Astolfo non vuole tornare – Pt 6

Se Rodomonte temeva di non sopravvivere ai secoli, re Carlo era di ben altro avviso: era certo che il suo nome non sarebbe passato innosservato non solo negli anni, ma persino nei secoli a venire. Non che avesse tutti i torti, certo, ma se in quel momento si fosse trovato assieme ad Astolfo sulla luna, avrebbe cambiato ben presto la sua idea.

Con il consueto rumore metallico, Astolfo aveva abbandonato il cratere di Rodomonte, per innoltrarsi in un’altra zona della luna. Quello che vide era di certo indementicabile. Si tratta di una distesa immensa, i proporzione alla superficie lunare, di edifici dall’aria vissuta, ma imponente, statue, palazzi, marmi e statue di metallo, persino d’oro. Anche qui Astolfo incontrò delle anime, ancora più trasparenti e intangibili di quelle del vecchio.

“Il mio regno, il mio regno sopravviverà i secoli, sopravviverà me”.

L’ombra era di certo imponente, ma vacua e con una corona che stava leggermente storta sul capo.

“Il mio regno conquisterà il mondo” aggiunse un altro spirito.

Ma dietro di loro c’era solo rovina e polvere, che ricordavano una grandezza, ormai perduta, però, nelle pieghe del tempo.

“Chi lo avrebbe detto? Anche gli imperi verranno dimenticati, si sbricioleranno. Vale la pena perderci la vita, Astolfo?”

Era ancora la voce corporea.

“Chi sei? Fatti vedere!”

Nessuno si fece vedere, ma si chiese se, un giorno, anche re Carlo e il suo impero sarebbero mai saliti sulla luna.

Astolfo non vuole tornare – Pt 5

Gli abitanti della terra sono gente molto distratta: per Astolfo era una verità evidente, piché si stava aggirando tra cumuli di oggetti persi o caduti in oblio, ma lo era anche per quelle formichine che si affannavano a trovare una soluzione a quella guerra. E mentre lui si affrettava a esplorare spazi dimenticati inseguendo una voce corporea senza corpo, sulla terra tutto proseguiva senza senso, come al solito.

Nel campo pagano si poteva vedere il possente Rodomonte in una posizione assai preoccupante: era solito andarsene per il campo, facendo tremare il suolo con i suoi immensi piedi mentre urlava qualche facezia o narrava una sua impresa. Invece, in quel momento, se ne stava seduto, quasi rannicchiato, con il capo appoggiato pesantemente sull’enorme pugno chiuso. Strano a dirsi, ma Rodomonte stava pensando. Per l’esattezza stava pensando alla sua epica impresa: era riuscito a saltare con un sol balzo le mura impenetrabili della dolce Parigi, e, piombando a terra, aveva distrutto quasi la metà della città. Un disastro, per i poveri cittadine, un’azione al limite del comico per i suoi comilitoni, un atto eroico agli occhi di Rodomonte. Eppure era angustiato dal fatto che nessuno, ma proprio nessuno, ne parlasse. Quegli stolti se ne stavano lì a discutere di amori, passioni, dei figlioletti che stavano aspettando in patria, di una bella guerriera intravvista da qualche parte, persino di un matto che era salito su un carro trainato da una bestia strana, ma di Parigi nemmeno una sillaba. Che fosse destinato all’oblio pure lui?

In effetti tutti si erano dimenticati dell’impresa di Rodomonte: si sa, la guerra ha la memoria corta, dopo una strage ne segue un’altra, a sangue si aggiunge sangue e nulla di eroico rimane se non nelle parole di chi vorrebbe vedere della poesia nella violenza. Il salto di Rodomonte aveva lasciato un’impronta molto profonda sul cratere lunare, e Astolfo lo stava guardando con molta attenzione.

Il cratere che stava analizando aveva una forma singolare, come se ricalcasse l’orma di due enormi stivali. Astolfo non ricollegò immediatamente quella vista all’impresa dell’energumeno nemico; lo aiutò un vecchietto mezzo trasparente, che continuava a lamentarsi.

