Errore di sistema

Sembra che l’empatia si basi sul sistema dei neuroni specchio. Tendiamo a immedesimarci nell’interlocutore leggendo e facendo propri i gesti e i sentimenti di chi ci sta di fronte. È un sistema curioso, che alcuni tendono a eliminare per trasformarsi in muri di gomma, ma non è di questa categoria su cui mi voglio soffermare.

Mi è capitato che i neuroni specchio si blocchino, non riescano a trovare i segnali a cui aggrapparsi per scalare una persona, per comprenderla. Non è una bella sensazione: gli occhi che cerchi di comprendere comunicano solo un grande vuoto. Si tratta di un nulla insano, quello di chi non ha da dire, che si trincera in frasi fatti e in dogmi che non richiedono riflessione. È il vuoto vertiginoso di un baratro di cui non si vede fine.

Il risultato è l’impossibilità di comprendere, di trovare quel filo in comune sui si basa la ragnatela di rapporti e di scambi anche solo cordiali che prevede un incontro. Che storia può mai celare un libro del tutto in bianco?

Su una faccia inespressiva, i neuroni specchio si arrendono e annotano l’urgenza di non perdere mai il proprio complesso spessore.

Il peggior nemico

E con quel mese era passato un altro anno in cui non era riuscito a sconfiggere il suo peggior nemico. Un bel problema, viste le difficoltà che quell’individuo gli procurava.

La loro inimicizia era nata poco per volta, esattamente come le amicizie più durature. Avevano iniziato con qualche trascurabile grugnito, trasformatosi poi in parole scortesi, sfociate in offese. Ma la battaglia non era terminata là: erano iniziati i motteggi, e poi gli schiaffi, e infine ne era sorta una guerra che strappava la pelle e i capelli.

Il conflitto non era mai terminato, i toni si inasprivano, nessuna soluzione faceva capolino all’orizzonte. Ma lui era sempre lì, con la faccia tronfia e gli occhi critici.

E con un sospiro si allontanò dallo specchio.

Specchio di verità. Parte 6: un viaggio finisce, un viaggio comincia

L’uomo rimase un attimo smarrito, cercando di ritrovare tra i tronchi quella figura esile che gli era comparsa davanti ed era fuggita via in un ondeggiare confuso di vesti. Ritornò a sedersi. Era stanco. Stanco della sua vita, stanco di pensare a ciò che avrebbe dovuto fare o meno, stanco di tutti quegli occhi che continuavano a fissarlo, pronti a coglierlo in errore, veloci nel giudicarlo. Ora basta, non sopportava le voci, i bisbigli, le risatine,che si abbattevano su di lui più pesanti di un masso, più dolorosi di uno schiaffo. Era stanco di combattere contro tutti e contro se stesso. Prese la spada, la corazza, e li gettò nel sottobosco, liberò il cavallo dal morso e lo lasciò andare. Poi si incamminò lasciandosi alle spalle la strada per trovare una nuova vita.

Fermò anche quel passante. Come sempre, una forza la spingeva a mostrare il suo prezioso specchio agli estranei. Forse era solo la speranza che qualcuno la liberasse. Alla donna cui aveva fatto vedere l’enigmatico oggetto chiese: “Cosa vedi?”.

La donna sorrise, confuse. “Vedo…il mio sogno. E tu, cosa vedi?”

La ragazza, confusa, girò lo specchio e lo fissò. Un tremito la percorse, lo lasciò cadere. Frammenti volarono ovunque, con il suono di mille risate, di milla grida.

Nello stesso istante il silenzioso compagno si alzò e con una bianca mano le indicò una tortuosa via che dalla strada laterale si addentrava nella foresta. Poi scomparve. Il patto era rotto. Sarebbero passati molti anni prima di rivederlo.

Da qualche parte, un uomo sospirava desiderando la carne di una donna, una vecchia seduta cullava un bimbo mai avuto, un ragazzino rincorreva un aquilone di sogni e una viandante continuava la sua ricerca.

Da qualche parte, in un viottolo, una semplice ragazza correva leggera verso l’ignoto.

Specchio di verità. Parte 5: paure e speranze

Correva fra i boschi, fuggendo al fato, evitando il suo destino. Dietro di lei sentiva la presenza costante ma discreta del suo muto accompagnatore. Il passo si fece, però, sempre più pesante e si dovette fermare ansimando. Si sentiva al sicuro nel bosco, in quel labirinto senza centro e senza meta, lontano da qualsiasi essere umano.

Qualcosa, tuttavia, la rendeva irrequieta. Fino a quel momento aveva proceduto spedita, rifuggendo qualsiasi altro essere vivente. Negli ultimi giorni, invece, si era spesso voltata indietro, sperando di scorgere qualcuno che la potesse sostenere quando barcollava, che le potesse prestare una coperta nelle notti gelide, che l’aiutasse nelle difficoltà.

