Aprire l’ombrello

“È un po’ strana quella”. “Hai ragione, non c’è da fidarsi”. “Giulio, torna qui, non avvicinarti alla signora, non sta bene”. “Meglio allontanarsi, non si sa mai cosa potrebbe fare una come lei”.

In realtà Angela non era pericolosa, non aveva mai fatto del male a nessuno, nonostante nella sua lunga vita ne avesse avuto le occasioni e anche la tentazione. Angela era anziana, era abituata ai bisbigli e alle risatine che la inseguivano ovunque andasse.

L’unico errore commesso da Angela stava in un ombrello, un grande ombrello nero che portava con sé notte e giorno ovunque andasse. L’altra persona che aveva questa singolare abitudine era Diego, ma era scomparso anni prima, lasciandola, oltre che vedova, anche sola.

A dirla tutta, non era neanche l’ombrello che destava scalpore, ma il fatto che lo aprisse e chiudesse di continuazione, soprattutto quando parlava con gli altri. Non con Diego, però: la prima volta che si erano parlati pioveva, ma si dimenticarono di aprire gli ombrelli e mai una loro conversazione venne condivisa con quello strumento.

“Perché porti in giro sempre l’ombrello?”

“La tua mamma sa che sei qui?”

“No. Anch’io porto sempre il mio orsetto, ma lui è morbido”.

“L’ombrello è utile”.

“Solo se piove”.

“Bimbo mio, sei troppo giovane per capire. La pioggia bagna solo. Puoi prenderti un raffreddore, puoi inzupparti, ma alla fine è solo acqua. La maldicenza e la falsità, quando cadono, possono sotterarti. Ma io sono pronta a tenerle lontane”.

Il bambino rise e corse via.

Immagini

Davanti agli occhi, o forse dentro la sua testa, scorrevano lampi di colori, come un film impazzito che tentava di seguire il battito folle del cuore di un colibrì.

La fontana di una casa che non esisteva più gli bagnava le mani paffute e rosse per il freddo, ed era felice.

Una risata si spandeva per l’aria, forse un po’ troppo acuta, forse un po’ troppo rumorosa, ma non aveva problemi, non aveva confini.

Quel sorriso galleggiava sopra di lui, e si sentiva protetto.

I giochi vennero rimpazziati da libri, fogli, carte, penne. E scoprí nuovi mondi, alcuni affascinanti, altri terribili, alcuni spaventosamente reali, altri magicamente falsi. E sogno si confuse con realtà, realtà scivolò in immaginazione, e immaginazione spiegò le ali per raggiungere l’universo.

E c’era anche lei, il suo sorriso, le sue parole, la carne e il respiro. Lei era il sogno che si era svegliato al momento sbagliato, che aveva assaggiato la fiele del mondo credendo che fosse nettare. La delusione gli tolse il fiato.

Ma il film doveva continuare. Racchiuse l’amore per lei nel cuore, come i petali di una rosa racchiudono il proprio segreto, e vide scivolare via altri giganti e anche qualche nano.

Vide le vittorie e le sconfitte. Vide re umani e regni di api. Era tutto così veloce, tutto così confuso. Strinse le mani a mille persone senza volto, sorrise e pianse.

Per ogni vertebra vide una storia, per ogni respiro sentì una voce. E sperò di non vedere la fine di quella strana commedia.

Campanelli nella notte

Si sa, i dottori a volte sono un po’ frettolosi a dichiarare il decesso. Basta uno specchietto non appannato, e la vita viene considerata una frivolezza del passato, e la tomba una sicurezza futura. Per questo avevano messo un campanello, collegato all’interno della cassa per permettere al malcapitato di comunicare la sua esistenza.

E quella notte un campanello suonò, peccato che non ci fosse nessuno a sentirlo. Suonò una, due, tre volte, come un grido d’aiuto e di disperazione, ma il guardiano se ne stava chiuso in casa. I non morti fanno paura ai vivi, ma non agli altri non morti.

“Grazie signore. Che esperienza terribile: mi sono svegliato in una cassa. Chi è lei? Come potrò ricompensarla?”

“Poco importa. Io sono un non morto, io sono un non vivo”.

“Non esistono creature come queste. Mi dica la verità”.

“Oh signore, anche lei è come me, non creda. Che sia chiaro: non sono mai morto io, il mio cuore pulsa, respiro, mangio e bevo. Eppure non esisto. Per il mondo io non sono nulla. Un numero, al massimo, che vive nell’ombra. E lei, come crede di ripagarmi? Non rinunceranno facilmente alla eredità”.

“Non voglio essere un non morto”.

“Non è male. Non perderà pezzi di pelle e non si esprimerà per grugniti. È una nuova vita. Le piaceva molto quella vecchia?”

“No, ma è l’unica che conosco”.

“Ecco, era già un non morto, allora”.

Ci sono notti in cui le campane chiedono aiuto agli spiriti.

Emergere

L’ultima volta che l’ho visto emergeva dalla nebbia, da una nube che sembrava essere sprigionata dalla terra stessa. Non aveva un corpo, era spirito, spirito senza ossa, senza carne. Era lui, lo riconoscerei tra un’umanità intera, eppure non era reale. Tutta colpa di quella nebbia, vera come il freddo della notte che scivolava nelle ossa, fittizia come un incubo che prende possesso della mente.

L’ultima volta che l’ho visto era ombra nella nebbia. Portava con sé l’odore della disfatta, il sentore che qualcosa fosse cambiato per sempre. Potevo vedere il peso sulle spalle e il volto era rivolta a terra come se vi cercasse impressa una risposta. Nonostante tutto, però, era lì, davanti a me, ormai fuori dalla nebbia.

