Piedi di piombo

Rick aveva come soprannome Piedi di Piombo non perché fosse una persona molto cauta o perché camminasse lentamente, ma per il suo lavoro. Rick era un palombaro.

Ciò che doveva fare era semplicemente indossare un’armatura, con tanto di elmo tondo e liscio, per poi calarsi nelle profondità marine. Non era semplice curiosità quella che spingeva il suo capo a finanziare quell’immpresa. Rick Piedi di Piombo aveva il preciso compito di cercare tesori sperduti, navi affondate cariche di oro e gioielli.

Per ora l’unico ad arricchirsi era proprio Rick. In primo luogo perché il lavoro era ben pagato. E poi perché ne approfittava per raccogliere conchiglie che a volte contenevano delle perle bianche e luminose come la luna. Ma di tesori, nemmeno l’ombra.

A Rick piaceva starsene laggiù, lontano dai rumori, immerso tra pesci sconosciuti, a volte mostruosi, a volte stupendi.

Finché un giorno non la vide. Non era una nave, ma una città, con guglie e palazzi, strade e piazze. Vi si addentrò sperando che il tubo fosse abbastanza lungo. I muri erano coperti di coralli e madreperla, dagli archi pendevano cortine di alghe.

E Rick vide degli occhi che lo scrutavano curioso per poi scomparire. Li seguì, corse, si affannò per vedere quella creatura così umana, così animale.

Quando ritirarono a bordo Rick, scoprirono che la tuta da palombaro era vuota. Piedi di Piombo era scomparso.

Condominio n. 132 – Pt. 6

Nox abbaiava tutto curioso di sapere chi si nascondesse dietro la porta. Calzoncini sbuffava del tutto consapevole che qualcosa stava per succedere. Richiamò il cane, guardò dallo spioncino e il suo dubbio venne confermato: il signor Sotutto era sempre latore di sventura.

“Buonasera” salutò Calzoncini.

“Buonasera. Se non le dispiace, le faccio compagnia per una mezz’oretta” e Sotutto si invitò all’interno dell’appartamento.

“Conoscevo bene questo appartamento, quando ci viveva la signora Nonna, almeno. Vedo che hai cambiato tutto. O almeno hai svuotato tutto”. Sotutto aveva deciso che data l’età del ragazzo e data la presenza di Nox che lo guardava curioso, passare al tu non avrebbe offeso né padrone né cane.

“Lo sai che quando vai via il cane fa il diavolo a quattro? Abbaia tutto il giorno” esordì Sotutto.

“Per fortuna non miagola” commentò Calzoncini facendo accomodare il non molto gradito ospite sul divano, davanti a un bel quadro moderno.

“Ai miei tempi i quadri avevano un senso. Non come queste quattro spennellate. Sarei capace di dipingerlo io stesso”.

Calzoncini fece finta di non sentire. “Vuole del tè?”

“Oh no, andrebbe in conflitto con le medicine per dormire. Quello che voglio è ben altro”.

Calzoncini e Nox iniziarono a sudare freddo.

Condominio n. 132 – Pt. 5

Il Notaio era molto soddisfatto dell’azione rinvigorente che la missione aveva sortito su Sotutto. Per rimanere in forma non bisognava mai cedere il passo alla debolezza, ai lamenti o al peso degli anni. E la sua teoria sembrava reggere bene, visto che vedeva avvicinarsi il suo personale secolo di vita.

Meno soddisfatto era il sangue giovane di cui aveva parlato Sotutto. Si trattava di un nipote della defunta signora del terzo piano, il signor Calzoncini. Il suo obiettivo in quel condominio era trascorrere un’esistenza tranquilla, senza essere troppo coinvolto nelle faccende degli abitanti più antichi. Aveva ristrutturato da poco l’appartamento, insonorizzandolo e arredandolo il meno possibile.

La scelta spartana era dettata per lo più dal suo coinquilino, nonché compagno d’avventura: un cane massiccio, tutto muscoli, chiamato Nox per il suo lucido manto nero. Nox era un piccolo terremoto, attore tragico di massimo livello qualora venisse lasciato a casa da solo, e terrore di una delle vicine, la signora De Pauris, che aveva catalogato quel cane come pericolosa arma di distruzione.

Nox non aveva mai morso nessuno, sia chiaro. Ma per Sotutto aveva un certo potenziale nella resistenza. Per questo suonò con energia alla porta di Calzoncini.

