Passeggeri – Pt. 5 Senza Nome

Pezzi di ricambio. Il suo lavoro era trovare pezzi di ricambio, di ogni tipo e per ogni macchina, dalla più banale, dal giocattolo alla più complessa, come il corpo umano. E voi non avete idea di quanti pezzi di ricambio si possano trovare in un treno notturno.

Era conosciuto come Senza Nome. Era probabile che la sua vera denominazione si trovasse in qualche documento gettato nella spazzatura e in qualche libro pubblico, ma non nella vita dell’interessato. Il suo compito era muoversi senza lasciare traccia di sé, senza che il suo operato venisse attribuito alla sua persona, o a mano umano.

Senza Nome cercava i ricambi per far tornare tutto come era prima. Nello scompartimento aveva già adocchiato qualche elemento interessante: una ragazza disperata pronta a tutto pur di avere un po’ di soldi, un ragazzo stanco della propria vita.

Senza Nome prendeva i peggiori pezzi, li lucidava e poi li rimetteva sul mercato migliorati e luccicanti. Dicono che Senza Nome sia solo una maschera per uno psicologo che si è stancato dello studio e che è andato a cercare la disperazione negli anfratti più oscuri

Passeggeri – Pt. 3 Sally

Per Sally casa era solo un ricordo lontano. Aveva abbandonato tutto, aveva lasciato la sua famiglia e un paese che conosceva in tutti i suoi angoli. Era approdata in un mondo non solo estraneo, ma anche ostile. Per quanto si fosse impegnato, la sua pelle e il suo accento la segnalavano sempre come elemento esterno, e poco desiderabile.

Ma nel treno era un altro mondo, nel treno la sua figura non destava particolari problemi, soprattutti in quell’ora tarda, quando i benpensanti si erano ormai ritirati nelle loro stanze di perfezione, che escludevano il variegato universo che tanto osteggiavano. In quello scompartimento, seduta su una poltroncina scomoda non si sentiva fuori luogo. Anche se un vagone non era proprio da considerare un vero e proprio luogo.

Sally si era persa, al contrario del treno, che sapeva bene quale fosse il punto di partenza e il capolinea. Sally era giunta a patti con se stessa e aveva dato a quella società ciò che si aspettava da lei.

E ogni giorno, sentiva scivolare via un pezzo di anima.

Passeggeri – Pt. 2 Luca

A Luca non piace viaggiare di notte: i treni si popolano di anime, e lui non vuole essere un’anima. Di certo non può essere una di loro, perché Luca è un dottore di anime.

All’inizio non era quello il suo progetto. Voleva diventare un semplice dottore, ma una volta entrato in ospedale si era reso conto che una buona parte dei malesseri nasceva dal profondo dell’anima. Alcuni non potevano essere curati, altri potevano migliorare, anche se gli sforzi erano immani. Luca aveva visto la morte e la disperazione, ma non aveva mai ceduto loro.

Solo quando prendeva il treno per tornarsene a casa la sera si trovava sull’orlo del precipizio, lo stesso baratro in cui aveva visto scomparire i suoi pazienti. Nonostante respirassero e camminassero, aveva scorto la morte nelle profondità trasparenti dello sguardo, quello stesso vuoto che aveva scorto in un attimo, riflesso sul finestrino, e che sembrava riempire tutto il corpo della donna all’angolo. Di tanto in tanto si specchiava anche lui per vedere la vita scorrere nella sua iride.

Luca si aggrappava con in denti alla vita, l’avrebbe fatta a brandelli se lo avesse richiesto. Eppure non riusciva a trasmettere questo impeto agli altri. Forse perché nel profondo non era certo di essere nel giusto. Forse le anime si erano perse perché aveva intuito qualcosa che a lui era sfuggito.

Fortuna che poche fermate lo separavano alla sua meta. Scese dal treno, sfiorando con un sguardo il corpo rannicchiato di Maria.

Passeggeri – Pt. 1 Maria

Nella notte i pendolari si riducano al minimo. Ci sono due anime che popolano i treni notturni: chi non vede l’ora di raggiungere la sua destinazione e chi non ha una destinazione, ma si è semplicemente adagiato su un sedile e aspetta il capolinea. Di notte l’aria diventa diversa perché diversa è la luce degli scompartimenti. Fuori il mondo viene annullato da una cortina nera, mentre il treno corre sospeso nel buio, lontano dalla luce della città.

