Condominio n.132 – Pt.9

La signora De Pauris non era certo un cuor di leone, ma era una gran chiaccherona. Adorava parlare ed esporre le proprie teorie su qualsiasi argomento, dai traffici illeciti dell’ultimo piano, al lavoro di Calzoncini. Non difettava certo di fantasia.

L’idea di diventare vedetta condominiale non le dispiaceva molto, anche perché ricopriva questo ruolo già in maniera egregia, salvo poi negare di aver visto qualcosa. La sua tapparella era perennemente alzata di qualche centimetro e, passando per la via, si potevano intravvedere due figure che se ne stavano appostate davanti alle finestre.

Poi dell’azione se ne sarebbero occupati gli altri, giovani corpi da mandare, o meglio sguinzagliare nel caso di Nox, al momento opportuno. Mai nessuno avrebbe osato allontanarla dal suo appartamento. Avrebbe causato uno stress enorme sul suo anziano marito, e non lo avrebbe permesso.

Una volta congedatasi dal signor Sotutto decise di condivedere ogni notizia con la signora del primo piano, un’altra fondamentale tessera del piano.

Egocentrismo

L’egocentrismo è una teoria che non necessita di dimostrazioni. È evidente, come l’alternarsi di giorno e notte, la presenza della forza di gravità. L’egocentrismo esiste, interessa tutti, ma alcuni ne subiscono l’influenza almeno quanto i mari vengono attratti dalla luna.

Piccolo problema. Gli egocentrici cronoci tendono ad annientare l’ego altrui, e vengono attratti da altri pianeti su cui si schiantano con la forza di un meteorite distruttivo e mortale. Dopo l’impatto nessuna forma di vita e di pazienza è possibile. Ogni nervo è ridotto in frantumi, poltiglia e fumo. Un disastro di portata notevole.

L’egocentrismo spinto nuoce gravemente alla salute, è una piaga inevitabile che si abbatte inaspettata e terribile. Rosicchia il tempo, si attorciglia alle viscere e punge il cuore.

E quando l’egocentrico decide di lamentarsi dei torti subiti, o di narrare le epiche e mirabolanti vittorie ottenute, o di criticare il mondo intero, non c’è scampo. Un boa gigante stritola la preda fino a sofficarla e a spaccarne le ossa.

L’egocentrico può uccidere. Di certo uccide la mia pazienza.

Una realtà

Gli avevano sempre parlato della realtà, unica e sola versione in cui si potesse vivere, che piacesse o meno. Marc aveva creduto a queste parole, almeno finché non si era tuffato in un’altra realtà, un’alternativa che non era stata menzionata da nessuno e che fino a pochi mesi prima non esisteva nemmeno.

Nella vita di Marc la realtà si era sdoppiata, perdendo unicità. C’era quella in cui si svegliava ogni mattina e quella in cui si ritrovava ogni sera. C’era quella che subiva e tollerava perché inevitabile e quella che sceglieva e amava.

Marc chiamava casa la seconda realtà, dovere la prima. Nella sua realtà aveva creato un mondo a suo misura, eliminando qualsiasi antipatia o invidia, rimuovendo preoccupazioni e incapacità. Quando entrava a casa diventava un’altra persona, la versione migliore di quella che trascinava in giro per il mondo.

Aveva amici, aveva amori ed era simpatico, alla mano, brillante, tutte caratteristiche che si offuscavano nel mondo di terra e acqua su cui poggiava i piedi. Era una persona importante, era apprezzato.

Ma poi riapriva gli occhi e quella realtà immensa veniva fagocitata di una realtà minuscola e gretta.

Nato storto

Se un albero nasce storto, è difficile da raddrizzare. Elias era nato storto, anche se non fisicamente, ma di carattere. E nella sua vita aveva tentato di tutto per crescere dritto e bello come gli altri, ma non era riuacito a ottenere molto. Aveva tentato di smussare angoli, puntellare, piallare, ma niente: l’unica cosa che aveva ottenuto era stata nascondersi.

Si nascondeva perché si sentiva in difetto, così storto come si trovava. Chi lo circondava era sicuro, sapeva dove voleva andare, aveva una buona parlantina e una casa in cui tornare. Elias non aveva casa, ma un rifugio che odiava, balbettava leggermente e non sapeva nemmeno come potersi definire. Non aveva una meta, in un mondo di poeti e scienziati, non aveva una qualità.

Una vita storta non è una vita facile. Si passa il tempo a cercare di nascondere questa particolarità, ma è solo tempo perso a lottare con il vuoto.

Solo in un posto Elias si trovava bene. Si trovava su un colle, poco lontano dal villaggio in cui abitava. Su un fianco cresceva una quercia bella come solo le nodose querce possono essere belle. Elias la guardava e ne ammirava l’angolazione. La natura non era stata clemente: aveva piegato i rami, ritorno il tronco, scavato la corteccia. Ma nonostante tutto, quella quercia storta era ancora lì, perfetta nella sua contorsione.

Ed Elias sperò di diventare quercia.

Condominio n. 132 – Pt. 8

I signori De Pauris erano dei campioni di spionaggio e di protesta, ma erano poco propensi all’azione. Come ogni persona per bene che si rispetti, avevano una sacra paura dei cambiamento e temevano che qualcosa di male gli piombasse addosso come una fiera affamata e assetata di sangue.

Insomma, i De Pauris erano affabili vicini, piuttosto rumorosi, ma del tutto innocui. Avevano le loro preferenze tra gli abitanti del condominio, e lo mostravano con piccole accortezze.