“Mon dieu, mi hanno proprio dimenticato. Tutti sono fuggiti, e io qui, senza figli, senza nipoti. E anche vicino alle mure. Mon dieu, la vita non è così bella”.

Astolfo cercò di consolarlo.

“Messere, non si preoccupi, sono qui anch’io, io la potrò ricordare”.

Ma il vecchio continuava al sua litania, come se non sentisse Astolfo: le anime perse non recepiscono nulla dal mondo circostante, si fissano costantemente su un presente che per il resto dell’umanità e divenuto ormai passato.

“Mon dieu, mi hanno proprio dimenticato. Mon dieu, aiutami almeno tu”.

Astolfo notò che nel cratere non c’era solo quel vecchietto che vagava, ma qualche decina di casupole che erano tutte ammaccate. Proprio mentre osservava quello sfacelo, ne comparve all’improvviso un’altra: evidentemente l’inquilino aveva trovato un’altra sistemazione, perdendo memoria della sua precedente sistemazione.

Decisamente la smemoratezza è il difetto maggiore dei terrestri.

Astolfo non vuole tornare – Pt 4

Passeggiare per la luna non è poi molto diverso dal passeggiare sulla terra, se si ignora il rumore metallico che sprigiona ogni passo. Astolfo trovò che il paesaggio riservasse, però, molte più sorprese rispetto al mondo che conosceva, e in molto meno spazio.

Vide, per esempio, delle torri immense, alte più di una quercia secolare, più di qualsiasi torre difensiva su cui Astolfo avesse mai messo gli occhi. Ma non erano torri fatte di mattoni, con una logica ben precisa, erano dinoccolate, pericolanti, con rientranze e pendenze. A fare da pietre vi era una miriade di oggetti e di gingilli, che qualcuno avrà dimenticato fuggendo da una stanza, o in una camera d’albergo, o tra l’erba di una radura. Una in particolare attirò l’attenzione di Astolfo: era fatta di vasetti e contenitori, lenti e specchi tutti di vetro, che giocavano con la luce del sole, rinfrangendola e moltiplicandola, fino a diventare essa stessa un raggio accecante.

“Impressionante, vero? Impossibile credere che tra centinaia di anni gli uomini ne costruiranno di simili, e anche abitabili” Disse una voce.

Astolfo sussultò: era convinto che la luna fosse totalmente disabitata, ma quella voce era inequivocabilmente umana, di una donna, non una semplice memoria come i sussurri che lo avevano accolto.

“Chi sei? Fatti vedere!”

Ma nessuno gli rispose. Sentì solo una risata che si allontanava dalle torri di detriti.

Astolfo la seguì.

Astolfo non vuole tornare – Pt 3

Per quanto Astolfo non volesse tornare, la terra lo chiamava a gran voce. Lo chiamava il suo re e i paladini, lo chiamavano perfino i nemici, che erano stanchi a vagare per labirintici boschi alla ricerca di maghe e castelli di voci imploranti. Lo chiamava persino Orlando, che seduto su un tronco di un albero divelto si commiserava la propria rovina.

Gli animi folli ricercavano il saggio, il saggio aveva compreso che la follia dimorava anche in lui. Così Astolfo non tornò, non salì di nuovo sul carro del profeta, non si avvicinò nemmeno alla bestia multiforme che lo avrebbe riportato in patria. Questa era la decisione dell’Astolfo dotato dell’intero suo senno. Non avrebbe rischiato la sua vita e la vita altrui per un eroe che si era stancato di questo titolo, di un re che diceva di essere grande, ma che tremava davanti a Rodomonte, di nemici che erano così simili ai suoi compagni.

Molti lo avrebbero chiamato matto, senza rendersi conto che erano loro a non aver compreso la follia dell’intero mondo. Astolfo ne vedeva le stranezze, e le temeva, come se a un certo punto avesse visto un fiume scorrere al contrario, invertire il flusso per tornarsene al ghiacciaio.

