Luca, perché l’infermiere è troppo umile, l’aspetto di Luca, troppo esile per la sua stupenda bambina, il giardino di casa, trascurato evidentemente da Luca, i vestiti di Luca, troppo larghi, il cibo, fatto dalla figlia solo perché Luca non le dava una mano, il regalo di Luca per il compleanno di Elena, a suo dire troppo economico, il modo utilizzato da Luca per tagliare…ma a questo punto Luca commise un errore, un fatale errore.

Luca aveva sempre sopportato per amore di Elena lo spirito eccessivamente critico della suocera. Non aveva neppure fiatato quando al matrimonio la strega aveva urlato che, fosse stato per lei, Luca non avrebbe mai messo piede nella sua casa. Ma quel giorno Luca non rimase zitto. Non parlò nemmeno, in realtà. Luca gridò. Anzi, inveì.

“Basta! Arpia, strega dalla lingua biforcuta, Cerbero! Esci di casa! Esci dalle nostre vite!”

Peccato che non si limitò a questo. Utilizzò improperi non riportabili, il tutto brandendo un coltello. Non che avesse intenti violenti, solo che stava affettando l’arrosto, per cui aveva in mano il coltello. A vederlo doveva fare paura. Talmente tanta paura che il cuore della suocera cedette. Non si sa se cedette all’indignazione o alla rabbia o al timore di finire affettata, ma smise di lavorare.

Quella volta fu molto semplice metterci una pietra sopra. Luca andava ogni giorno a guardare quella pietra, sorridendole tranquillo e riconoscente. Era libero. La sua ex-moglie aveva ragione: per risolvere un problema, basta metterci una bella, definitiva, tombale pietra sopra.

Grattare il fondo

Era da un po’ di tempo che quella famiglia grattava il fondo, in tutti gli ambiti che possono venire in mente. Grattavano il fondo della pentola, che ormai era vuota e non riservava nulla se non il rumore metallico del mestolo sui lati, grattavano il fondo dei sentimenti, la madre sempre più scontrosa, il padre sempre più assente, i figli sempre più muti. Grattavano il fondo delle amicizie, con conoscenze che cambiavano lato della strada quando si trovavano nella stessa via. In poche parole, quella famiglia era diventata un elemento di disturbo e, in quanto tale, doveva essere emarginata: nessuna pianta sopravvive senza acqua, nessuna fiamma brucia senza ossigeno.

La più giovane delle tre sorelle, Penia, se ne stava nella casupola cercando qualche rimasuglio da trasformare in cibo edibile, con scarsi risultati. Mentre contemplava la desolazione della dispensa, sentì qualcosa grattare il fondo: di solito era Penia stessa a insistere con il mestolo, ma questa volta non c’era nessuno vicino al paiolo che guardasse con aspetto affammato il vuoto del calderone. Penia di avvicinò e vide un topolino che cercava di staccare delle croste inesistenti. Quando l’animaletto sentì la ragazza, corse velocemente fuori dalla pentola. Penia lo seguì.

Ciò che incuriosiva Penia era l’esisitenza di un essere più misero della sua stessa famiglia. Quando i genitori rincasarono non fecero caso alla mancanza di Penia, e non la cercano nemmeno il giorno seguente, né quello dopo ancora. Penia scomparve, e nessuno si prese la briga di ritrovarla.

Penia stava rincorrendo il topolino e giunse in un grande palazzo sotterraneo: era la reggi dei topi. Questi animali erano riusciti ad accumulare un’ingente quantità di cibo e ciarpame che era stato scartto persino dai più derelitti degli uomini. Il topo guardò curioso Penia aggirarsi per le stanze colme di rifiuti, ma venne distratto da un rumore di zampe che grattavano. Si sporse oltre una bacinella, e vide uno scarafaggio che cercava di ricavarne delle palline di cibo. Lo scarafaggio si accorse del topo, e si diede alla fuga, inseguito dal curioso roditore.

Nessuno dei compagni del topo si rese conto della sua scomparsa, né quella sera, né il giorno successivo, né quelli dopo ancora. In una colonia di topi non si stringono rapporti molto profondi. Il topo seguì lo scarafaggio per vedere come vivesse questa creatura.