Per la prima volta si sentì persa, percepì l’ostilità del bosco, le sembrò che gli alberi si protendessero maligni per metterla in trappola. Iniziò ad avere paura delle ombre, del fruscio tra le foglie, delle forme contorte e doloranti che emergevano nella oscurità verdastra. Infine cadde e aspettò l’alba mentre il silenzioso compagno aspettava in disparte.

Il mattino seguente riprese ad avanzare, con il suo fagotto sempre ben stretto al petto. All’improvviso le comparve davanti un bimbo che correva allegro. Si chinò e gli fece vedere il suo prezioso bagaglio.

“Dimmi, cosa vedi?”

L’unica risposta che ebbe fu una risata cristallina e una pazza corsa verso l’orizzonte, non frenata dalla sabbia, dalla nebbia, dall polvere e dai baratri orridi che si aprivano lungo la via chiamando a loro le anime dei viandanti.

Specchio di verità. Parte 4: silenzio e vino

Il cammino proseguiva, sempre più difficile. La strada era tortuosa e spesso si aprivano delle grandi buche, nascoste dalla polvere e dal fango. La stanchezza rendeva tutto ancora più arduo: ogni passo desidera fosse l’ultimo e la tentazione di cedere, di crollare a terra e lì aspettare il suo destino diventava forte.

Il fardello la ostacolava. Era costretta, infatti, a tenerlo tra le mani. Per nulla al mondo doveva toccare terra, nonostante il dolore che aveva causato a lei e a coloro che aveva incrociato la sua strada.

Inciampò, perse l’equilibrio e solo a fatica riuscì ad rimettersi in piedi. Quando i fine alzò nuovamente gli occhi, trovò di fronte a lei una nera figura. Questa volta non parlò, non osò mostrare lo specchio, semplicemente abbassò nuovamente la testa. Con quel pellegrino avrebbe dovuto condividere ancora molta strada, inutile tentare di parlargli. Era consapevole che non sarebbe stato un compagno silenzioso, che silenzioso l’avrebbe seguita. Sempre.

L’orizzonte si fece scuro, pesante. Lampi silenziosi e lontani cercano di rompere la loro gabbia si nubi. In una sera così calda animali e tuoni tacevano. L’aria era satura. In questa atmosfera rarefatta, una locanda rompeva la quiete. In realtà era solo una casupola spersa nel nulla, dalla quale provenivano le voci di chi cerca di godersi una breve esistenza.

Fuori, accasciata su una botte, una figura che sembrava uno spirito in attesa. Avvicinandosi scoprì che era una donna, dalle profonde rughe sul volto, nonostante non fosse una vecchia.

“Cosa vedi?” Chiese dolcemente.

“Solo un bicchiere rosso, pieno e traboccante. E…” protese le mani verso lo specchio.

La ragazza fece un passo indietro e con il suo compagno se ne andò.

“Ti prego, voglio vederlo, ti prego, torna”

Dietro di sé lasciò solo l’ombra di una donna, un’eco morente di una vita fatta di delusioni e fallimenti.

Specchio di verità. Parte 3: il disertore

Fuggì sempre più lontana, cercando il conforto negli alberi ma con il timore di perdersi in quel bosco incantato. Infine si ritrovò in una raduna dove vide un cavallo fulvo che pascolava tranquillo. Vicino, appoggiato ad un albero nodoso, si riposava un uomo.

Erano passati molti giorni, ormai,da quando era partito di soppiatto da casa portando con sé quel cavallo. Era un semplice ronzino, ma lo spronò a cavalcare veloce come il vento, per allontanarsi da quel paese. Il suo destino era quello di ingrossare le file dell’esercito, di obbedire al suo re, di spezzare le vite dei nemici, o dare la sua, nel caso la mano avesse esitato.

Tuttavia, non voleva uccidere, non voleva sentire il suono delle armi, l’odore del sangue, i rantoli, il rombo dei corni. Era fuggito con il solo cavallo, era scappato dalla morte, dal padre, dalla guerra. Ad un’altra signora si addiceva il compito di interrompere un’esistenza.

Disertore, lo chiamavano. Quella parola lo feriva come mille lance.

Gli avevano detto che anche su un campo di battaglia il grano avrebbe potuto rinascere. Ma lui provava orrore per quella natura pronta a nutrirsi dei resti delle sue stesse creature per dare nuovi frutti. Trovava insopportabile quel circolo violento che sentiva stringersi attorno.

Disertore. Una parola che lasciava un bocca un gusto di ferro, di polvere. Gli aveva aperto una ferita profonda, lo aveva lacerato facendogli perdere lentamente ogni goccia di amore vitale. Un lento stillicidio lo aveva ridotto allo stremo, proprio lui, che per rispetto della vita non aveva voluto uccidere.

Disertore. Vile, canaglia, traditore.

Disertore.

L’aria innondava i polmoni, il cuore batteva, il sangue scorreva, ma il nulla lo avvolgeva.