Si alzò in piedi lasciandosi alle spalle la distesa di ampolle con i senni dell’umanità intera, ma ebbe l’accortezza di mettere in tasca quella di Orlando: era pur sempre un amico, e se avesse cambiato idea, se avesse ceduto alle richieste della terra, non avrebbe potuto negare questo sollievo al suo compagno.

Si alzò e si perse tra le valli e le montagne della luna.

Astolfo non vuole tornare – Pt 2

Re Carlo doveva essere proprio fuori di sé per considerare Astolfo uno stolto: Astolfo era il cavaliere più saggio e più assennato che l’esercito potesse vantare. E proprio per questo si era assunto il compito di far rinsavire Orlando, che aveva perduto qualsiasi briciolo di senno dopo l’ennesimo rifiuto della bella, diabolica, sfuggente Angelica.

Era partito, dunque, Astolfo. Certo, era un po’ folle pure Astolfo, per accettare di salire su un carro trainato da un ippogrifo per finire sulla luna. Ora, la versione di Bradamante aveva delle inesattezze, ma, si sa, all’uomo piace abbellire i racconti per renderli un po’ più interessanti: il carro su cui era salito l’eroe non era certo di fuoco, e il cavaliere non aveva urlato nulla riguardo alla luna. Nulla da ridire sulla descrizione della creatura legata al carro.

Folle o no, Astolfo aveva attraversato la sfera di fuoco ed era atterrato su una superficie ferrosa, su cui i suoi passi riecheggiavano come se quella sfera fosse vuota. Un po’ titubante si era addentrato in quel mondo sconosciuto, sperando di trovare quel che cercava subito in modo da tornarsene dal suo re. Qualche pezzo del senno era fuggito anche da Astolfo se era così impaziente di tornare in un mondo dilaniato dalle guerre, da ingiustizie, da fame e da amori che non avrebbero mai avuto un futuro.

Il paesaggio che si ritrovò davanti agli occhi non era molto lontano da quello della terra: montagne, valli, laghi, pianure e foreste. Non sembrava ci fossero abitanti, ma Astolfo sentiva distintamente delle voci. L’origine di quel brusio era un cumulo informe di donne stupende, certo, ma incorporee come l’aria e trasparenti come veli.

“Bel cavaliere, guardaci: noi siamo le più belle di tutti i tempi, le più giovani”.

“Ehi, fermati e prova a immaginare creature più affascinanti di noi”.

“Prode eroe, neppure tu riusciresti a resistere ai nostri cori perfetti”.

Astolfo non si fece ingannare: la luna era un enorme collettore di tutto ciò che era stato perso sulla terra, il che comprendeva anche la bellezza, la gioventù e la vanità di quelle ragazze.

Non gli ci volle molto per scovare l’ampolla con il senno di Orlando. Quello che non aveva messo in conto, però, era il fatto che ci fosse anche un’ampolla con il suo nome, Astolfo. La prese, la bevve. E da quel momento cominciarono i guai.

Da quel momento Astolfo non volle tornare sulla terra.

Non sembrava potesse essere possibile

 “Siamo costretti a interrompere la normale programmazione per una notizia appena battuta da un’unica agenzia. L’unica agenzia che sembra lavorare in questo momento, in realtà. Ci sono prove secondo le quali la luna sembra essere caduta sulla terra. L’equilibrio che per millenni ha tenuto sospeso il satellite sopra di noi, sembra essersi infranto. Ancora non è chiaro dove sia avvenuto l’impatto: se qualcuno avesse notato qualche cosa di strano, un terremoto o un maremoto o l’improvvisa comparsa di un enorme masso di origine non certa, è pregato di contattare i soccorsi, se ci riesce, o direttamente la nostra redazione, se ci vedete. Vi aggiorneremo non appena avremo delle novità”.