Lo scarafaggio lo portò nel grande nido di scarafaggi, una voragine che si apriva tra le fondamenta di un signorile palazzo umano. Si addentrò nelle cellette per capire come vivessero degli insetti, ma ben presto dovette fermarsi perché quel posto era troppo angusto per il suo corpo. Tornò fuori per affacciarsi a una finestrella, ma una serva lo vide e lo allontanò a suono di grida e di colpi di scopa.

La famiglia senza Penia sembrò trovare una nuova esistenza, il topo senza colonia ritrovò la libertà, lo scarafaggio scappò dal nido per cercare quel topo che lo aveva svegliato.

Astolfo non vuole tornare – Pt 14. FINE

“Astolfo non vuole tornare” concluse Carlo amareggiato. E se fosse stato Astolfo non sarebbe tornato.

“Astolfo deve tornare” pensò Orlando prima di ripiombare nella sua furia distruttrice.

“Astolfo sta tornando” sospirò Isabelle vagando tra bambole di pezza di una luna ormai deserta.

“Astolfo è tornato” borbottò Astolfo scendendo dal carro trainato dal fidato Ippogrifo. In tasca teneva una bottigleitta che recava il nome di Orlando, vicino al cuore la bambola di pezza dai capelli rossi. Quella bambola aveva un nome, se lo era ricordato solo una volta varcata l’atmosfera della terra: Isabelle la ragazza dai capelli rossi, la sua amica e compagn, scomparsa prima in un fiume e poi nei vortici della sua memoria.

Non andò da re Carlo, non gli avrebbe mai creduto. Si perse prima nel bosco alla ricerca di Orlando o forse nella speranza di tornare sulla luna a riscattare la sua Isabelle. Dopo un breve girovagare trovò il compagno con gli occhi folli, ma più luminosi di Venere. Non era armato, le mani erano sporche del suo stesso sangue e i capelli in disordine sembravano nidi di uccelli. Gli fece bere la bottiglia, ma non fino alla fine: troppa saggezza fa male.

Con Orlando tornò al campo e si chinò davanti a re Carlo.

“Orlando, era ora che tornassi da noi. E anche tu, Astolfo. Dove eri finito? Sei andato sulla luna?”

“L’uomo non può andare sulla luna, mio signore. Ma ho riportato un paladino rinsavito e un consigliere pentito”.

Astolfo non venne punito, Orlando riprese le sue eroiche gesta senza soffermarsi troppo sulla sua poca eroica pazzia. Tutto tornò alla normalità. Anche sulla luna, Isabelle trovò pace, e prese dimora nel cuore palpitante di Astolfo.

FINE

Astolfo non vuole tornare – Pt 13

Perché tornare in un mondo senza memoria? E perché affannarsi in una guerra senza senso? Astolfo e Carlo si facevano domande senza una risposta, il cavaliere e il re indugiavano nella ricerca di una soluzione che non causasse la loro rovina. Astolfo non stava male sulla luna: non gli era mai piaciuto il mondo terreno e ignorante. Quel titolo di saggio gli pesava più di un macigno, soprattutto ora, soprattutto da quando era scappato dalla battaglia. Per Carlo era la corona a pesare: aveva causato morti, aveva portato la distruzione, e vedeva i suoi paladini inseguire chimere di amori. La sua chimera era ben più grande, e si chiamava eternità.

C’era una leggenda secondo la quale sulla luna venivano custoditi tutto ciò che gli uomini perdevano. C’erano storie di cavalli alati capaci di raggiungere l’Olimpo. C’erano voci di profeti su carri di fuoco. Ma re Carlo non aveva mai visto nulla di ciò. Il suo cuore bramava l’esistenza di queste magie, ma la sua mente lo metteva a tacere: era un uomo, e del mondo caduco si doveva occupare, le storie erano materia dei bambini.

Era un uomo, in carne e ossa, ancora nei pensieri di molti, Astolfo lo sapeva: doveva tornare. Lo capiva guardando l’ippogrifo che scalpitava nel tentativo di trovare qualche filo d’erba su quella distesa di brullo ferro.

“Prima o poi altri uomini metteranno piede sulla luna” disse la voce.

“Alla ricerca del senno di un qualche eroe?”

