Follia

Quando aprii gli occhi non vidi nulla. Il sole non splende più per me. Quando parlai, non pronunciai parola: l’aria non vuole più accogliere la mia voce. Vedo il mare tinto di sangue, sento il pianto di mio padre e le risate di questi marinai.

“Sorella, torna con me”.

È mio fratello che mi parla. Lui mi parlerà sempre, con una bocca che sa di sale, guardandomi con occhi persi nelle profondità marine. Non posso tornare. Il tradimento verrebbe punito.

“Sorella, ricordati chi sono”.

Certo. Sei il fratello che ha inseguito lo straniero per riprendere un semplice vello e una sorella traditrice. Non tornerò, e neppure tu.

“Sorella, non farmi del male”.

Io no, non potrei mai. Questi marinai, invece, possono. E seguirono le mie indicazioni, cosicché nostro padre si fermasse a raccoglierti, pezzo per pezzo. Non tornerò a casa, ho scelto di seguire una lingua che non conosco, un uomo che guarda l’orizzonte con forse troppa avidità.

Medea ha scelto, ma il sole sussurra storie nefaste.

Sulla strada del tempo

Se il tempo fosse una strada, sarebbe un’enorme rotonda, non un semplice segmento formato da passato, presente e futuro. Ogni metro, ogni secondo sarebbe formato da un pensiero volto al passato, da una speranza per il futuro e da una valutazione del presente.

Se il tempo fosse una strada, sarebbe una via facile da percorrere. Nessun tornante, nessuna svolta: quelli si trovano nel cuore di ognuno. Ma il tempo è un concetto così semplice, così banale e tangibile, da non ammettere dubbi.

Sarebbe un circuito da ripetere e ripetere ancora una volta, del quale si conoscono le buche, che rimangono impossibili da evitare. In questa giostra da capogiro si accelera, si rallenta, ma non ci si ferma mai. E in questo cerchio si continua a procedere, anche quando la macchina inizia a perdere pezzi e implora una pausa.

Con unghie e denti

Aveva lottato. Gli avevano detto di resistere, di non arrendersi mai. E lui aveva seguito i consigli, non aveva mollato mai. Aveva resistito e cercato di portare a casa una vittoria, strappandola con le unghie e con i denti.

A vederla ora, quella vittoria aveva un aspetto ben misero e macilento. A forza di tirarla e spingerla, di aggrapparsi a quella vittima con ogni forza possibile, l’aveva ridotta ad uno straccio, che manteneva una certa decadente bellezza.

E ora, nel momento del bilancio, quella vittoria doveva essere soppesata e valutata. Il pericolo che lo sforzo non avesse portato nient’altro se non fatica era molto alto e quasi inevitabile.

Criteri sconosciuti

I problemi matemateci sono concettualmente semplici: forniti dei dati iniziali, si formula una soluzione e, se giusta, si giunge a una risposta, l’unica possibile.

Il mondo non è così. Dati dei criteri, non è detto che il risultato sia sempre lo stesso. Le variabili sono molteplici e varie, e possono portare a finali inaspettati.

In fabbrica hanno inserito una scheda ben precisa, con informazioni e processi da applicare alle varie situazioni per cui sono stato creato. In fabbrica, nella bianca stanza delle prove, ho superato qualsiasi situazione, ogni problema, tutte le prove. Ero risultato uno dei migliori.

Ma ora qui, in questa confusione che si moltiplica in ogni senso, la mia scheda sembra essere del tutto inadatta. Non ho soluzioni, non so nemmeno quale sia il problema da risolvere. Tutto gira vorticoso e date le promesse non si arriva a una conclusione.

È un mondo strano. È un mondo senza criterio.

Tutti in carrozza – Pt 26

Andrea guardò l’uomo, e lo reputò abbastanza aggressivo da poter mettere in pericolo entrambi. L’unica soluzione era recitare.

“Mi scusi. Vuole qualcosa dalla mia signora? Sono il suo… valletto. Sono certo che si tratti di un fraintendimento”.

L’uomo lo squadrò e sorrise: “Moscerino, non metterti contro Philippe, e neppure contro Luis, il marito di questa strega. Lo sapevi che era sposata?”

Andrea non si perse d’animo, tecnica che aveva appreso da Pierre.

“Ma certo che conosco il marito di Madame…Genevieve. Trattasi di Monsieur André de la Tour, che la sta aspettando in America. Siamo diretti al porto. Sarebbe così gentile da suggerirci come raggiungerlo”.

Ivonne si stava riprendendo, ma non abbastanza velocemente da impedire a Philippe di afferrarre per il collo Andrea. Ancora una brutta situazione, pensò il giovane rassegnato.

“Senta, non so chi sia. Mi sta confondendo con un’altra persona. Lasci il valletto o inizio a urlare”. Cercò di intervenire Ivonne.

“Problemi qui?” Era il capotreno, che cercava di farsi bello agli occhi dell’affascinante viaggiatrice.