Maria appartiene al secondo tipo di passeggeri, quelli che non hanno idea di dove terminerà il loro viaggio. In tasca non ha alcun biglietto, ma di notte i controlli si fanno più blandi: nessuno osa chiedere il biglietto a un’anima errabonda. Maria guarda fuori dal finestrino, ma tutto ciò che vede è solo il suo volto inconsistente, che la guarda un spaurito e pallido.

In realtà Maria non vede e non guarda. La sua mente sta facendo delle capriole incomprensibili, che non ricorderà una volta tornata in sé. Non ricorda neppure il motivo per cui abbia cominciato a fare giravoltole. Forse da momento in cui ha fissato i suoi pallidi occhi azzurri su un mondo che sembrava andare alla deriva, che vagava come chi si è svegliato all’improvviso in una città sconosciuta.

Era salita sul treno solo perché non riusciva a reggersi in piedi. Sapeva che da qualche parte qualcuno la stava cercando, ma non si può rintracciare chi non vuole essere trovato. Ha solo una foto con sé: è quella di un ragazzo che gioca per terra con un cucciolo, entrambi biondi, entrambi più felici e inconsapevoli, entrambi innocenti e disarmati.

Maria non ha più sentito le risate di quel bambino.

Da solo – Giorno 12

Penso che mi fermerò per un po’ di giorni nella raduna. Non è solo la sera a rendere questo spiazzo fantastico, ma è la sua natura, l’atmosfera sospesa che vi regna. Anche il canto degli uccelli sembra essere più soave del solito e il fruscio della sorgente sospende lo scorrere del tempo.

A proposito di tempo: questo diario non è proprio inutile, ma mi permette di capire che sono passati ben dodici giorni dall’inizio del mistero. Dodici giorni in cui non ho fatto molti progressi nel capire che cosa sia successo. E forse non me ne importa più di tanto. Dopotutto la vita precedente non era un granché, come avete potuto intuire, e questa sembra essere modellata sulle mie priorità e il mio ideale di vita.

Intanto sembra che la mia memora stia perdendo un po’ di colpi, ma non mi preoccupo, perché non mi sono mai sentito così bene. Però tutto sta diventando offuscato, compreso il mio nome. Ieri sera ho impiegato qualche istante in più per riprenderlo. Andrea. All’inizio del viaggio era come un masso, un faro che segnava il porto, ora sembra solo uno scoglio che ho lasciato alle spalle, una terra che ho già esplorato e che in cui non sento l’urgenza di tornare.

È possibile abbandonare Andrea su uno scoglio e ricominciare in altro modo? A questa idea il petto si fa più leggero e il respiro diventa fresco.

Due parole, però, mi sono balenate davanti agli occhi: Real Game.

Da solo – Giorno 10

Un altro giorno senza bestie parlanti. Nessun pesce che mi fa discussioni filosofiche o che elargisce pillole di vita. Non mi riferisco solo a Clara e a nonna, ma anche di semplici conoscenti che, non ho mai capito con quale coraggio, si ergono a giudici dell’umanità intera. A volte li invidio: non riuscirei a impormi a quel modo o considerarmi superiore a tutti. Ma questo non è più un mio problema.

In effetti qui non ci sono molti problemi, se non quello di procacciarsi il cibo. Ma con un po’ di ingegno immagino di riuscire a sopravvivere. I miei gusti in questo campo sono cambiati, senza nemmeno rendermene conto. Secondo Clara facevo un uso spropositato di caffè e della grande famiglia degli zuccheri. Clara faceva parte, invece, della frangia salutista, il che rendeva arduo ogni invito a cena: bisognava evitare pizzerie, ristoranti di catene, bar, osterie, asporto. Gli unici locali erano fin troppo costosi e pretenziosi per Andrea. Ora mangio per lo più frutta e quello che rimane di queste scatolette. Clara sarebbe fiera di me, ma ora non me ne importa granché.

Il fiume segue una linea tortuosa, anche se il terreno è piuttosto piano. Lo capisco: anch’io sono capace di rendere complesso anche il compito più semplice. Il mio cervello si perdeva in un labirinto di dubbi e di pericoli da cui difficilmente riuscivo a uscirne.