Aprì gli occhi, e si vide minuscolo riflesso in due frammenti di cielo azzurro. Fu un solo istante. Poi la ragazza si ritrasse,tirò un lembo del fagotto che teneva in mano e gli mostrò il contenuto.

“Cosa vedi?”

Era la voce rica di chi non era abituato a parlare.

Vide una terra lontana, che non portava il peso di costruzioni.vide una vasta pianura recintata solo da monti. Sapeva che piede umano non aveva contaminato quei luoghi. La violenza non aveva lasciato la sua striscia di fuoco e distruzione.

“Dov’è? Dimmi dov’è. Te ne prego”.

Il silenzio fu la sola risposta.

“Chi sei? Aspetta, rispondi, cosa significa?”.

Solo l’erba gli rispose con un pigro fruscio.

Specchio di verità. Parte 2: il viandante

Finalmente fu in grado di correre fra i boschi, perdersi tra gli alberi benevoli che la proteggevano dal sole e dalle intemperie. L’erba si piegava elastica sotto i suoi piedi scalzi, mentre i capelli giocavano con i rami che tendevano verso la terra.

Era il fiume, però, ad essere il suo compagno preferito. Il rumore cristallino di mille spiriti che cantavano parole piene di vita la allietava anche nei momenti più difficili. Lo scintillio che imitava il sole, i teneri fiori che si protendevano verso la corrente, l’odore fresco e il guizzo metallico di qualche pesce le infondevano subito tranquillità. Spesso immergeva la mano nelle acque, immaginando e desiderando le terre che quella aveva toccato e conosciuto. Avrebbe tanto voluto farsi trasportare anche lei dalla corrente, con i fiori che le ornavano i capelli,finalmente libera,finalmente nel suo elemento.

Seguì la strada che costeggiava quel fiume. Per ora, almeno, non aveva incontrato ancora nessuno dei briganti che i compaesani le avevano prospettato.

In quel tratto, anzi, non sembrava che ci fosse anima viva. Solo un salice occupava la strada con i suoi rami che, stanchi, si rifiutavano di innalzarsi al cielo, quasi disdegnassero l’azzurro divino per godersi il verde della terra. Troppo tardi si rese conto che sotto quel salice c’era una persona avvolta in un nero pastrano. Non fuggì come le avevano suggerito. Spinta da una certa curiosità si avvicinò.

Si accostò al pellegrino, tolse il panno liberando il fagotto che portava sempre con sé. Il viandante vide uno scintillio di uno specchio dall’aspetto antico e guardò stanco ed incuriosito la ragazza.

“Cosa vedi?” Chiese tremando

“Vedo una ragazza che corre, e un uomo che la segue. Vedo i piedi di lei feriti dai sassi. Vedo il sangue sull’erba. Vedo…” l’uomo, confuso, tacque. “Chi sei? Cosa significa? Fammi vedere…”

Si protese per afferrare la ragazza, ma ormai era già lontana, tra le braccia il suo enigmatico fardello. Avrebbe voluto liberarsene, ma non poteva. Aveva promesso, aveva giurato.

Specchio di verità. Parte 1: il viaggio inizia

Le scivolò dalle mani, in un attimo raggiunse il suolo dove, con un limpido tintinnio di mille campanelle d’argento, andò in frantumi. Schegge di cielo danzarono nell’aria, frammenti scintillanti si sparsero ovunque, pezzi di smeraldo rotolarono tra l’erba. Finalmente era libera.

La strada era ancora lunga e polverosa, ma non c’era possibilità di tornare indietro. Aveva deciso di abbandonare la sua piccola casa, il focolare caldo e sicuro, per cercare una meta sconosciuta, certo, ma piena di promesse. Era stata avvertita: il cammino sarebbe stato difficile, i suoi compagni di viaggio non certo gentili. Ci sarebbero stati briganti, furfanti, truffatori. Perché lasciare la sua vita tranquilla, all’insegna della normalità, per rischiare di perdersi nell’intrico del mondo di fuori?

Quel paesino, però, non le bastava. Voleva di più, voleva spingersi oltre, andare lontano, scoprire e toccare mondi nuovi, vedere colori mai pensati, sentire lingue arcane, sconosciute. Liberarsi finalmente dai benpensanti che volevano renderla simile a loro.

E quindi eccola, avvolta in un pesante mantello, ricurva mentre portava con sé un fagotto che sembra essere troppo pesante. Era riuscita a chiudere la porta del suo passato, non senza fatica o rimpianti. Ma per non morire, per non soffocare, doveva partire e, un passo dopo l’altro, allontanarsi dalle sue certezze.

Unica compagna fu la paura. La paura di non farcela, di cadere e di non alzarsi più, di perdersi, di smarrire la via. Ma la meta lontana la spronava, le dava la forza ogni giorno, la guidava per sentieri impervi.