Tutti in carrozza – Pt 4

Andrea si alzò e guadagnò il corridoio, dove si fece strada tra bagagli, bambini, galline e persone accovacciate. Aveva bisogno di muovere le gambe: non era abituato a stare fermo e seduto. Il suo posto venne subito occupato da un energumeno dallo sguardo vivace.

“Che errore, amico” lo canzonò il gigante.

Con un occhio clinico Andrea diede all’uomo non più di dieci anni di vita. Aveva lavorato in uno studio medico, e ormai aveva competenze pari a quella di molti dottori. Peccato gli mancasse quel pezzo di carta.

E così era finito nei guai. Ma ormai la città era un puntino alle spalle, che presto avrebbe dimenticato il suo errore. L’energumeno aveva ragione: il suo errore era stato enorme.

Tutti in carrozza – Pt 3

“Tutti in carrozza”

“Fermate la strega”

Le due urla si sovrapponevano nella mente di Ivanne mentre il treno scivolava fuori dalla stazione, lontano da Luc, lontano dal passato.

Strega. Molti l’avevano chiamata in quel mondo. Se fosse stata davvero una strega di Luc non sarebbe rimasto nemmeno un dente. Era un’erborista, molto semplice: aveva imparato l’arte dalla vecchia nonna con cui era cresciuta. Radici e bacche non avevano segreti, foglie e fiori erano la sua specialità. Luc non tollerava quella sua capacità. Luc non tollerava nulla che fosse strano, in effetti.

E mentre il treno prendeva velocità, si rese conto della scomodità del sedile, le gambe iniziarono a dolerle e il suo pensiero si fermò sulla necessità di fare una passeggiata e abbandonare quella rigida posizione, nonché gli avidi occhi del vicino.

Ivanne si alzò e uscì nel corridoio.

Sogni

Non era la perfezione il cielo che si rifletteva nei suoi occhi: a tratti si rabbuiava e si offiscava, lasciando scie di nuvole, alcune malinconiche, altre più leggiadre. E una libellula attraversò il suo campo visivo, portando fra le zampe un sogno scintillante come un raggio di sole.

Il sogno piombò su di lui e si infranse in mille schegge. Folgorato, il corpo sprofondò nel prato, che divenne liquido come un oceano e sentì la camicia seguire il flusso, mentre un pesce guardava curioso questo estraneo che riusciva a respirare pur senza branchie.

La libellula fece l’occhiolino, e l’acqua si fece cristallo e si trovò in un universo intangibile, colmo di musica, in cui erano sospesi pianeti e stelle, con un ordine che i suoi occhi sgranati riuscivano a carpire e comprendere. Il vuoto si aprì e precipitò nell’aria, ma prima di toccare il suolo la libellula gli regalò un paio di ali. Gareggiò allora con le aquile e con le rondini, e vide quelle nubi di prima farsi enormi.

Quando riaprì gli occhi, la libellula era scomparsa, con un sogno ben stretto tra la sue zampe.

Lo sforzo

L’impegno è immenso, le vene del collo si gonfiano e affiorano, il sangue cerca di sfondare le pareti e la pelle sembra strapparsi e avvampare. La fatica è enorme. Per fortuna che il corpo esterno non mostra tutti questi sintomi, ma solo una certa stanchezza.

A sbuffo segue lamento, a lamento sbuffo. Una locomotiva di fine diciannovesimo secolo sarebbe meno rumorosa. E ancora sbuffo e lamento, e poi due sbuffi e quattro lamenti. Ercole con le sue fatica non si è mai sforzato così tanto, è certo.

Dopo tutto questo rumore, il risultato è ben misero. Nulla, insomma. Ideare un finale positivo proprio non ci riesco. E nemmeno a installare un pensiero fermamente positivo. Tanta fatica per nulla.

O forse una caparbietà mentale che è più incallita di quanto pensassi.

Tip tap

La musica, la musica entra nelle vene, scorre tra le arterie e rompe i bronchi in un impeto di allegria senza confine. E senza confine sono anche la gioia e la forza del cuore che non vuole conoscere riposo. Il ritmo era sovrano, la ragione si era sopita.

Tip tap

Che strano suono si stava spandendo nell’aria e tra i presenti. I problemi si facevano piccoli cardellini racchiusi in gabbie e silenziati da una risata di bambino. Tutto cambiava, la prospettiva mutava, come se il cannocchiale della vita fosse stato girato. Gli occhi si sgranavano stupiti di tali mutamenti.

A poco a poco la speranza che quello fosse il vero mondo, che tutto postesse risolversi in movenze scomposte, da chimera assumeva un aspetto sempre più reale. Eppure è solo una banale musica.

Tip tap

Se tutto fosse così semplicemente mozzafiato come un ballo, la vita sarebbe degna di essere danzata.

Essere in forma

Essere in forma è difficile, è questione di esercizio, di lungo esercizio, e fatica, sudore, e ancora esercizio. Essere in forma era fondamentale per Quadrato, Triangolo e pure per Ottagono, senza contare Esagono, che aveva un fratello gemello che proprio non gli piaceva, ma questa è un’altra storia.