“No, alla ricerca di conoscenza, o forse per una semplice gara. Voi uomini siete strani. Ma non troveranno nulla di ciò: vi dimenticherete anche come si fa a sognare”.

Astolfo cercò con lo sguardo: “Si può sapere chi sei? Ti ho già conosciuta, vero? Quando ero bambino, quando ero un innocente”.

“Astolfo, non ti crucciare e aiuta il tuo amico Orlando. Il re ha bisogno di voi, e non solo lui. L’ora è giunta, devi andare”.

Il cuoco

Un pittore usa pennelli e colori, il Cuoco utilizzava altri strumenti, ma il risultato non era da meno: pura arte. Ma nell’ultimo periodo la sua arte si era un po’ offuscata: le note amare si facevano ogni giorno più preponderanti, le salse tendevano a fare grumi, il sale era sempre mal dosato. Il Cuoco era molto contrariato: la sua arte sembrava essere in forse.

Il problema non era certo la sua tecnica a peccare, era l’umore a non funzionare. Il problema era chiamato Sylvie. Sylvie era come una maionese ben fatta: leggera, gustosa e con carattere. Sylvie era la moglie del Cuoco, e ne era stata anche la musa: i migliori piatti erano stati realizzati al suo pensiero. Al Cuoco non piceva ammetterlo, ma anche i peggiori piatti dipendavano interamente da Sylvie. Lei era la sua fortuna e la sua rovina.

A far impazzire la maionese, era stato Marc. Marc era il male, Marc era l’amante della bella Sylvie. E il Cuoco era venuto a saperlo da delle risatine che erano sfuggite dalle labbra di due suoi aiutanti, entrambi licenziati in tronco. Le risate erano scomparse, ma non il dubbio del Cuoco, che continuava a corrodergli il cervello come una goccia insistente di aceto. Marc doveva essere eliminato, per ripristinare l’ordine, per impedire alla mionese di impazzire di nuovo.

Il cuoco aveva organizzato una cena a due con la moglie. Lui e lei come ai vecchi tempi, senza alcun terzo incomodo. Marc sarebbe stato eliminato. Con questo pensiero fisso, il Cuoco aveva preparato una delle cene più riuscite della sua carriera, e tutto per riconquistare la moglie, per dimostrarle che era lui il suo eroe. Marc era stato eliminato.

Esatto, Marc era stato eliminato.

Era questo il pensiero che accompagnò il Cuoco mentre vedeva Sylvie mangiare il filetto con gusto. Marc non era più un problema.

Dicono che il Cuoco e la dolce moglie fossero impazziti. Dicono che nascondessero un segreto più grande di qualsiasi ricetta da Cuoco acclamato, e che questo segreto cementasse il loro matrimonio. Marc non si fece più vivo.

Euridice

La mia corsa mi ha portato alla morte. Orfeo, non pensare più a una ninfa che non potrà mai più ascoltare la tua musica. Il colpevole è quel serpente velenoso nascosto tra l’erba. Destino beffardo il mio: molte ninfe sono diventate costellazioni, io sola sono precipitata in questa notte senza stelle. Gli occhi sono diventati ciechi, e la mia bocca può pronunciare solo un nome, quello del mio amato Orfeo.

Mia amata Euridice, il buio è calato sui miei occhi. Mai più potrò ascoltare la tua voce, mai più godrò della tua risata. Un serpente ti ingannò, e ora non sei che ombra muta nel Tartaro. Nel mio canto riecheggia una sola parola, il tuo nome, mia adorata Euridice. Se solo potessi scendere e pregare la dea della morte, Persefone, che ha conosciuto il calore del sole, e il dio degli inferi, Ade, che ha amato la vita, potrei riportarti in vita. Il mio canto smuove anche i cuori che non palpitano più.

Luogo terribile gli inferi, Orfeo Mi tormentano ancora le tue note, sento la lira rieccheggiare nel buio senza fine. Anche tu hai seguito le mie orme? Mio amato Orfeo, che gli dei non vogliano! E se davvero sei tu che spargi questo caro suono, perché non ti volgi? Perché non mi parli? Io non posso che seguire quest’uomo senza volto, come un serpente ammaestrato segue la melodia del suo incantatore.