La notizia era stata battuta da un’agenzia conosciuta con il nome di DoM, vale a dire Deserts of the Moon, pressoché sconosciuta ai più, che aveva la sua sede in un qualche angolo perso in un deserto, dove, era evidente, la caduta della luna non aveva avuto un’influenza troppo negativa. La redazione del telegiornale era ubicata, invece, in una sorta di bunker, dove aveva posto la sua sede la rete di trasmissione True Reality. Nulla di strano: si trattava di una di quelle emittenti indipendenti che denunciava i complotti di varia entità e gravità a poche centinaia di affezionati spettatori. In effetti erano più le querele e le denunce ricevute rispetto agli spettatori, ma i redattori e gli autori dei programmi erano animati dalla convinzione di divulgare la verità in un mondo tessuto di menzogne.

Il pericolo del crollo della luna era già stato segnalato in altri programmi di True Reality, e anche da diversi anni. Ciò che aveva ottenuto era solamente una diffida da parte di una famosa e blasonata compagnia aereospaziale, sovvenzionata dallo stato. Secondo la teoria del noto astrofisico, nonché apprezzato astrologo, Suliman Fandonis, la luna rimaneva a distanza costante dalla terra per una serie di forze in equilibrio che, come dimostrato dalle mutevolezza delle maree, potevano variare a tal punto da mettere in pericolo la stabilità della luna stessa. Di conseguenza, questa avrebbe fatto un rovinoso capitombolo, termine tecnico, sulla terra stessa. L’impatto sarebbe stato terribile. Si consigliava, dunque, di vivere il più possibile rintanati in un bunker, scelta fatta dalla stessa True Reality, o in luoghi cosiddetti morbidi, come un deserto di sabbia, vedasi DoM.

“Aggiornamento dell’ultima ora. Per adesso ci ha chiamato solo uno spettatore, il quale sostiene di aver sentito una scossa di terremoto, ma è chiuso nel bunker da oltre un mese e non intende uscire per controllare. I nostri inviati ancora non ci danno segnali dal mondo di fuori. Temiamo, quindi, che il nostro appello sia passato inascoltato e che l’umanità tutta sia stata vittima della sua stessa cecità e prepotenza. Schiantandosi sulla superficie terrestre la luna ha punito gli increduli e i mentitori, gli empi e gli spergiuri. Sta a noi, True Reality, assieme con gli amici di Deserts of the Moon ripopolare la terra, diffondendo e rispettando la verità che ci ha permesso di non soccombere alla fine”.

Nel mondo al di fuori del bunker, in un salotto deserto, echeggiava la voce disperata di un presentatore che annunciava a un mondo deserto la caduta della luna. Ma non c’era nessuno che lo potesse ascoltare.

Ladro di luna

Sapete cosa voglio fare? Qual è il mio piano?

Voglio rubare la luna.

Sì sì, lo so, vedo bene i vostri sorrisi di scherno, le vostre occhiate complici. Sento chiaramente le risate trattenute, le battute. Pensate che la mia mente stia vacillando, vero?

Non siete i primi, sapete? Ne ho incontrati molti altri come voi. Gioite quando qualcuno fallisce, vi ergete al di sopra di un monte di nebbia per sentirvi padroni di giudicare chiunque la pensi in modo diverso. Siete tutti saggi, tutti avete la fortuna di avere in mano la verità. Nessun dubbio vi offusca il pensiero. Non vi lasciate traviare da desideri irrealizzabili.

Siete i primi ad aprire la bocca, gli ultimi a chiuderla. Le vostre orecchie sono piene della vostra stessa voce e non c’è spazio per altro. Le preghiere di chi vi sta attorno non sono altro che un fastidioso brusio.

Però non mi fate paura. Non cambierò idea, statene certi.

Io voglio rubare la luna. E la ruberò per dimostrarvi che nulla è impossibile. Per demolire il vostro castello di carte pieno di vuote verità.

E io voglio vivere questo sogno. Voglio infrangere i miei limiti umani e avere tutto per me quel globo luminescente, gentile e freddo. Voglio fare mio il volubile faro dell’oscurità.

Questa sarà una notte senza luna, credetemi.