Mi sono dimenticato di dirvi una cosa: mentre camminavo, mi è balenato in mente l’edificio in cui mi sono fermato. Nulla di particolare: una struttura cubica e grigia, di media dimensione, ma con una scritta cubitale azzurra. Non riesco, però, a mettere a fuoco cosa riportasse quella scritta.

Da solo – Giorno 5

Tigri e zanzare. Questo posto sta diventando un incubo. Passi per le zanzare, ma la tigre proprio non ci voleva. Stiamo parlando di uno dei più grandi predatori al mondo, e io non sono un avventuriero capace di abbattere con le nude mani un felino troppo cresciuto. Una tigre parlante e con il nome di Clara è ancora peggio. Avrebbe potuto mangiarmi, staccarmi la testa e finirla lì. Ma, esattamente come Clara, l’umana, anche alla tigre sembra piacere giocare con il cibo prima di banchettare.

Ho deciso, farò finta di niente. A volte funziona. Ora devo riprendere l’esplorazione di questo incubo. Magari riesco a trovare il misterioso corso d’acqua che permette a questi alberi spiritati di vivere.

Sembra davvero abitato da spiriti il bosco. Anche questa sera mi sono fermato nel cuore della foresta e sembra che parli. Permettetemi di specificare meglio, perché non pensiate che io stia impazzendo tra tigri chiacchierone e tronchi canterini.

Facciamo un punto della situazione: il bosco sta diventando più fitto, quindi, non mi sono limitato a passarlo da parte a parte come l’ultima volta. Inoltre mi è sembrato di sentire il gorgoglio dell’acqua, ma è stato solo un attimo, poi i suoni della foresta hanno coperto tutto. La sensazione di essere osservato continua, nella speranza che non si tratti della tigre.

Non mi resta che pensare a come mi sono cacciato in questo bel mistero. Sono certo che oggi sarei dovuto andare in un viaggio di lavoro, ma nulla di esotico: un piccolo viaggio in macchina, nulla che avrebbe potuto gettarmi su una spiaggia sconosciuta.

Ma questa proprio non ci voleva.

Forza

E quindi affrontiamo questa settimana con leggerezza. Anche se di leggero non c’è proprio molto. In primo luogo perché tempo di andare nella tana del lupo, ma in suddetta tana c’è una persona cui voglio bene, quindi mi porterò un po’ di cibo per tenere a bada il lupo. E poi perché raggiungere la tana richiede uno sforzo non indifferente, e io sono diventata insofferente ai viaggi eccessivamente lunghi verso mete non molto interessanti.

Non rimane che cercare i famosi lati positivi, esercizio in cui non sono mai stata particolarmente brillante. Per quanto non vada di moda, la mia mente sembra essere predisposta a individuare prima i lati più seccanti di una vicenda, tralasciando quelli piacevoli. Vediamo un po’ se questa volta il tentativo funziona meglio e risco a non uscirne stremata e morsicata. Sempre dal lupo di cui sopra, ovviamente.

Che poi chiamarlo lupo è fin troppo lusinghiero, visto che non ne condivide né la bellezza né l’eleganza. Penso di inserire questo pensiero nella scatola di sopravvivenza che porterò con me. Non proprio positivo, ma almeno divertente: è sempre un progresso.

Sogno

Ho galleggiato sopra terre sconosciute, un’accozzaglia di luoghi visti e mutati, immaginati e dipinti. Ho viaggiato su terre multicolori, e altre oscure e tenebrose. Mi muovevo lentamente, come una piuma che venga sospinta da leggere brezze incapaci di spostare una foglia. Volteggiavo come se non avessi peso, e di tanto in tanto sfioravo quel mondo di cristallo per poi essere sospinto un po’ oltre.

Questo mondo ha delle regole peculiari, che non possono essere racchiuse in quelle della fisica. D’altronde la fisica stessa conosce i propri confini, oltre i quali ci sono poco più che ipotesi. Ebbene, in queste terre le ipotesi sono il reale, il reale è un’ipotesi, le certezze svaniscono come bolle di sapone, lasciando solo un dolce profumo e gocce multicolori.

Ho galleggiato come un palloncino preso a una fiera e sfuggito alla mano sporca di zucchero di un bambino. L’odore di festa è rimasto sospeso in aria, ma svanirà, per lasciare il posto a un vago sentore di tempesta, che porterà quella goccia di aria e sogni ancora un più lontano, fino a quando non esploderà lanciando in aria con un grido i sogni di una giostra festosa.