Non tutti erano propensi all’esercizio. Prendete Luca, o Elena, o persino Iris e Giuseppe: loro proprio odiavano gli esercizi, e la forma se ne andava tristemente. Quadrato ancora ancora si salvava, Triangolo protestava per il fatto che le sue tre forme venissero confuse, Ottagono ed Esagono piangevano ogni giorno perché i lati non si incontravano mai e gli angoli senza confini si perdevano nell’infinito.

E così decisero di coalizzarsi, Quadrato, Triangolo, Ottagono ed Esagono. Decisero che la forma se la sarebbero presa, anche da soli. Da Luca, per esempio, presero una falage per tappare un buco al vertice di Ottagono, per Esagono rubarono a Iris un alluce come punizione per averlo disegnato tutto storto. Quadrato fece una sortita, e conquistò il naso di Giuseppe, così si sarebbe vergognato così come lui si era vergognato. E Triagolo a Elena sottrasse qualche dente, tre per l’esattezza.

Ottagono, Esagono, Triangolo e Quadrato si rimisero in forma e si diedero alla macchia.

Tutti in carrozza – Pt 2

“Tutti in carrozza” sbraitò il capotreno. Dopo aver ondeggiato, l’ombrellino scomparve e Andrea si fece strada fra la folla per prendere posto su una delle malmesse panche.

“Tutti in carrozza” urlò il capotreno e Ivanne chiuse l’ombrellino per entrare nella confortevole carrozza di prima classe, seguita da un valletto che le portava i bagagli.

Una volta seduta, tirò un sospiro di sollievo: alla banchina non si era presentato il marito, nessuno aveva tentato di trascinarla di nuovo a casa. Forse vedendo la cassaforte vuota, al povero Luc era venuto un infarto. Poco male: in tal caso sarebbe diventata una vedova, ancora più libera di quanto non lo fosse in quel momento.

Ivonne stava scappando verso l’ignoto, ma odiava i disagi della povertà. Non era neppure la prima volta che sceglieva quella strada: qualche anno fa era stato Luc a salvarla da una povertà assoluta. Ma ora era Luc a toglierle il fiato, e quindi Ivonne gli aveva tolto il denaro. Una giusta ricompensa.

Il treno sbuffò e iniziò a muoversi. Lontano si sentì un grido “Strega, ladra!”.

Tutti in carrozza – Pt 1

Era arrivato il momento di andare, trascinando una valigia piena di ricordi e di cianfrusaglie, un cuore colmo di nostalgia e di timore. La paura è la migliore amica di qualsiasi viaggiatore che non sia un avventuriero incallito. Si lascia alle spalle la certezza per poi gettarsi fra le braccia dell’ignoto.

Andrea era in attesa sulla banchina con stretta in mano la maniglia della valigia. Non che volesse partire, ma doveva. E si era guadagnato un fantastico biglietto di terza classe che lo avrebbe portato in terre poco conosciute dall’uomo. Andrea aveva perso tutto, e quindi doveva cominciare di nuovo dal nulla.

Il treno si fermò con un rumore di ferraglia e sbuffi degni di un mostro delle leggende. Guardò i suoi compagni: avevano abiti scuri e consunti dalla povertà. Lontano, ben lontano dal ventre incandescente della locomotiva, poteva intravvedere un vezzoso ombrellino rosso con ricami dorati.

Equilibrio

Anche una farfalla muove il ramo su cui si posa. Vanessa guardava le piccole fate alate che volteggiavano scherzose nel giardino, e si sentiva ancora più pesante.

Aveva cercato l’equilibrio, aveva tentato di trovare il suo ramo sul quale trovare riparo, ma si era posata sempre su terreni argillosi, che franavano al minimo tocco. Non era riuscita a posarsi senza distruggere il sostegno.

Ora guardava quella farfalla, che si molleggiava pigramente sul ramo mosso dall’alito delle ali, e sognò anche lei di avere quella capacità, di ammantarsi di colori sgargianti, di arancio e oro, per poi litigare con il vento e deridere la terra, amare il polline e fare l’occhiolino al sole.

La farfalla si allontanò. Il ramo tornò al suo posto. Tutto era tornato come prima.

Odore di incenso

Una nuvola si stava spendendo tra le colonne silenziose e solenni del tempio: aveva l’odore acre e pesante della solennità. Gli arrivava come un artiglio alle narici, le solleticava per poi ritirarsi silenzioso a preparare un altro incorporeo attacco. Il silenzio gravava sulle teste dei presenti e avvolgeva quel corpo che ormai non aveva più respiro, che era solo carne, solo ossa e liquami.

La macchina perfetta si era bloccata, deteriorata da un uso eccessivo, e ora non rimaneva che quel sentore di incenso e promesse di un mondo che non conosce terra, e che non ammette sospiri. Dietro lui il respiro pesante dei vivi si faceva sentire, come se volesse urlare sommessamente che in quei corpi dimorava ancora la vita.

Il suo corpo urlava non sentito. Lui c’era, il suo sangue fluiva, il cuore accelerava e i polmoni sibilavano. Era vivo.

Guardando il feretro non provò pietà né tristezza. Solo un vago senso di sollievo. Lei non c’era più. Quella vecchia non lo avrebbe più tormentato. Anche l’odore di inceso infine si diradò.