“No, niente. Ma non è finita qui”.

Tutti in carrozza – Pt. 25

“Signori, siamo arrivati a destinazione. Questa è l’ultima stazione prima dell’oceano. Madame, mi permetta di mandarle un fattorino per le valigie. Spero abbia viaggiato bene, nonostante il cambio di carrozza”. Il capotreno sorrideva a Ivonne ignorando Andrea.

“Aiuto io la signora. Siamo diretti nello stesso posto” intervenne Andrea prendendo le due valigie di Ivonne.

“Bene, ora che ci siamo liberati del capotreno, dove andiamo?”

Ivonne se ne stava impalata sulla banchina.

“Ivonne…”.

“Buongiorno strega. Ti sei già trovata un pulcino da spennare?”

Luis aveva molte conoscenze, anche in quella piccola città portuale. Luis voleva trovare Ivonne, o meglio i suoi soldi, e mettere a tacere voci che lo volevano succube di una donna.

E quando Luis voleva qualcosa, di solito riusciva a ottenerla.

Cercare le ombre

Ho cercato la tua ombra per terra e per mare, in questo e in tutti i mondi che possono essere raggiunti con il sogno e con la fantasia. Cercavo semplicemente la tua ombra, non il tuo corpo, non la tua voce o il tuo calore, ma la tua ombra che si allunga per terra e scherza con le spighe di grano.

Ho cercato il tuo profumo, la lieve traccia che lasciavi dietro di te senza che nemmeno te ne rendessi conto. Quel sentore di spezie e di sale, di mare e acque sconosciute.

Non ho trovato la tua ombra, ma un baratro oscuro a cui non posso accedere. Non ho sentito il tuo profumo, ma il nulla mi ha avvolto e mi ha gettato sulle rive di un mare sconosciuto.

Ho cercato la tua ombra, ma è scomparsa anche quella tra la foschia incerta di un’alba timida che incerta si sofferma all’orizzonte.

Il mondo in una sfera

Quella era di certo una stregoneria, o Tommaso non avrebbe saputo come altro definirla. Quell’uomo si faceva chiamare artista, talvolta persino scienziato, ma non realizzava affreschi o quadri, e neppure statue od oggetti. Quell’uomo costruiva dei globi che chiamava terra.

Come apprendista aveva scelto proprio lui, Tommaso, che passava dalla verità dei libri letti dal suo maestro alla verità di legno e pittura che l’artigiano tentava di spiegarli.

“La terra che abitiamo è sferica, caro Tommaso. Tonda come il pallone con cui giochi”.

“Don Michele non ci lascia giocare, dice che il gioco apre le porte al diavolo”. Tommaso sperava di redimere qullo strano individuo con le mani sempre sporche di colore.

“Avere paura del diavolo è limitativo. Studialo, conoscilo e poi combattilo. Come si può evitare una cosa che neppure si conosce?”.

Tommaso non sapeva bene come rispondere, quindi se ne rimase zitto a osservare un globo non ancora terminato.

“Hai mai visto questi mostri che rappresenti nel blu?”

L’artigiano gli sorrise: “È l’oceano. Ma no, non ho mai visto i mostri. Li chiamano delfini”.

“Come puoi disegnare qualcosa che non conosci?”.

L’uomo rise. Il ragazzo era promettente, e aveva la stoffa e la curiosità per combattere menti miopi.

Chi manca

Siamo tutti qui, quindi. Ogni presente mi guarda con un poco di stupore. Quel viaggio era fondamentale per il progetto. Dovevo essere in grado di ricordare senza malinconia.

Chi manca mi guarda con curiosità.

Partiamo allora. In primo luogo, meglio allontanare Senso di Colpa: parla molto e pure a sproposito. E Rabbia gli faccia compagnia: ha il vizio di rendere ottusi i più acuti.

Chi manca inizia a capire e sorride.

Meglio che Nostalgia faccia qualche posso indietro. Oggi non so piange. E anche Paura se ne stia in disparte. Oggi non voglio distrazione.

Chi manca si è avvicinato e mi ha stretto in un ineffabile abbraccio.

Ora siamo tutti.

Mostri

Come ogni notte quell’occhio mi scruta dai piedi del letto. Non è una creatura umana, e nemmeno animale, non sembra essere neanche terrena. È lì, fissa, non distoglie mai lo sguardo, non tremola né sbatte le palpebre. Mi guarda.

Se non è umano e non è animale, allora è un mostro, come quelli che popolano le notti dei più ingenui. Anche sugli adulti hanno un effetto deleterio, sempre che si ammetta la presenza dei mostri. Vorrei che se ne tornasse nell’oscurità che lo ha generato, ma il mostro non si muove.

Tanto vale vederlo bene. Cerco a tentoni gli occhiali e li inforco, la mano trema un po’.

La notte inganna, crea ombre e luci, sussurra agli abitanti delle tenebre di giocare con gli uomini.

Mi alzo e chiudo la lampada.