Perdersi

Si dice che, perdendosi in un bosco, sia probabile tornare sui propri passi senza volerlo. Al posto di procedere, di seguire un’immaginaria linea dritta, si gira attorno allo stesso punto, come una trottola impazzita. Si vedono le stesse rocce, le stesse radici, alberi dall’aspetto ormai familiare, terreno conosciuto. Ma queste forme note non danno sicurezza, ma solo un senso di sconforto e di insicurezza.

Eccoci qui, quindi, allo stesso punto di un momento creduto passato. Vano il pensiero che forse la storia non si stia ripetendo, illusoria l’idea che questa volta le cose seguiranno un percorso diverso. C’è sempre la speranza che sussurra parole di miele, che nella mente si trasformano in indicibili promesse. Promesse che si spera non vengano disattese.

Non si può smettere di sperare e di sognare. Ma queste rocce hanno forma così riconoscibile. Magari venti simili con destinazioni diverse le hanno modellate.

In attesa

La preghiamo di rimanere in attesa.

L’umanità della richiesta era pari a quella della voce che la pronunciava: nessuna. Eppure veniva pregato di aspettare altri minuti, con la mente e la testa rintontiti dall’assordante musichetta, impostata probabilmente da qualcuno che peccava in udito.

E sul più bello che la colonna sonora dell’inferno si interrompeva lasciando presupporre che l’attesa non era stata vana, le uniche parole metalliche che venivano ripetute lo pregavano di rimanere in attesa. Ancora in attesa.

In attesa di cosa? Di una risposta, di una soluzione? E mentre se ne stava passivamente in attesa, i minuti passavano. Era da stolti rinunciare all’attesa e continuare la propria vita, o non demordere e sperare di parlare con qualche voce umana.

La preghiamo di rimanere in attesa.

E chi si muove? L’urgenza di parlare era al massimo, la sua pazienza al minimo, come anche il volume del telefono. Il tutto nell’inutile tentativo di rendere più tollerabile quel limbo.

O forse non era il limbo, era un girone vero e proprio, il girone di coloro che attendono funestati dalla speranza che qualcosa cambierà pur nell’attesa, dilaniati da una voce artificiale, sferzati da una cantilena urlata.

Il girone degli immobili.

La preghiamo di rimanere in attesa.

Magari ci sarebbe andato, ma più tardi. Per ora, decise di riattaccare.

Incrollabili certezze

Nel mio mondo le certezze incrollabili non esistono. Quando penso di averne individuata una, questa non perde tempo per sgretolarsi o mutare forma. Nulla di strano. Tutto cambia, tutto sembra essere soggetto a leggi severe che impongono mutazioni.

E come tutte le certezze, anche questa si è rivelata inesatta.

Nella vita si incontrano molte persone, alcune sono solo conoscenze di passaggio, altri volti con nomi sfocati, altri ancora pietre indesiderabili che si piazzano lungo la via per intralciare periodicamente il transito.

Da un po’ di anni una di queste pietre ha fatto il suo ingresso nella mia via. Impossibile da rimuovere, dato che comporterebbe l’eliminazione di una pietra fondamentale. Però anche sopportare la sua presenza, tollerare la maleducazione e soprassedere alla saccenza, ma ciò che proprio non capisco, e che forse invidio, è l’assenza di dubbio.

Le certezze di questo soggetto sono là, belle, stabili, da anni e anni. Nulla le smuove, nessuna domanda le intacca e nessun dubbio le corrode.

Deve essere confortante avere questi fari, eppure il non riflettere, la negazione del dibattito mi fanno pensare che più di certezze si tratti di superstiziose comodità.

Paura del buio

Da piccolo aveva paura del buio, e anche ora che non poteva certo dirsi bambino quel timore continuava a tormentarlo. Era una paura del tutto legittima: il buio nasconde qualsiasi cosa, anche le ombre, annulla lo spazio, benda gli occhi e riempie il vuoto di suoni e sussurri.

Era stata sua mamma a rendere sopportabile quella fobia, regalandogli un lumino capace di illuminare gentilmente la stanza. Allora la notte si popolava di forme e di immagini in bianco e nero, veniva abitata da creature che non lo facevano mai sentire solo.

Ancora aveva bisogno di quella luce, anche se non doveva essere per forza reale. Bastava chiudere gli occhi e accendere una dopo l’altra centinaia di lucine, fiaccole e candele. Nella sua mente la notte diventava cielo stellato e il buio veniva squarciato con forza inaudita da mille lucciole impazzite.