Per sua fortuna, anche il signor Sottutto ricadeva tra le preferenze dei De Pauris. Tuttavia non lo invitarono nell’appartamento. O meglio, la signora De Pauris non lo fece accomodare, poiché il marito era in bagno, come la maggior parte delle volte. Con un’abile mossa, la signora spinse fuori dall’entrata Sotutto, con la scusa di dover scendere a prendere qualcosa nei magazzini.

E mentre facevano le scale, il signor Sotutto espose il piano a una impaurita e indignata signora De Pauris.

27 gennaio

Per quanto le cose possano prendere una via poco soddisfacente, mi reputo fortunata: faccio parte di una generazione che non conosce grandi conflitti, non ho sentito la disperazione, lo smarrimento, la morte ingiustificata.

Il giorno della memoria è un giorno di sospensione, per ricordare un’assurdità folle che ha strappato la vita a persone innocenti, senza colpa alcuna, un’indifferenza che ha condannato umani. Ci sono orrori che hanno dilaniato la storia, baratri oscuri in cui l’uomo ha dimostrato la sua faccia di bestia carnefice.

L’odio è la via più semplice, è scontato proprio perché è facile identificare un colpevole e riversare su di esso rabbia, rancore e frustrazione. È così semplice, come semplice è dimenticare. Dimenticare che ci sono state persone private della propria dignità e gettate in un incubo di ossa, fame, perdita.

La storia si è spesso dimostrata un ciclo, e solo la memoria può infrangere questo cerchio di lancinante dolore.

Condominio n. 132 – Pt. 7

Calzoncini odiava essere coinvolto in affari che turbassero la sua tranquillità. Sotutto adorava elargire consigli e architettare piani. E ora era forte anche di una certa compassione che la defunta moglie suscitava. Non c’era abitante del condominio che non provasse simpatia per la signora. Diversa storia per il marito vivente.

Nonaste la divergenza di vedute, Calzoncini era consapevole che qualcosa andasse fatto. Non aveva voglia di sloggiare dal suo appartamento, proprio a pochi mesi dalla ristrutturazione. L’idea di tornare alla casa madre gli faceva venire la pelle d’oca. E in quelle mura Nox non sarebbe stato ben accetto.

“Ci stiamo” disse coraggiosamente Calzoncini. Il cane scoddinzolò approvando.

“Ottimo” esclamò tutto contento Sotutto. “Ora che abbiamo l’arma, ci serve l’appostamento. “

E chi era meglio dei signori De Pauris, al secondo piano? Ovvio, nessuno.

Il primo passo

Perché mai scegliesti di compiere quel primo passo? Di scendere con balzo sulla terra straniera, su un lido che troppo presto si è bagnato con il tuo sangue?

Sono Laodamia, moglie di Protesilao. Dei, vi scongiuro, lasciatemi sentire per un’ultima volta la cara voce di un guerriero che ha scelto di morire. Lo avevano predetto, e la veloce mano di Ettore lo ha realizzato. Sventura avvolgerà anche l’eroe della città.

Nessuno ha osato porre piede su quella terra maledetta. Nessuno. Solo tu.

Laodamia, perché piangi? Sono solo profezie, sono solo leggende. Laodamia, vattene. La vita viene corrosa dall’oltretomba, il rimpianto porta piu vicini alla fine.

Protesilao, è forse tua questa voce? Quindi gli dei hanno ascoltato. In questo giorno di primavera un brivido mi percorre. E desidero solo te, mio amato.

Ho dato il via a una guerra, il mio è stato il primo sangue versato, ma ne seguirà altro. Sento già i pianti e vedo i pallidi spiriti di chi ha la bocca piena di polvere. Figli di dei e di re si trascinano assieme a umili contadini, travolti da un destino che non conosce differenze di nascita.

Ti seguirò, Protesilao. Verrò anch’io in quella sponda su cui non risplende il sole. Neppure qui il sole mi riscalda, ormai.

Laodamia, non sta bene parlare con i morti. Dimentica e vai avanti. Laodamia.

Protesilao. Ho deciso ormai.

Foresta

Era andato nel mezzo di una foresta, dove la luce giocava con le fronde, il vento cantava tra i rami e la terra gorgogliava sommessamente. Cercava il silenzio, ma tutto attorno risuonava l’urlo discreto della vita. Era il silenzio migliore che potesse ottenere: non il vuoto che incute paura, ma il pieno pronto a offrire consolazione.

Se ne stava seduto per terra, con gli occhi chiusi e le orecchie spalancate, un leggero senso di smarrimento riempiva la testa. Percepiva il bruco che lavorava vicino alla formica, e le radici che creavano palazzi scheletrici nel sottosuolo. Captava il respiro di animali che lo fuggivano e allo stesso tempo ne erano attratti. Passi lontani, sibili vicini si alternavano a richiami volatili, confusi nel racconto che gli alberi si scambiavano.

Tutto aveva un senso, dall’insetto sconosciuto che si nascondeva nel suolo, ai lupi che cercavano una preda. Nulla era superfluo, nulla era scontato, ma ogni elemento aveva un posto e una funzione.

Tutto, tranne quello strano monaco seduto in silenzio. Se ne stava lì e cercava di capire quale fosse il suo posto in quella immensa ruota di vita.

Cercare dei segni

Abbiamo sempre cercato dei segni, negli astri che algidi scintillano nel cielo, nel fumo che si alza da pire rituali, negli avvenimenti di tutti i giorni. Come assetati cerchiamo l’indizio che ci dia la conferma, che ci assicuri la strada, o che ci ammonisca.

Non ho mai trovato dei segni, o, se anche si sono parati davanti a me, li ho sempre fraintesi o ignorati. I miei occhi sono miopi davanti a queste credenze. Eppure a volte mi illudo che ci sia un qualche senso, che qualcosa abbia un perché.

Perciò mi ostino a cercare con occhi offuscati. Magari prima o poi vedrò anch’io un segno benevolo.