Amadriadi

Non senti questi sussurri, queste voci che si rincorrono scorrendo sui lunghi rami degli alberi, che scambiano facezie con gli abitanti del bosco?

Qui ogni elemento ha la sua anima. È un bosco che conosce il divino, che ha visto le dee bagnarsi nei suoi specchi d’acqua, che è stato testimone di sfide di canto, di inseguimenti. Mille storie, racconti sussurrati concimano queste terre.

Non toccate quei tronchi, non abbatteteli. Ci sono ninfe che conoscono il significato della parola morte, che si nutrono di linfa e che vezzose scuotono le chiome al vento. In silenzio si possono sentire cantare dolcemente al vento.

Le Amadriadi sono sorelle che non hanno voce, ma che intonano canti fruscianti, che non hanno piedi, ma corrono sotto terra per carpire i segreti del mondo.

Competizione

Competizione è una maschera che viene indossata ora da odio ora da guerra. Non tutte le competizioni hanno senso o portano a un confronto sano. Molte sono solo inutili tentativi di dimostrare la propria superiorità, nel grande e nel piccolo.

Oltre alle grandi competizioni che riscrivono le pagine della storia, ci sono quei piccoli conflitti che costellano la vita di tutti i giorni. Talvolta sono scontri voluti e cercati, ma in qualche caso ci si trova sfidati per inutili sciocchezze che sembravano innocui avvenimenti.

La stupidità è causa di molte scaramucce. Una stupidità celata dietro grandi menti che ritengono di troneggiare su tutto e tutti. E la stupidità si veste con stoffe di intelligenza e broccati di perfezione che potrebbero respingere i più affilati dardi della ragione.

Per evitare inutili competizioni basterebbe iniziare a non guardare nelle stanze altrui.

Tesoro

Tutti hanno bisogno di un tesoro da custodire, da cercare, da desiderare e sognare. Tutti hanno un tesoro nascosto, alcuni lo proteggono, altri se lo lasciano rubare. I tesori costruisco sogni e sogni non sono altro che mirabilanti costruzioni aree di fumo e colore.

Il tesoro di Eirene era un uovo. Nessuno era a conoscenza della sua esistenza, nessuno pensava Eirene custodisse un tesoro. Ma la donna sapeva bene che, come i segreti, è meglio che i tesori rimangano nell’oscurità.

L’uovo di Eirene era d’oro, luciccante come il sole che si specchia su un lago di montagna, ed era pesante, come se contenesse del vile piombo. Al centro si intravvedeva una crepa irregolare, che attraversava tremolante la superficie dell’oggetto per tutta la sua larghezza, fino a rounirsi nel punto di partenza, dove la linea diventava serratura.

Eirene non aveva la chiave per aprire l’uovo, e neppure la cercava. C’erano storie che venivano tramandate nella sua famiglia. Mai nessuno avrebbe dovuto aprire l’uovo. L’oro può celare segreti scomodi, un aspetto luccicante può rivelarsi una mera facciata.

Un giorno l’uovo scomparve. Per chi era stato capace di intrufolarsi nei segreti più reconditi, non fu difficile trovare un modo per schiudere l’uovo. Il tesoro più grande di Polemia era all’interno di quel guscio. Il tesoro più grande di Eirene era mantenere il contenitore sigillato.

E il sogno di Polemia si sparse per il mondo, come una pesante coltre di fumo nero.

Caverna

C’è una piccola caverna oscura, un diamante nero incastonato tra il cuore e il polmone. In questo anfratto vive una creatura mostruosa, minuscola, certo, ma potente. Sembra uno sbuffo di fuliggine, con zampette dotate di artigli e vispi occhi luccicanti. O forse è più simile a una creatura tentacolare, che si avvinghia con forza e stritola anche le rocce.

In un punto ben preciso del petto c’è lo sconfinato regno di una creatura subdola e scaltra. Il suo è un potere incontrastato. Il nome oscilla da rabbia a vendetta, talvolta muta anche in invidia. Difficile da domare, impossibile da addomesticare.