Ai mortali non è concesso scendere vivi in questo regno, ai morti non è consentito riemergervi. Ma è stato Ade a concedermi questo onore, è stata Persefone a darmi questa possibilità. Gli occhi umani non possono vedere il mistero dell’oltretomba, e quindi non dovrò voltarmi, non potrò sorridere alla bella Euridice finché non usciremo finalmente da questo labirinto sotterraneo. Seguimi, Euridice, seguimi e non abbandonarmi ancora.

Non è il sole quello che vedo? Certo, tu sei Orfeo, ora ti vedo in volto, amore. Ma agli spiriti non è concessa una seconda occasione. Addio Orfeo.

Euridice, come un sogno sei scomprsa. Euridice, come aria ti sei dissolta. E io, dannato, invoco lo stesso destino.

Indecisi

Che cosa pensava Persefone mentre veniva trascinata nell’oltretomba? Che cosa pensavano Castore e Polluce quando si alternavano senza mai fermarsi a parlare?

Se ne stavano indecisi, fra luce e ombra, fra vita e morte, senza osare guardare in volto la forza distruttrice di una vita pronta a ripiegarsi su se stessa, senza avare il coraggio di affrontare il ventre freddo che avrebbe accolto la loro eternità. Sono in bilico, non fanno una scelta.

Forse è una semplice paura. Paura di deludere la vita, di sprecare un’esistenza così caduca, ma piena di potenzialità. Paura di vedere svanire la forza in un labirinto sempre più marcato sul volto. Paura di non essere all’altezza.

O forse è timore che il ventre freddo sia solo terra umida e fertile, che inghiotte voce e sentimento per produrre altra terra e animali ciechi. Timore di un’eterna dannazione, di rimanere bloccati come anime in pena che conoscono solo il sospiro del rimpianto.

Che cosa pensavano Persefone, Castore o Polluce? Probabilmente che tutto stava per cambiare. E non in meglio.

E io ti giudico: colpevole!

C’è chi è capace di scalare il trono della giustizia e sedere tranquillamente, giudicando idee, azioni, pensieri e parole di tutta l’umanità, non solo dei rei. Prima o poi tutti usurpiamo quel seggio, ma qualcuno ci prende proprio gusto. Se ne sta lì, tronfio e boroso, con il sorrisetto stampato sulla labbra a sputare sentenze e a pensare quanto quelle sentenze suonino bene, quanto sagge siano le sue parole, quanto lungimirante sia il suo pensiero.

Il prossimo.

Vede, io non credo. Non credo nella vita dopo la morte, non credo in una punzione divina, non credo in un dio. In effetti, stento a credere anche nell’umanità.

Il tuo pensiero è fallace, tapino. Cinquanta sferzate. Io ti giudico: colpevole! Il prossimo.

Io odio, ho odiato e odierò. Non perdono con facilità, ma non nascondo questa mia indole. Anche con parenti e congiunti, evito chi mi ha ferito. Non provo pena per chi ha causato tanto dolore.

Bisogna sempre dimostrare pia compassione.

Anche il pio Enea uccise un giovane principe per colpa di una cintura.

Enea era un pagano. Carcere a vita: il tuo comportamente non è conforme al mio. Io ti giudico: colpevole! Il prossimo.

Voglio diventare qualcuno di importante, voglio scrivere, provare a comunicare. Voglio che il mio nome non cada nell’oblio.

Pecchi di vanagloria, e solo il mio pensiero è quello che conta. La pena è la morte, perché ti sei macchiato di sovversione. Io ti giudico: colpevole! Il prossimo.

Il tuo trono è di cartapesta, le tue parole vane. Non sei altro se non un bambino vizito che non tocca la terra neppure con la punta dei piedi. In effetti, tu sei: colpevole.

Astolfo non vuole tornare – Pt 12

Il tempo perduto non trova spazio neppure sulla luna, o quel piccolo sasso sospeso nell’universo dovrebbe raggiugere le dimensione dell’universo stesso. Un bel problema, soprattutto per la terra che ne risulterebbe schiacciata.

Per cui niente tempo perduto sulla luna. Ma i detriti che il tempo lasciava alle sue spalle occupavano una importante valle, tutta colma di oggetti di vari dimensioni. La parte che Astolfo visitò apparteneva al settore Bambini. Vi erano riversati centinaia, migliaia di giocattoli e pupazzi appartenenti a varie epoche e a parti del mondo che non avevano fatto la reciproca conoscenza.