Condiminio n. 132 – Pt. 4

La telefonata del signor Notaio venne accolta con un misto di sbuffi, imprecazioni e pure di sollievo dal signor Sotutto, che con Notaio aveva stretto una longeva amicizia. Da quando poi la moglie lo aveva lasciato, non riusciva a trovare più il senso della vita. Lo cercò tra i libri, ma tra le pagine non trovò che ricordi stantii, frugò nei cassetti dove, oltre a pennelli, chiavi, fermacarte, documenti, pinze, colori, matite, non scovò nient’altro se non polvere. Allora attaccò i vinili, ma non ne uscì nulla. Cercò anche nelle case dei figli, ma questi, dopo un po’, diedero segni di impazienza.

Non rimaneva che sfogarsi sul condominio. E questo gli dava grandi soddisfazioni. C’erano lavori di ristrutturazione? Nessuno meglio di lui avrebbe potuto elargire consigli. Problemi di parcheggio? Chiedere all’esperto in macchine, cioè il signor Sotutto in persona. Lavoro, cucina, arte e architettura, di tutto aveva esperienza. Anche di come resistere al cambiamento e alla pressione del sindaco della città.

“Notaio, perché non viene per un te? Senza teina, perché non fa bene. Di sicuro è meglio di parlarci al computer. È solo un piano”.

“No” tagliò corto la testa sul monitor “dobbiamo stare al passo con i tempi, o lei si accorgerà di noi”.

“Lei chi?”

“Quella che si è presa sua moglie, ovvio” spiegò Notaio. Entrambi si davano ancora del lei nonostante la loro amicizia avesse passato i cinquant’anni.

“Ha pure ragione. Tutto mi ricorda mia moglie. È così difficile.” Si lamentò Sotutto.

“Non cominci con le lamentele. Ora, torniamo a noi. Dobbiamo organizzare una resistenza”.

“So tutto della resistenza. Ho partecipato a occupazioni, proteste e a centinaia, anzi, che dico, migliaia di manifestazioni. Lasci fare a me”.

“Sapevo che avrei trovato un prezioso alleato. Ma ci serve sangue fresco”.

“So già a chi chiedere”. Sotutto chiuse la chiamata, prese il bastone, avvisò la badante che sarebbe uscito per un po’ e uscì di casa.

Condominio n. 132 – Pt.3

Il messo riferì la bizzarra risposta dell’anziano signore a chi di dovere, il quale la mise per iscritto e la passò a un altro ufficiale, che la valutò, la soppesò e infine decise che trattavasi di frase determinata da demenza senile del suddetto signore. L’avvenimento non comportò, quindi, nulla di anomalo per gli abitanti del 132, che continuarono la loro tranquilla esistenza, ignari di tutto.

Il signore che si era affacciato alla finestra per difendere il forte, cioè il suo appartamento, era un notaio ormai in pensione, da tutti conosciuto come il Notaio. La fantasia non era di casa in quel condominio. Il Notaio vantava un’età riguardevole, che poteva essere tranquillamente arrotondata a cento, ma non era affetto da alcuna malattia che ne ottenebrasse la mente.

“Maria!” Urlò chiudendo la porta. Si presentò in cucina una bella signora bionda, molto pallida, ma affascinante, di una decina di anni più giovane del marito.

“Non ti devi agitare, Noty” gli disse affettuosa. “Hai una certa età”.

“Io quella la inganno” le fece notare il Notaio. Ovviamente il termine quella si riferiva alla fine che inevitabilmente tutti coglie. “Se mi comporto come se avessi quarant’anni, allora ho quarant’anni! “

“Magari potresti posticipare gli esercizi delle sei di mattina. È inverno, fa freddo”.

“Giammai. Ho sempre fatto così, e così farò sempre. Comunque, il messo è tornato. Uno stolto, come sempre. Ora telefono al signor Sotutto. Dobbiamo prepararci a resistere.”

“Ti prendo il telefono”.

“No, no, faccio via internet, con il video. Non mi fido della sola voce. E da quando è diventato vedovo, ha bisogno di qualche spintarella in più il mio amico”.

“Come vuoi. Io vado a leggere. Dimmi quando hai finito, che ci facciamo una passeggiata”.

“Non abbandonerò la posizione”

E senza bisogno di bastone, attraversò la stanza per chiudersi nello studio.