La caverna è minuscola, quasi impercettibile, ma la posizione è ottima. Comanda il cuore, toglie il fiato, accelera il ritmo, lo riduce al minimo. A euforia amara segue un dolore profondo che smorza il respiro.

È una strana creatura. E quando decide di uscire è meglio prepararsi al peggio.

Condominio n.132 – Pt 18

In poco tempo tutto il condomonio era stato mobilitato, ricattato, costretto ad aderire all’impresa disegnata da Notaio e Sotutto. Dal Calzoncini alla signora Curiosità, nessuno era stato lasciato da parte, tranne ovviamente l’appartamento vuoto al primo piano, utile in caso di occultamento di messo comunale.

Ma se il condominio, per quanto datato, dava prova di un impressionante e infallibile coordinamento, il comune reagì molto lentamente. Dopo le proteste del messo, ci misero qualche mese a realizzare che l’avviso non era stato consegnato ai condomini e altre lunghe settimane per organizzare l’invio di un nuovo messo. La scelta della vittima da inviare a quel condominio fu ostacolata dalle voci che giravano: storie di viecchietti con camicie di legno, belve assetate di sangue e bambini pestiferi.

Alla fine la decisione cadde sul nuovo arrivato, Nonso, che si ritrovò fra le mani una busta gialla, un indirizzo e l’ordine di non riportare indietro quella missiva.

L’ora dei conti era arrivata.

Condominio n.132 – Pt 17

La famiglia Disappeared era la dirimpettaia di Rumori e aveva il vizio di scomparire per lunghi mesi. Ignoto era il lavoro dei coniugi, noti i pianti del pargolo che non apprezzava milto le trasferte, tanto da urlare dal momento in cui oltrepassava la soglia di casa. Ma i pannolini, pensò Sotutto, sarebbero stati fondamentali armi del piano.

“Che piacere vedervi. Già di ritorno?”

In realtà a intervenire non fu Mr ma Miss Disappeared, l’unica a parlare non a monosillabi.

“Appena tornati. Il tempo fugge. Ci sono problemi?”

“No” disse il signor Rumori. “Certo” ribatté Sotutto. “Siete pronti a trasferirvi?”

Miss Disappeared lo guardò accigliata: “certo che no, con un bimbo piccolo” disse indicando il pargolo che guardava curioso quello strano quadretto.

“Allora ci servirà anche il suo aiuto. Non si preoccupi, nulla di tragico. E lei, signor Rumori, con la sua terrazza ci permetterà di raggiungere l’obiettivo. E si ricordi” aggiunse minaccioso “se non ci apre, le lascerò i proiettili del pargolo davanti casa”.

E tutto contento, girò i tacchi e intraprese la discesa urlando: “buona serata, messeri! L’avventura inizia!”.

Re e villani

L’universo è nato nel caos, e probabilmente nel caos perirà. L’ordine può sempre essere messo in subbuglio, è solo una mera convenzione che permette la convivenza e mette confini. Ma l’ordine è imposto da regole, le regole delimitano le libertà, e le regole vanno infrante. Almeno per una volta la pazzia mostra la lingua al saggio dio che ha racchiuso i titani in un ventre oscuro di oblio.

Il re cade dal trono e senza corona viene confuso con un villano. Il villano raccoglie un cerchio dorato e subito viene assiso su uno scranno da dove vede una distesa di nuche. La regina fugge dal palazzo vestita da pastore, il pastore abbondona le pecore per mettersi una sottana, il ricco cerca ghiande di bosco, il povero addenta un cosciotto prelibato, le pecore mettono in ordine i cani.

Nel giorno di libertà, tutto è possibile. Il poeta viene messa alla gogna, l’illetterato tesse carmi e distici, il macellaio porta a spasso un maialino, la vedova ritrova l’amore, l’infante insegna al genitore, il più pavido ritrova un coraggio da leone, l’impavido si concede tregua nella più oscura e dimentica delle taverne.