Astolfo si perse in quel dedalo di vie che gli ricordava il labirinto della foresta in cui tante volte aveva perso la strads. Una leggera nostalgia affondò gli artigli nel suo cuore, ma Astolfo non avrebbe saputo dire se fosse per il ricordo della sua terra o se fosse per la desolazione di quell’angolo di luna.

Astolfo si ricordava di essere stato bambino, ma ormai gli pareva di aver vissuto troppe vite, di aver visto troppo sangue per poter trarre piacere da quei ricordi. Giocava con i fratelli con spade immaginarie, rideva come mai avrebbe fatto: nessuno vuole un saggio che ride come un bambino.

“Peccato, mi è sempre piaciuta la tua ironia” notò la voce.

“E tu cosa ne sai della mia ironia?” commentò Astolfo rigirando con delicatezza tra le mani una rozza bambola di stoffa dai capelli rossi. Gli ricordava vagamente di una bambina, ma venne distratto da un movimento che intercettò con la coda dell’occhio.

“Ti ho visto, fatti vedere!” urlò il guerriero mentre rimetteva a posto il giocattolo.

“No Astolfo, non potrei mai”. La voce era un po’ più lontana del solito.

Il cavaliere cercò la via di uscita, ma l’avanzata era rallentata da cavalli di legno, piccoli strumenti che producevano un dolce tintinnio, maschere multicolori, trottole e palle di straccia. Per quanto provasse a liberarsene, sembrava che quell’impero di ricordo gli stesse franando addosso.

Astolfo non vuole tornare – Pt 11

Dei e regni sarebbero caduti nell’oblio condividendo il fato di manufatti e azioni umane. L’uomo sembra contagioso con la sua mortalità e la dimenticanza. Astolfo se ne andava per la luna pensando a quanto fosse labile la mente umana, mentre re Carlo si perdeva per il bosco pensando a quanto fossero sfortunati i propri soldati. Alcuni impazzivano, altri scomparivano, o soffrivano nell’amare un nemico, o perivano sul corpo di un compagno morto. Qualcuno si trasformava persino in cavernicolo e tentava di trascinare qualche bella giovane in una caverna. Quella guerra era proprio strana: i paladini si allontanavano dal campo di battaglia di continuo e belle fanciulle si aggiravano tra i cavalieri come se stessero assistendo a una parata militare. Re Carlo inziava a perdere la pazienza.

Mentre il re si innervosiva, Astolfo giunse in riva a un largo fiume, che aveva l’aria di essere anche molto profondo. Questo corso sembrava a sua volta generato da una cascata che si perdeva nell’immensità dell’universo. Ad Astolfo non venne nemmeno in mente che potesse contenere acqua questa strana visione: era ormai consapevole delle strane regole che vigevano sulla luna, o della loro assenza. Inoltre, non c’era rumore d’acqua scrosciante, ma una sorte di sbuffo ininterrotto e amplificato che proveniva dal fiume. A vederlo da vicino, sembrava costituito da figure umane molto allungate e assottigliate tanto da cancellare quasi del tutto le fattezze. Una assomiglava, però, proprio a re Carlo, con tanto di corona.

“Voce senza nome, che cosa sono queste?” urlò Astolfo al vuoto.

“Per una volta mi chiami tu in persona, strano. Comunque sono le pazienze. Hai presente quando ti lamenti di aver perso la pazienza? Ecco, in quel frangente la tua pazienza si trova qua sulla luna, precipita dalla grande cascata e scorre via, fino al lago senza fondo, che si trova sul lato oscuro della luna. Io non vado mai da quelle parti, per timore di perdermi del tutto”.

Astolfo sembrava essere molto divertito. Anche gli uomini più pazienti raggiungono il loro culmine, per poi sbottare stizziti contro la causa del disturbo.

“Ma la pazienza torna” osservò Astolfo.

“Certo” rispose la voce “la pazienza torna, il tempo perso a sbuffare no”.

Il sorriso sul volto di Astolfo si allargò: quella voce cominciava a stargli simpatica.