Lo sconfitto a volte può considerarsi vittorioso per il solo fatto di trovare ancora un motivo per respirare. Nella nebbia si era perso, la nebbia conteneva le sue preghiere di morte e fuori dalla nebbia si era ritrovato.

Infine era emerso, mi aveva raggiunto e superato, lasciandomi solo a fronteggiare quella nebbia che avanzava.

Tutti in carrozza – Pt 6

“E tu che vuoi?”

Per un attimo Ivonne pensò che suo marito l’avesse raggiunta lì, nel corridoio su cui si affacciavano gli scompartimenti di prima classe. Ma Luc non era lì e quell’uomo era solo un ricco viaggiatore. Gli sorrise.

“Mi deve scusare, pensavo di conoscerla. Ivonne, per servirvi”.

Il grassone si addolcì “che cosa ci fa una signora senza accompagnatore? Lo avete lasciato in cabina?”

“Monsieur è mancato”.

“Vedova, dunque”.

“Vedova e alla ricerca di qualcosa di nuovo” disse Ivonne mentre se ne andava sorridendo.

Forse aveva trovato il nuovo Luc.

Tutti in carrozza – Pt 5

Errori su errori. Ecco cosa era stata la vita di Andrea. Era cresciuto con la convinzione di dover occupare il minor spazio possibile, esalando il numero minore di parole, ma ora si sentiva un gigante dalla voce di tuono. Voleva essere visto e ascoltato.

Andrea agguantò la porta e si trovò nell’altra carrozza di terza classe. Anche lì storie brune si il trecciavano per il tempo di un viaggio. Una giovane madre teneva stretti i piccoli guardandolo sospettosa, una signora con un merletto troppo logoro fissava imperterrita il paesaggio correre all’indietro, premendosi un fazzoletto sul naso. E più là se ne stava accovacciato un ragazzo che gli ricordava Pierre.

Pierre era il suo errore. Pierre era la sua persecuzione. Pensava di avere una mano da medico, ma si ritrovò a usarla come un macellaio. Tutta colpa di Pierre.

“E tu, che vuoi?”

Faro

La notte sta ruggendo. Non parla con voce umana, non racconta di terre inesplorate. Ha preso la cupa voce della morte. Io so come morirò. Morirò tra le braccia del mare, con i capelli sporchi di sale. L’ho visto nel grande occhio che splende nella notte.

La mia non è una nave pirata. Sono solo un mercante che ha conosciuto porti dai colori sgargianti e città multicolori. Ho visto molto, ma ciò che anelo di più è quella luce vigorosa che sfida la forza del mare. È l’occhio che urla il pericolo, è l’occhio che annuncia la casa.

Ma vedrò più la mia casa? Il mio destino è già scivolato sotto la chiglia della nave e l’albero maestro ha chinato il capo, come se fosse curioso di vedere pure lui gli abissi. Non dovrà aspettare troppo. Stiamo arrivando.

Eppure là, all’orizzonte vedo un lampo conosciuto. Forse un altro giorno ascolterò la musica funebre di un mare che chiede un dazio particolare.

Isole alla deriva

Qualche capitolo dopo l’inizio della storia, queste isole non erano separate, non se ne stavano solitarie e imbronciate, ma era unite, parlavano la stessa lingua, erano un’unica cosa. All’inizio si viveva in una sconfinata Pangea.

Guardataci ora. Ogni isola cerca di conquistare il proprio spazio di mare. Non conosce le sue simili, che sono considerate come semplici alleate o come temibili nemiche. La regola che sta alla base è che ognuna è nemica dell’altra.

C’era un tempo in cui le isole non avaveno confine, ma spinte di repulsione le hanno disgregate. Ogni giorno, passo dopo passo, la loro distanza si fa sempre più vasta, e arriverà il momento in cui l’una si dimenticherà dell’altra.

La Pangea era luogo di lotte interne, scontri e attriti. Il mondo a isole è il luogo delle lotte esterne, assurde e frivole.

Petali

Vidi piovere petali, una pioggia leggera e asciutta, silenziosa e quieta. In un mondo che non osava più fiatare, ho visto i fiori cedere la loro corona e guardare con occhi sgranati un cielo muto.

Ho sentito la terra trattenere il fiato, e aspettare che quello stesso cielo concedesse una tregua. Era una preghiera silente di un’immensità che non conosce voce.

Ho visto l’aria sospesa squarciata da un grido. Quel grido rimase là sospeso e terribile. Mai avrei osato pensare che un simile suono potesse piombare in quella immobilità.

E tutto cambiò. I petali non caddero più sul piccolo corpo che mi ritrovo, e mi rintanai nel ventre oscuro del mondo.

Non capisco…

Pardon

Hai imparato il francese?

Era per non creare traumi. Ho sentito un accento francese negli ultimi giorni.

Lascia perdere. Io non so il francese. E non capisco perché debbano parlare inglese con pronuncia francese. E già capisco poco di mio. Cosa vuoi, in ogni caso?

Sono comparsi strani oggetti non identificati nell’acquario. Mi devo preoccupare?

Attento che non ti mangino.

Sblurp! Possono?

Che credulone, ti pensavo più intelligente.

Sono intellugente. Splurb! Per esempio questo, cos’è?

Lascialo giù. È una roba virtuale, che non so cosa debba fare. Non toccarlo: sono già abbastanza in confusione così.

Sblurp. E questo.

Saperlo! Secondo te?

Secondo me questa boccia si sta riempiendo di guai.

Per una volta, penso tu abbia ragione.

Sblarp, sblurp! Siamo proprio rovinati! Sblorp!

E pensa che non puoi neanche scappare.

Non ricordarmelo. Sblerp!