È il giorno delle maschere. È il giorno in cui le maschere cadono. Il pentimento sarà riservato a un altro giorno.

Non avere parole

Capisco che avere un umore plumbeo come il cielo che fa capolino in questo momento dalla finestra non aiuti molto. Se grigio è l’umore, si tingono di fumo anche i pensieri e gli occhi indossano un paio di lenti che offuscano la vista.

Anche nei momenti più svogliati, ho sempre cercato di essere di conforto a chi aveva bisogno di sfogarsi. Sarà carattere, sarà educazione, ma una parola gentile non si nega a nessuno. In particolare a un sedicente amico che non perde occasione per riversare il suo carico di lamentele, senza preoccuparsi del pericolo di disastro e di inquinamento umorale.

E ora che il grigio è diventato nero, e che il fiato manca per affrontare anche questa salita, le uniche parole che è in grado di dare sono “Non ho parole da dirti”.

Non ho parole. Come se le parole si comprassero e si finissero. E dopo un quarto d’ora di sproloquio monodirezionale su quanto sia snervante prendere un treno due volte alla settimana, mancono le parole di conforto.

Io invece qualche parolina ce l’avrei, ma essendo questa espressione inflazionata, meglio lasciarla sottintesa.

Cosa fare

A volte non si sa cosa fare. E non perché si è a un bivio, ma perché non c’è la strada e bisogna tracciarla con le proprie mani, senza nemmeno conoscere la natura del luogo.

Non si sa se quella via così faticosamente guadagnata porti a qualche luogo ameno, o a un dirupo, o a una palude mefitica. Non si sa nemmeno se ne valga la pena cercare negli alberi, nelle rocce persino nel cielo un suggerimento che indichi la giusta direzione.

O forse non c’è una direzione giusta o una sbagliata. Ogni direzione porterà a qualcosa, e quel qualcosa potrebbe dare risposte inaspettate.

Mi sono rotta

Capita quando si è una bambola di proprietà di una bambina viziata e capricciosa. E Lucy si era rotta proprio in malo modo, una gamba era rimasta tra le mani del biondo diavoletto e il resto del corpo giaceva a terra scomposto. Niente sangue, le bambole come Lucy sono fatte di pezza, al massimo qualche ciuffo di ovatta sparso sul pavimento.

Alla piccola peste non andava di giocare con una bambola rappezzata, e così venne gettata nel cesto dei giochi non più usati, destinati prima o poi alla discarica. Lucy guardò con tristezza il moncherino che giaceva tra un dinosauro senza coda e una testa di bambola, il cui nome, se non si sbagliava, corrispondeva a Lily.

“Almeno siamo sfuggiti ai suoi maltrattamenti” grugnì un infante di palstica con il braccio ritorto. “Guarda un po’ cosa mi ha fatto. E solo perché mi si erano scaricate le batteria per piangere”.

A Lucy sembrò proprio di essere in un incubo. E chi le avrebbe pettinato i capelli corvini? Si sarebbero trasformati in un cespuglio come quel bambolotto che la fissava con l’orbita nera di un occhio che mancava?

“Cosa guardi? I miei capelli? Finalmente stanno come vogliono e non vengono tirati da pettini e forcine” pigolò con un filo di voce Lily.

“Vedrai, ci divertiremo” ruggì il dinosauro, ma la sua voce era attutita a causa della scomoda posizione per cui la testa era ficcata sotto Lucy stessa.

“Mi ha ridotto così perche lei odia i lucertoloni. Come se io fossi un lucertolone. Dice che sono da maschi. Bazzecole, dico io. E mi ha strappato la coda per dispetto”.

“Non piangere piccina” disse il bebè cieco. “Qui si gioca a chi vorresti essere. Io vorrei essere un indiano”.

“E io” intervenne il dinosauro “un’aquila. E tu, nuova arrivata?”

“Forse, una vera Lucy, una Lucy che non si spezza e che non se ne sta molla ad aspettare la fine”.

“Sei strana, piccola”.